43 anni fa: il 12 dicembre 1969 si consuma la Strage di Piazza Fontana nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano: 16 morti e 88 feriti

PiazzaFontanaI L 1 2 D I C E M B R E 1 9 6 9 segnò uno spartiacque nella vita italiana degli ultimi quattro decenni. Per tanti aspetti si può parlare d’un prima di piazza Fontana e d’un dopo piazza Fontana. La strage della Banca dell’Agricoltura, con i suoi sedici morti e i suoi molti feriti, non fu la più atroce tra quelle che insanguinarono il Paese. Ma fu – perché diede l’avvio a questi gesti di cieca ferocia, e perché le indagini ebbero un andamento zigzagante, e grossolanamente contraddittorio – una sorta di freccia avvelenata nel corpo della società italiana. Dei tossici che entrarono in circolo il Paese non riuscì più a liberarsi. Essi attizzarono tutte le polemiche e alimentarono la mala pianta del terrorismo.
I morti di piazza Fontana furono inizialmente imputati agli anarchici: ma quando questa pista venne abbandonata, e imboccata l’altra dell’attentato fascista, si volle che quegli stessi morti avallassero le teorie della «strategia della tensione» d’un disegno razionale, perseguito dall’estrema destra per creare instabilità e paura nelle istituzioni e nei cittadini; e della «strage di Stato», ordita da settori del mondo politico, dai servizi segreti, da consorterie criminal-economiche per creare un’atmosfera di panico, rendere necessarie misure d’emergenza, e con ciò garantire il potere ai reazionari nemici del popolo.
Vi furono errori o leggerezze della polizia che giustificarono le diffidenze di chi chiedeva soltanto di conoscere la verità, e di conoscerla per bocca delle autorità legittime: ma vi fu anche, soprattutto da un certo momento in poi, una forsennata volontà di strumentalizzazione. Piazza Fontana resta, giudiziariamente, un enigma. Quasi trent’anni non sono bastati per arrivare al fondo di quel pozzo tenebroso: ed e inutile sperare di arrivarci mai.
Nella Banca dell’Agricoltura di Milano 1’ordigno, posto sotto un tavolo attorno al quale si assiepavano i clienti per compilare i loro moduli, deflagrò alle 16,37 di venerdì 12 dicembre 1969. Era un fine settimana, e benché l’ orario di chiusura fosse passato da oltre mezz’ora, le operazioni continuavano, ad esaurimento. Si poté supporre, sulla base di questi elementi, che l’attentatore o gli attentatori si fossero proposti un gesto dimostrativo, regolando il timer della bomba su un’ora in cui presumibilmente il salone della banca sarebbe stato vuoto; e che dunque la carneficina non fosse stata voluta. Ma questo processo alle intenzioni è ormai futile: sia perché la carneficina ci fu, sia perché restano ignoti il nome o i nomi di chi la volle. Quello stesso pomeriggio tre bombe scoppiarono nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio a Roma, e due sull’Altare della Patria. Vi furono alcuni feriti. Lo Stato era attaccato nella capitale ufficiale e in quella che si vantava d’essere la capitale morale, e che era comunque la capitale economica e produttiva.
La polizia compì i primi accertamenti ed eseguì i primi «fermi» negli ambienti anarchici. A Milano furono portati in Questura ottantaquattro militanti anarchici e della sinistra, due della destra: tra gli ottantaquattro Giuseppe Pinelli, un frenatore delle ferrovie che lavorava alla stazione di Porta Garibaldi, e che era un anarchico convinto: ma anche un galantuomo idealista sicuramente incapace di spargere sangue, e ancor più di spargerlo a quel modo.
Negli uffici della Questura Pinelli fu interrogato a lungo, senza brutalità. Luigi Calabresi, il commissario che guidava l’inchiesta, conosceva Pinelli: che poté, mentre era trattenuto, comunicare con la moglie. Proprio a lei, Licia Pinelli, telefonò alle nove e mezza della sera di lunedì – dunque tre giorni dopo la strage ­ un collaboratore di Calabresi: chiedeva che fosse portato in Questura il libretto ferroviario del marito, dove ne erano annotati i viaggi. Alle undici di sera si presentò infatti un brigadiere per avere il libretto. Poco dopo Licia Pinelli seppe che il marito era morto, caduto dal quarto piano della Questura. Nel momento in cui era precipitato nel cortile del palazzo di via Fatebenefratellì erano presenti nella stanza dell’interrogatorio un ufficiale dei carabinieri e quattro sottuffìciali di polizia. Calabresi non vi si trovava.
Fu detto che Calabresi e gli altri avevano fatto credere a Pinelli che i suoi compagni di fede si fossero confessati autori dell’attentato, e che il ferroviere, disperato, s’era buttato dalla finestra. Fu insinuato che il suicidio fosse derivato dalle violenze e intimidazioni cui Pinelli era stato sottoposto. Fu prospettata l’ipotesi d’una caduta accidentale, per malore o altro. Ma nessuna di queste tesi, anche le più avverse alla polizia, soddisfaceva le sinistre, per le quali una sola ricostruzione dei fatti era logica e provata: Pinelli era stato buttato dalla finestra. Un assassinio mai avallato dalla magistratura.
La polizia aveva messo le mani, nella sua caccia ai dinamitardi, su Pietro Valpreda, ballerino di fila in una compagnia di avanspettacolo, conoscente di Pinelli, e come lui anarchico, ma in stile assai diverso. Valpreda non si limitava a teorizzare: era un fautore dell’azione. La motivazione della sentenza di secondo grado (1981) che a Catanzaro lo assolse, come quella di primo grado, per insufficienza di prove, ne illustrava duramente la personalità. Un estremista che aveva fondato il circolo anarchico XXII Marzo, staccandosi dal circolo Bakunin che gli pareva ancorato a metodi di lotta moderati e superati: da rimpiazzare con metodi basati sulla violenza. Il suo motto era «bombe, sangue ed anarchia». Il sospettare che questo sbandato avesse potuto essere il «postino» della bomba non era del tutto campato in aria. E ancor meno lo sembrò quando si fece vivo un tassista, Cornelio Rolandi, iscritto al Pci, che dichiarò d’aver portato in piazza Fontana, quel 12 dicembre, un passeggero che aveva con sé una borsa e che, come Valpreda, zoppicava. Il Rolandi riconobbe Valpreda come l’uomo in questione durante un «confronto all’americana»: viziato tuttavia dal fatto che al tassista fosse stata in precedenza mostrata una fotografia dell’indiziato. Per quella testimonianza il tassista – del quale poteva esser dubbio il riconoscimento, ma era certa la buona fede – fu perseguitato come mentitore e servo del potere dalla pubblicistica di sinistra. Gli ultimi mesi della sua vita furono amari e dolorosi.
L’alibi di Valpreda («sono andato a casa di mia zia Rachele Torri verso l’una del pomeriggio e ho dormito fino al giorno successivo anche perché avevo l’influenza») fu ritenuto fragile nonostante le conferme dei familiari. Su questi fondamenti che non erano privi di valore, ma che nemmeno erano di calcestruzzo, Valpreda fu, come vuole un vecchio vizio dell’opinione pubblica e della pubblicistica italiana, indicato come sicuro colpevole. L’indiziato divenne il «mostro». Dal che trassero argomenti, più tardi, coloro che vedevano nella sua incriminazione un infame disegno mirante a depistare l’indagine.
Dopo l’ «ipotesi» anarchica vi fu l’ «ipotesi» neofascista a furor di popolo spacciata per certezza. Un‘inchiesta parallela a quella milanese portò alla ribalta due «nostalgici» padovani: Franco Preda, un procuratore legale d’origine avellinese che aveva militato nella gioventù missina, ma che l’aveva trovata troppo legalitaria per i suoi gusti d’ammiratore di Himmler e d’editore dell’hitleriano Mein Kampf; e Giovanni Ventura, trevigiano, insegnante di ginnastica, libraio, amico di Freda.
Questo guazzabuglio criminal-politico-giudiziario generò una serie di processi tanto imponenti quanto inconcludenti. Nel febbraio del 1972 il sipario si aprì su un primo processo che vedeva alla sbarra Valpreda e un altro fondatore del circolo XXII Marzo, Mario Merlino. La Corte d’Assise della capitale dichiarò la sua incompetenza territoriale, e il fascicolo fu trasferito, anziché a Milano, a Catanzaro per motivi di ordine pubblico. Il 18 marzo il secondo atto, a Catanzaro, fu interrotto per l’entrata in scena di altri protagonisti, Freda e Ventura. Nel 1975, sempre a Catanzaro, terzo atto, con anarchici e neonazisti affiancati. Ma lo si dovette sospendere per l’ingresso in scena di Guido Giannettini. Quarto atto nel 1977, sempre a Catanzaro. Questa volta si arrivò alla sentenza: che fu d’ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, d’assoluzione – insufficienza di prove, come s’è accennato – per Valpreda e Merlino, cui furono inflitti 4 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e altri reati minori.
Quinto atto – Catanzaro nei primi mesi del 1981- con il processo di appello. Assoluzione per insufficienza di prove per tutti dall’imputazione di strage, 15 anni a Freda e Ventura per associazione sovversiva e altro, confermati i 4 anni e 6 mesi a Valpreda e Merlino. La sentenza di secondo grado non piacque alla Cassazione che – sesto atto l’ottobre 1982 – ordinò la ripetizione del giudizio alle Assise d’appello di Bari. Il settimo atto (estate 1985) fu, a Bari, una replica del quinto: tutti prosciolti dall’accusa più grave, con formula dubitativa. Ma alle soglie del 2000 altre inchieste su piazza Fontana sono «attive» e, temiamo, sterili.

Se volete approfondire la sanguinosa strage – tuttora senza responsabili – che viene diffusamente considerata come l’inizio della cosiddetta strategia della tensione potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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