71 anni fa: l’8 dicembre 1941, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, la flotta britannica comandata dall’Ammiraglio Phillips tenta di intercettare le navi nipponiche dirette verso Malesia ed Indie Orientali. Le navi britanniche non riusciranno ad intercettare la flotta giapponese evitando l’invasione e le due principali, la Prince of Wales e la Repulse, saranno affondate

Foto aerea giapponese dell'attacco iniziale sulla Prince of Wales (in alto) e la Repulse (in basso). Un largo e denso pennacchio di fumo viene emesso dalla Repulse, che è stata appena colpita da una bomba. La Prince of Wales emette un denso fumo a riprova del tentativo di aumentare la sua velocità

Foto aerea giapponese dell’attacco iniziale sulla Prince of Wales (in alto) e la Repulse (in basso). Un largo e denso pennacchio di fumo viene emesso dalla Repulse, che è stata appena colpita da una bomba. La Prince of Wales emette un denso fumo a riprova del tentativo di aumentare la sua velocità

Il giorno 8 dicembre, si tiene a bordo della Prince un consiglio di guerra. Gli sbarchi giapponesi sono confermati. Ancora una volta, va deplorata una imperdonabile carenza di vigilanza. La flotta d’invasione è stata intercettata da una Catalina nel Golfo del Siam; e non è stato dato neppure l’allarme! La maggior parte degli aerei è stata distrutta al suolo sugli aerodromi del Nord e Singapore è stata bombardata nello splendore della sua piena illuminazione notturna, perché assente e irreperibile il funzionario capo della difesa passiva, incaricato di ordinare l’oscuramento! Per fortuna, la Prince of Wales e il Repulse non hanno subìto neppure un graffio. La questione che si pone al loro riguardo è la seguente: quale ruolo siano tenute a giocare nella difesa della Malesia.
Più anziano di Phillips ma senza autorità su di lui, il comandante del fronte marino, ammiraglio Layton, sostiene che i due grandi navigli debbano restare all’àncora nello stretto di Johore. L’incagliamento dell’Indomitable li ha privati della protezione aerea, senza cui non è più possibile rischiare in alto mare unità di grande valore. Ma Phillips rifiuta d’intendere questo linguaggio prudente. L’onore della marina, egli dice, è in gioco. Egli rifiuta di restare pavidamente dietro la protezione degli sbarramenti antisiluro mentre i giapponesi stanno invadendo la Malesia. La Prince e il Repulse possono ancora avventarsi sui convogli nipponici e distruggerli. L’assenza di una portaerei è senza dubbio incresciosa ma la contraerea delle navi è estremamente potente e il comandante delle forze aeree di terra, vicemaresciallo Pulford, ha assicurato l’appoggio delle sue squadriglie. Del resto, la parte migliore e più numerosa delle forze aeree nipponiche è stata impegnata nell’azione di Pearl Harbor. Ciò che per ora resta nel Sudest asiatico dev’essere estremamente mediocre.
Il giorno 8 dicembre, alle ore 17.35, la forza « Z» esce maestosamente dallo stretto di Johore. I cacciatorpediniere Electra, Express, Tenedos e Vampire accompagnano i due giganti del mare. Nel momento in cui prendono il largo, viene recapitato a sir Tom un messaggio di Pulford: «Spiacente non poterVi più assicurare copertura di caccia ». Sir Tom mette il messaggio in tasca: «Ne farò a meno ».
Sulle navi regna la fiducia. Nel quadrato del Repulse, i giovani ufficiali discutono allegramente degli aviatori giapponesi, cattivi piloti incapaci di vedere di notte. Il giornalista americano Cecil Brown interviene: «Voialtri britannici non riuscite a sbarazzarvi della vostra abitudine di sottovalutare il nemico. L’avete fatto in Norvegia, in Francia, a Creta e temo proprio che anche questa volta … ». Urla e fischi lo mettono a tacere. Se quei terribili Japs fossero buoni a qualcosa, l’avrebbero dimostrato da molto tempo facendola finita con i cinesi! E’ tempo, comunque, che il Repulse si batta: dall’inizio della guerra non ha preso parte ad un solo scontro, come se il contatto a fuoco gli fosse interdetto!
Passano la notte e la mattina seguente. Il tempo è chiuso e il mare agitato. A 25 nodi, le sei navi solcano la loro rotta sollevando enormi ondate a prora. Il carburante dei cacciatorpediniere si consuma rapidamente a questa andatura, ma è necessario approfittare della copertura delle nubi, in mancanza della protezione aerea. Nel pomeriggio, sfortunatamente, il cielo si schiarisce e aumentano le possibilità di venire intercettati. Impassibile ma mortalmente inquieto, Phillips partecipa allo stato maggiore della Prince of Wales la linea di condotta cui intende attenersi: se arriva la notte senza che si facciano cattivi incontri, la rotta sarà mantenuta e si potrà piombare sul nemico al levare del giorno. In caso contrario, la forza «Z » rientrerà a Singapore. Tutto sta nella sorpresa. Se la sorpresa manca, le circostanze sfavorevoli diverranno troppo pesanti e l’ammiraglio dovrà porre in testa ad ogni considerazione, in primo luogo, la conservazione delle preziose navi a lui affidate.
Il pomeriggio è già molto inoltrato. La luce del giorno va dissolvendosi. La notte equatoriale cade come una pietra. Sono le 20.15. Fra qualche minuto sarà buio.
E’ a questo punto che si percepisce un rumore di motori. Le vedette scorgono tre aerei. Restano a distanza, senza cambiare rotta, troppo lontani per essere identificati, e si dissolvono nell’oscurità. Si tratta di nemici? Hanno avvistato la squadra? Come saperlo? Tom Pouce pensa e ripensa. E’ il caso di perseverare in un’impresa temeraria che può coronarsi di una gloria nelsoniana? Oppure bisogna ascoltare la voce della prudenza e tornare indietro? Qualche minuto più tardi, la Tenedos segnala che è a corto di carburante. Phillips le ordina di rientrare a Singapore. Poi punta a nord-est per penetrare nel golfo del Siam. In una notte d’inchiostro, le navi conservano il nuovo punto di riferimento per altri 25 minuti. Poi, bruscamente, alle 21 un nuovo ordine viene diramato dalla Prince of Wales per mezzo di linee e punti luminosi: invertire la rotta! A bordo del Repulse, si scatena la collera. Il capitano Tennant tenta di giustificare di fronte al consiglio di bordo la decisione dell’ammiraglio. Gli uomini rispondono per conto loro maledicendo la nave. «Unlucky ship!» La guerra finirà senza che il Repulse abbia tirato un solo colpo di cannone!
A 250 miglia più a nord, altri cuori bellicosi hanno subito un’uguale delusione. Al disopra degli estuari della Cocincina, i motori di 80 bombardieri rombano nella notte. La 22ª flottiglia aerea giapponese rientra alla sua base di Saigon dopo aver vanamente cercato i navigli inglesi.
Phillips, infatti, è stato avvistato prima di quanto non creda. I tre aerei del crepuscolo non l’avevano individuato ma in compenso un sommergibile I-56, il cui periscopio, fra le onde, nessuno aveva notato, dava già alle 13.40 all’ammiraglio Kondo la posizione della forza «Z ». Quei dati erano stati, a loro volta, trasmessi alla 22ª flottiglia. Questa si preparava a decollare per un nuovo bombardamento di Singapore. All’ultimo momento, le bombe erano state sostituite con siluri su una parte degli aerei. La distruzione della Prince of Wales potrebbe fare di questi piloti gli uguali in gloria dei vincitori di Pearl Harbor. Hanno dunque preso quota in uno slancio di fervore.
Rientrano delusi. Hanno sorvolato solo una vuota distesa di mare. A corto di benzina, riescono appena a raggiungere Saigon, dove atterrano a mezzanotte.
A mezzanotte, Tom Phillips dorme tutto vestito nel posto di guardia della Prince of Wales. Gli recapitano un messaggio del suo capo di stato maggiore, contrammiraglio Palliser, che ha lasciato Singapore per garantire il collegamento con l’esercito: «Sbarco nemico segnalato a Kuantan» . Nessun dettaglio, nessun commento sul valore della segnalazione. E non è il caso di rompere il silenzio radio per domandare chiarimenti.
Phillips è ripiombato nelle sue perplessità. Kuantan è un piccolo porto della costa orientale, in piena giungla, a 250 chilometri da Singapore. Dirottare in quella direzione significa prolungare l’avventura temeraria da cui ci si adopera per uscire indenni. Procedendo tutta la notte con rotta a sud, si potrebbe giungere al mattino in vista di Singapore, mentre una deviazione su Kuantan esporrebbe la Prince of  Wales a una giornata di crociera supplementare. D’altra parte, la presenza dei giapponesi a Kuantan può fornire una giustificazione all’uscita maestosa e vana della forza « Z », che sta rientrando a Singapore dopo un umiliante mezzo-giro di barra e una fortuna spesa in carburante senza aver cooperato alla difesa della Malesia più del fantasma del governatore. Non vi fosse a Kuantan che una sola compagnia giapponese, sarebbe comunque importante poter dire che la Royal Navy l’ha annientata.
A mezzanotte e 52 minuti, Phillips ordina di virare in direzione Sudest, prora su Kuantan.
L’ultimo dei nove sommergibili che l’ammiraglio Kondo ha destinato a coprire le operazioni di sbarco è, frattanto, in servizio di vedetta. Alle 2.40, il suo comandante tenente di vascello Tanisaki, distingue nel suo periscopio notturno le sagome della Prince of Wales e del Repulse. Il mare è agitato ma la distanza non è forte e Tanisaki vuole approfittare dell’occasione. Cinque siluri filano verso le navi nemiche.
Non accade nulla. Non si verifica alcuna esplosione. La fortuna e l’incoscienza continuano a proteggere gli inglesi: non hanno neppure notato la traccia delle torpedini! D’altra parte, non hanno neppure intercettato la radio, vicinissima, di Tanisaki che, indispettito, dà conto al proprio comandante in capo dell’incontro appena fatto e dell’insuccesso testé registrato.
Kondo e la sua squadra sono troppo lontani per intervenire, ma la 22ª flottiglia aerea può fare un secondo tentativo. Nella pesante notte saigonese, i meccanici fanno nuovamente il pieno di benzina. Gli equipaggi dormono un paio d’ore e quindi, prima dell’alba, si alzano 10 aerei da ricognizione. Sorge il giorno quando 34 bombardieri di quota e 51 aerosiluranti decollano a loro volta. Ciascuna squadriglia ha l’ordine di volare disgiuntamente ma sempre lungo il 5° meridiano. Non si tornerà indietro prima di aver raggiunto il 2° grado di latitudine nord, limite del raggio d’azione degli aeroplani.
Nel momento in cui i bombardieri giapponesi passano la costa indocinese, le navi inglesi si avvicinano alla costa malese. Tom Pouce dà all’Express l’ordine di fare una ricognizione nel porto di Kuantan. Il rapporto del cacciatorpediniere suona ironico: «Tutto è calmo come domenica di pioggia … ». La notizia dello sbarco era falsa. Qualche bufalo era certamente finito in un campo minato e l’esplosione era stata scambiata per una preparazione di artiglieria.
Phillips ha perduto inutilmente ore preziose di oscurità! Non gli resta che riprendere la rotta di Singapore. Ma il grande tappeto di mine sommerse teso fra l’isola di Tioman e quella di Anamba impone un’ampia virata verso l’est.
Alle 10, la radio trasmette. A 175 miglia in direzione Sudest, la Tenedos riferisce di aver subìto un attacco da parte di 9 aerei giapponesi. Ma è passata incolume tra le bombe e ha proseguito la sua rotta verso Singapore. Il messaggio significa che vi sono forze aeree nemiche pericolosamente vicine. Conferma anche che i giapponesi tirano male. Le bombe sul piccolo Tenedos erano state lanciate con precipitazione.
Come la volta precedente, la 22ª pattuglia rientra con le pive nel sacco. Gli equipaggi sono sfibrati e mortificati. Se le navi inglesi fossero state in mare, le avrebbero bene avvistate! Il tenente di vascello Tado Mishima, pilota di un aereo da ricognizione, ha fermo nella mente il magniloquente ordine del giorno con cui il contrammiraglio Matsunaga ha inviato i suoi cento apparecchi alla caccia della più moderna fra le corazzate inglesi: «È un’occasione d’oro, di portata millenaria … » Occasione che però è mancata. Si rientra. Mishima crolla per la fame e il sonno. Batte i denti. Muore dalla voglia di urinare. È solo per eccesso di scrupolo che mantiene ferma la sua attenzione sul mare. Ormai si lascia del tutto la zona in cui il Repulse e la Prince of Wales hanno probabilità di trovarsi…
E tutt’a un tratto, eccole là! Fame, freddo, sonno, pressione della vescica, tutto è dimenticato. Mishima scende e si avvicina. Superbo spettacolo. Tre cacciatorpediniere formano un triangolo equilatero entro il quale la Prince of Wales precede il Repulse. Mishima prende il largo trasmettendo a tutto spiano con la sua emittente di bordo: «Grandi unità nemiche in vista; 4 gradi di latitudine nord, 104 gradi e 55 minuti di longitudine ovest… Grandi unità nemiche in vista … » Gli equipaggi inglesi ricevono il segnale d’emergenza, che chiama ai posti di combattimento. Nessuno è esageratamente inquieto. La contraerea della Prince of Wales è tale che la corazzata è reputata invulnerabile. Oltre al suo armamento secondario, oltre ai suoi cannoni ottupli, è la prima unità ad aver ricevuto le prodigiose macchine da tiro americane che i marinai chiamano « pianoforti di Chicago ». Le quattro batterie da 25 canne sono capaci di vomitare 60.000 proiettili al minuto erigendo sopra la nave una volta mortale. Il Repulse, dal canto suo, possiede una potenza di fuoco antiaereo fra le più considerevoli di tutta la marina. Anche senza copertura di caccia, le due navi non sono facili prede.
È il Repulse che riceve il primo assalto. Da 5000 metri i 9 bombardieri d’alta quota del tenente di vascello Sadao Takai lo prendono di mira. I veterani blasés del cacciatorpediniere Electra li guardano con occhio da intenditori. Sanno che i bombardieri a volo orizzontale sono più impressionanti che efficaci …
Stupore! I veterani gridano di angoscia: la nave da battaglia è totalmente scomparsa per qualche secondo in una massa d’acqua. Mai il nemico è stato così abile … Non ha mai centrato un bersaglio con tanta magnifica precisione! Il Repulse riappare. L’equipaggio dell’Electra lancia grida di sollievo. Gli urrah però si smorzano subito in gola. Il Repulse è danneggiato. Torrenti di fumo sgorgano dal suo ponte spaccato. Una sirena suona l’allarme dell’incendio a bordo. Ma la nave mantiene la sua velocità. Flemmaticamente, il capitano Tennant segnala: «Un colpo a segno, ma potenza di fuoco intatta e situazione sotto controllo ».
Il sottotenente di vascello Hariki Iki guida un gruppo di aerosiluranti. Si getta sulla Prince of Wales che, circondata dalle fiamme vomitate dai suoi pianoforti di Chicago, sembra un vulcano in eruzione. Vano furore. Gli effetti dei due siluri che colpiscono la corazza sono formidabili. Il timone, le due eliche di babordo e l’artiglieria secondaria sono fuori servizio. La nave sbanda di 15 gradi e la sua velocità scende a 13 nodi.
Gli attacchi si succedono uno dopo l’altro, le squadriglie si precipitano a tempestare sempre più le due unità. Il Repulse si dibatte come una bestia braccata schivando, zigzagando, utilizzando fino alla morte la velocità che ha conservato. Ma alle 12.10 tre siluri lo colpiscono simultaneamente. L’inclinazione raggiunge i 30 gradi. Gli incendi divampano sottocoperta divorando l’interno. Il comandante ordina di abbandonare la nave. Gli uomini si gettano in mare. Una quarantina di essi cercano di sfuggire attraverso la falsa ciminiera, ma si trovano ingabbiati dalla rete metallica che la ricopre e muoiono carbonizzati.
Alle 12.33 il Repulse si rovescia, punta la prua al cielo e scompare.
La Prince of Wales galleggia ancora. La sua velocità è scesa a 8 nodi e la plancia è già sommersa. L’Express l’accosta arditamente e comincia a raccogliere l’equipaggio, ma la corazzata combatte ancora e accoglie una nuova ondata di bombardieri con un bordata della sua potente contraerea. Phillips, come se sperasse ancora di salvare la sua nave ammiraglia, fa richiesta di rimorchiatori da Singapore. È l’ultimo ordine di Tom Pouce che aveva sognato la gloria di Nelson. Né lui né il comandante Leach scamperanno al disastro.
Alle ore 1.20, il relitto della Prince of Wales si capovolge e scompare.
I giapponesi hanno perduto soltanto 4 apparecchi. Magnanimi nella vittoria, segnalano ai cacciatorpediniere che possono raccogliere i superstiti. Dei 2921 ufficiali e marinai della Prince of Wales e del Repulse, 2081 rivedranno Singapore.

Se volete approfondire le vicende della Guerra del Pacifico potete farlo sfogliando il 1° volume de La seconda guerra mondiale di Raymond Cartier nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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