139 anni fa: il 16 dicembre 1873 muore a Banda Aceh, nell’isola indonesiana di Sumatra, all’epoca colonia olandese, il militare, politico e patriota italiano Gerolamo Bixio, detto Nino, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento

Nino BixioEra una notte senza luna, quella tra il 10 e l’11 maggio 1860. Al largo della Sicilia il mare era calmo, ma nero come l’inchiostro delle seppie dei fondali. Il Lombardo, un vapore stracarico di 627 guerriglieri in camicia rossa, puntava su Marsala a luci spente, per ordine del comandante militare della nave, Gerolamo Bixio detto Nino, genovese, vice di Garibaldi. A bordo c’era chi dormiva, chi modulava sottovoce canti popolari dei laghi prealpini, chi una marcetta buona per i pirati de L’isola del tesoro: “Si vola d’un salto / nel mondo di là“. Poi d’improvviso scattò l’allarme: “Innestate le baionette, pronti all’arrembaggio” gridò Bixio, strappando tutti al sonno e ai canti. Nel buio si era profilata un’altra imbarcazione, forse borbonica. “Una massa nera, certo una nave a lumi spenti, sorgeva innanzi poco lontano, e gli pareva che venisse. Era la morte?” scrisse poi un testimone oculare, Giuseppe Cesare Abba, cronista semiufficiale dei Mille e autore di una biografia del “vicegaribaldi”. Che aggiungeva: “Bixio sul castello la investiva cogli occhi: certo si preparava a qualche tragedia, magari a far saltare in aria sé, noi e la nave“.
A saltare in aria non ci pensava affatto, ma a speronare sì: deciso a un assalto in stile Sandokan, Bixio ordinò di puntare dritto sull’altro scafo. Solo in extremis riconobbe il battello a prua: era il Piemonte, che trasportava l’altra metà dei Mille, incluso Garibaldi. Il quale, avendo perso di vista il Lombardo, lo stava cercando nella notte. Il Piemonte evitò l’impatto a malapena, poi nel buio si udì un urlo con accento nizzardo: “Capitan Bixio, volete mandarmi a fondo?“.
STRANEZZE. Ha avuto uno strano destino, l’uomo che in quella notte nero seppia, molto prima di essere promosso eroe nazionale, rischiò di affondare in un colpo solo Garibaldi, due piroscafi e l’imminente Unità d’Italia. Prima stranezza: lo si cita sempre abbinato al suo capo, come se fosse stato solo una controfigura. Seconda: lo si onora in una tomba che forse contiene ossa altrui. Terza: lo si chiama immancabilmente in modo storpiato, perché la “x” ligure non va letta “cs”, ma con quel suono che in italiano non esiste e in francese si scrive “j”.
Chi fu dunque Bixio? “Che sia un bastardo si sa / ma al mondo paura non ha” cantavano i suoi durante l’assalto a Palermo, con ammirevole sintesi. Meno sinteticamente, potremmo dire che fu un po’ Franti, il “teppista” del libro Cuore; un po’ Sandokan, eroe salgariano dei mari malesi; un po’ D’Annunzio, puttaniere di lungo corso prima che altro; infine metà Che Guevara, cioè ribelle totale, e metà Alfonso La Marmora, il generale sabaudo pronto a garantire l’ordine sparando nel mucchio, in virtù di un codice penale fatto di un solo articolo: ‘ndo cojo cojo (dove colpisco colpisco). Un uomo contraddittorio? Senz’altro sì. Come contraddittoria, del resto, era tutta la Liguria del primo ‘800, che dopo essere stata assegnata dal Congresso di Vienna ai Savoia (1815), per decenni oscillò fra realistica sottomissione a Torino (in funzione antiaustriaca) e conati di rivolta (dal 1821 al 1849). La Genova di allora era la città di Mazzini, profeta repubblicano, ma anche di Carlo Barabino, progettista del Teatro Carlo Felice, monumento di regime all’omonimo re, che i camalli (gli scaricatori) del porto chiamavano Carlo Feroce.
DISCOLO. Nino, anzi Gerolamo, era nato nel 1821 nel quartiere-balconata di Castelletto, in un’affollata famiglia del ceto medio. Suo padre Tomaso, politicamente agnostico e umanamente scialbo, lavorava alla zecca; sua madre Colomba era un’amica di casa Mazzini, intellettualmente vivace, mal rassegnata a fare solo la madre. Comunque più di lei, morta anzitempo dopo aver parto­ rito otto figli, nell’infanzia di Nino contò un’altra donna: Maria, la seconda moglie del padre, una prova vivente che “matrigna” fa sempre rima con “arcigna”.
Probabilmente fu proprio a causa dei continui scontri con la scostante Maria che il futuro eroe si trasformò in un ragazzo disadattato: un “terrore della scuola” come lo definì poi un compagno di classe, tale Pratolonghi. Contro questo “terrore”, che nel 1834 fu espulso per aver tirato un calamaio in faccia al maestro, le autorità scolastiche firmarono un verdetto senza appello: “Nessuna diligenza, mediocre profitto, nessuna saviezza“. Insomma: un Franti, come dicevamo. Fu così che a 13 anni Bixio mollò gli studi e si imbarcò come mozzo. La sua prima nave fu un brigantino biancoverde di nome Pilade e Oreste. Il suo primo viaggio (Genova-Sud America-Genova) durò quasi 38 mesi. Le prime merci con cui si trovò a navigare furono il vino siciliano all’andata e una “triplice c” (caffè, cotone, cacao) al ritorno. Il primo nomignolo che i compagni di ciurma gli affibbiarono fu U Sciuettu, cioè Il Signorino. Infine la prima arma che si trovò a maneggiare in mare fu un coltello da cucina, con cui – come riferì lui stesso anni dopo – tentò di evirare due marinai che lo sfottevano.
AVVENTURIERO. Fu così duro, quel viaggio, che dopo il ritorno a Genova Nino giurò che non si sarebbe mai più imbarcato. Invece era solo l’inizio: mesi dopo, suo padre gli ordinò di ripartire, ora su una nave militare, per sostituire un fratello coscritto che voleva farsi prete. Lui si rifiutò e sparì nei caruggi del porto, quelli dove secondo De André “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi“, ma dove in compenso all’epoca si irradiavano le luci rosse di 161 bordelli. Trovato dai gendarmi e accusato di renitenza, dopo 11 giorni in cella si arrese e si arruolò.
Di Bixio anziano esistono vari ritratti, ma per ricostruire il suo aspetto da giovane l’unica fonte è l’atto di reclutamento della marina sabauda, che a 17 anni lo descriveva così: “Capelli, aglio e occhi castani; fronte ampia, bocca stretta, mento volitivo, colorito scuro; statura circa 68 pollici [circa 170 cm, ndr], peso libbre 139 [63 chili, ndr]”. Se l’atto fosse stato scritto solo un anno dopo, avrebbe dovuto aggiungere un segno particolare: i baffi, con cui U Sciuettu (autosoprannominatosi Brenta, chissà perché) coprì la cicatrice di una coltellata al labbro, eredità di una zuffa. A quella rissa seguì una vita spericolata, scandita da mille avventure. Nel 1844 Bixio lasciò la divisa, rientrò a Genova e dopo anni di femmine da caruggio incappò nel grande amore semi-incestuoso della sua vita, Adelaide Parodi, figlia della sorella Marina. Presto tornò ai mercantili: navigò in Brasile, dove perse il posto perché si rifiutò di capitanare una nave negriera; poi passò in Malesia, dove sfuggì per un pelo a tre rischi mortali: una condanna per ammutinamento, un attacco di squali e le mire nuziali di una regina locale.
A convertire in patriota quell’avventuriero privo di fronzoli intellettuali furono tre persone: Mazzini, il suo alter ego Giuseppe Lamberti e l’autore del Canto degli italiani (meglio noto come Fratelli d’Italia) Goffredo Mameli. Bixio conobbe i primi due nel 1846 a Parigi, dove – essendo rimasto di nuovo senza lavoro – viveva a carico di un fratello espatriato e benestante, Alessandro. Invece l’amicizia con Mameli iniziò nel 1847 a Genova, in una libreria di via Luccoli, attività di copertura per una società segreta con nome criptico (Entélema) e motto eloquente (“Repubblica o morte”).
CONCRETO. Ma la repubblica era un’utopia da sognatori. E l’ex Sciuettu, avido di azione, non esagerava in rigidità ideologica. Così una sera del 1847 fermò per via il re Carlo Alberto, in visita a Genova, e lo incitò alla guerra: “Passate il Ticino, saremo con voi’“. E poi, quando la guerra scoppiò davvero (1848), partì volontario all’ombra dì bandiere sabaude. Ma 5 mesi dopo le aveva già lasciate per seguire Garibaldi a Roma, dove il papa era fuggito. Altri 5 mesi e tornava a Genova, in rivolta contro i Savoia. E poi ancora a Roma.
Bixio ebbe due biografi garibaldini, entrambi suoi fan: uno era Abba, l’altro Giuseppe Guerzoni. È curioso leggere i loro testi, dove ogni atto pro (o contro) i Savoia acquista toni epici. Abba scrive che Bixio partecipò ai moti di Genova “per dare alle collere della sua città anche quella del suo cuore“. E Guerzoni narra l’incontro con Carlo Alberto così: “Un giovane dalle membra gagliarde si spicca dalla folla, si avventa dinanzi al re, agguanta con un pugno robusto le redini del suo cavallo e con voce secca e squillante grida“.
SENSIBILE. Tra la Prima guerra di indipendenza e la Seconda passarono 10 anni. Nell’intervallo quel giovane dalle “membra gagliarde” e dal “cuore in collera“, uscito dal 1849 con vari giri di valzer e col fianco sinistro forato da una pallottola, trovò tempo per dedicarsi a due progetti importanti: rapire l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e sposare la nipote-amante Adelaide. Il primo progetto fallì nel 1852, il secondo andò in porto nel 1855: ne nacquero quattro figli e molti scritti d’amore che rivelano un’insospettabile sensibilità.
Nel 1859 fu di nuovo guerra all’Austria. Bixio vi partecipò in camicia rossa, a capo di un battaglione: un ruolo ancora non di primo piano. Si distinse più per “temerità” (parola di Garibaldi) che per genio militare. A Casale (Al) andò all’assalto con tanta foga che i suoi non lo videro più e lo credettero morto. A Laveno (Va) attaccò un forte di notte, ma dava ordini a voce così alta che svegliò le sentinelle. A Malnate (Va) rischiò di essere infilzato dai lancieri tirolesi. Poi allo Stelvio coprì le nevi eterne di bestemmie perché il conflitto era già finito.
PROTAGONISTA. Solo l’anno dopo, con la spedizione dei Mille, Brenta diventò finalmente un primattore. A lui Garibaldi affidò compiti importanti: prima lo mandò a fingere di requisire il Piemonte e il Lombardo (in realtà ceduti “sottobanco” dall’armatore Raffaele Rubattino, che voleva restare nell’ombra); poi lo nominò vice­comandante della spedizione: quindi, una volta in Sicilia, gli assegnò una delega specifica per le operazioni-kamikaze e l’ordine pubblico. Lui rispose a modo suo, cioè con un cocktail di grinta, coraggio e brutalità; a volte anche di ferocia . Di coraggio, Nino ne aveva da vendere: in battaglia si espose a tal punto che nella “lunga marcia” verso Napoli fu ferito due volte, a Palermo e in Calabria. Di grinta, idem: “L’aria, gli atti, il tono suo di comandare lo mostrano uomo che in sé ne ha per dieci” scrisse di lui Abba. “A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come schiacciasse un nemico. L’occhio fulmina per tutto“: E poi: “Il suo profilo taglia come una sciabolata; se aggrotta le ciglia, ognuno cerca di farsi piccino; visto di fronte non si regge al suo sguardo“.
Ma spesso, in quell’uomo tutto azione, la grinta diventava impulsiva brutalità. Il primo a farne le spese fu il Lombardo, che il suo capitano fece sbrigativamente affondare subito dopo lo sbarco a Marsala, forse per impedire ogni via di ritirata. La seconda vittima fu un cavallo, a cui Nino scaricò nel cranio l’intera pistola, perché nitriva troppo. Un’altra vittima fu un garibaldino, che a Palermo vide Bixio ferito e gli suggerì di ritirarsi nelle retrovie. Lui, offeso, lo aggredì. “E buon per colui che trovò una porta da ripararvisi” commentò Abba.
SPIETATO. A volte, più che di brutalità, si trattò di autentica ferocia. Notissimi sono i fatti di Bronte, il paese etneo dove Bixio-Sandokan si trasformò in un Bixio-La Marmora, cioè in uno spietato gendarme-boia. Là, fra pietre laviche e campi di pistacchi, per punire una pur cruenta rivolta contadina (16 morti), l’ex latitante dei caruggi sfoggiò una netta vocazione per la giustizia sommaria. Bilancio: 745 brontesi deportati a Catania e 5 fucilati sul posto (inclusi almeno due innocenti) dopo “processi” durati 4 ore. Prima e dopo Bronte, il pugno di ferro si abbatté su altri paesi. Bixio guadagnò così il terzo soprannome della carriera: dopo U Sciuettu e Brenta, per i siciliani diventò La Belva. Lui ricambiò con un giudizio famoso e sprezzante, che grazie a un ardito anacoluto colpì sia l’isola che i suoi abitanti: “È un Paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili“.
Nonostante tanto razzismo verso i fratelli del Sud, nel 1861 Bixio diventò deputato dell’Italia unita. Restò alla Camera fino al 1870, poi passò al Senato. Ma la politica non era il suo habitat. E appena gli fu possibile riprese le armi, come generale dell’esercito regolare. Nel 1866 partecipò alla Battaglia di Custoza, nel 1870 alla presa di Civitavecchia, corollario della ben più importante presa di Roma (da cui fu escluso perché in parlamento aveva dichiarato: “Non sarebbe male buttare nel Tevere il papa e i cardinali“). Poi appese la divisa al chiodo, comprò una nave (il Maddaloni) e partì per l’Oriente, con l’intenzione di commerciare nei mari della Malesia.
EFFETTO BIXIO. Ma al largo di Sumatra, a bordo scoppiò un’epidemia di colera: prima morirono cinque marinai, poi toccò a Bixio. I suoi lo seppellirono su  una spiaggia e salparono. La tomba non durò: nel 1877, quando qualcuno andò a cercarla per portare in patria i resti del “vice-garibaldi”, la trovò violata. Così a Genova tornarono ossa recuperate altrove, su indicazione (dubbia) di un indigeno.
Ben più della tomba durò l”’effetto Bixio”: infatti quell’uomo carismatico e controverso, che disprezzava la politica e faceva dell’azione la sua unica dea, a cavallo fra ‘800 e ‘900 diventò un modello per molti nazionalisti. Il più famoso tra i suoi emuli fu Gabriele D’Annunzio, poeta armato. Il quale alla vigilia del primo conflitto mondiale, il 5 maggio 1915, inaugurò a Quarto un monumento ai Mille con un discorso acceso e guerrafondaio. E 4 anni dopo con un blitz alla Bixio guidò 2.500 “legionari” alla conquista di Fiume. Gli uomini di D’Annunzio erano volontari, come i garibaldini; però, con lugubre preveggenza, indossavano camicie di un altro colore: non rosse, ma nere.

Quello che avete appena letto è l’interessante articolo del giornalista Nino Gorio sulla vita del “vicegaribaldi”. Se volete approfondire la biografia di Nino Bixio potete farlo sfogliando le pagine 60-66 del n. 72 di Focus Storia nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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