508 anni fa: il 26 novembre 1504 muore a Medina del Campo Isabella di Trastámara o Isabella I di Castiglia o Isabella la Cattolica, regina consorte di Sicilia dal 1469 al 1504, regina di Castiglia dal 1474 al 1504, e regina consorte di Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e regina titolare di Corsica, Contessa consorte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 al 1504

Al tempo di Carlo V il Saggio, la Francia aveva appoggiato concretamente l’ascesa al trono castigliano di Enrico di Trastamara stabilendo così con questo regno un’intesa duratura che poté aver ragione dei tentativi inglesi volti a restaurare i discendenti di Pietro il Crudele. La nuova dinastia castigliana, continuata da Giovanni I e da Enrico III poté governare con relativa tranquillità e annettere al regno definitivamente le isole Canarie. L’Aragona, in questo stesso periodo, ebbe una vita meno agitata all’interno e più attiva nella politica internazionale, come del resto la spingevano a fare la posizione mediterranea della Catalogna e le conquiste della Sicilia, delle Baleari e della Sardegna precedentemente attuate.
Le premesse dell’unificazione politica dei due regni vennero poste allorché, alla morte di Martino IV d’Aragona, presentandosi alla successione pretendenti tutti di discendenza femminile, le cortes, dopo due anni d’interregno, dirimettero la spinosa controversia chiamando sul trono Ferdinando di Antequera, figlio d’una sorella di Martino e di Giovanni I di Castiglia. Quando costui morì nel 1416, le stesse cortes riconobbero come re il figlio Alfonso, il quale lasciò il governo del Paese nelle mani della moglie Maria e del fratello Giovanni che aveva sposato l’erede del regno di Navarra. Alfonso era attratto da altri miraggi: il regno di Napoli, che egli conquistò trionfando sugli Angioini, integrandosi completamente nell’ambiente italiano e portando al suo seguito una non piccola parte della nobiltà aragonese.
Nello stesso torno di anni, mentre Alfonso viveva la sua avventura mediterranea, la Castiglia fu agitata da complicate lotte per il potere nelle quali l’aristocrazia trovò il suo più accanito avversario in Alvaro de Luna, eliminato alla fine di un’alterna vicenda nella quale egli aveva energicamente sostenuto il re Giovanni II. Allorché costui venne a morte nel 1454, il figlio Enrico IV ebbe il trono castigliano senza possedere il prestigio, e la forza per tenerlo con dignità ed energia. Marito di Bianca d’Aragona,. figlia del reggente Giovanni, egli l’aveva ripudiata per sposare, subito dopo l’avvento al trono, Giovanna di Portogallo: a governare la Castiglia fu allora un gruppo di grandi magnati, tra i quali emerse Bertran de La Cueva, amante della regina e padre effettivo della figlia di Enrico, Giovanna, disconosciuta dal re il quale conferì la successione al fratello Alfonso che ben presto si ribellò al sovrano e con l’appoggio del de La Cueva venne battuto. L’alternativa per la successione castigliana vide allora opposte due fazioni che fecero capo all’illegittima Giovanna e alla sorella del re impotente, Isabella, che, spalleggiata da Juan Pacheco de Villena, ebbe ragione della rivale.
Non meno movimentate e sanguinose le lotte in Aragona dove re Giovanni dovette sostenere l’opposizione del figlio Carlo di Viana al quale egli negava l’eredità navarrese e che, rifugiatosi prima a Napoli e quindi in Catalogna, si era eretto a rappresentante dei sentimenti e delle esigenze d’autonomia di questa regione. La Catalogna, come s’è detto, con le sue cortes, godeva di un particolare regime nel quale l’effettivo potere era detenuto dai rappresentanti del clero, della nobiltà e del popolo che formavano un consiglio generale e il potere reale era rappresentato dal primogenito del re aragonese. Quando Giovanni d’Aragona, alla morte del fratello Alfonso, salì al trono, l’autonomismo catalano ebbe un sussulto e mostrò chiaramente di spostarsi su posizioni indipendentistiche. Il re aragonese dovette allora cercare aiuto presso Carlo VII di Francia per tutelare l’integrità del suo dominio, mentre Carlo di Viana entrò in contatto con il delfino Luigi, il quale – lo si è già visto – conduceva una politica d’opposizione al potere paterno. Il figlio di Giovanni d’Aragona morì non senza sospetto d’esser stato avvelenato, nel 1461; allora il delfino di Francia era divenuto già re ed era appunto Luigi XI, e conformemente alla sua natura cercò di trarre vantaggio dalla contesa: si impegnò ad aiutare il re d’Aragona nella repressione del movimento indipendentista catalano e ne riconobbe i diritti sulla Navarra al prezzo di 300.000 scudi, il cui pagamento venne garantito sulle entrate delle due province della Cerdagna e del Rossiglione. La stipulazione di questo accordo segnò in Catalogna l’inizio di una vera e propria rivoluzione che poté essere domata soltanto con l’intervento di potenti forze francesi le quali, approfittando della situazione, occuparono il Rossiglione. Il piano di Luigi XI era di impadronirsi di tutta intera la Catalogna, a spese sia dell’Aragona, sia delle aspirazioni d’indipendenza della provincia. Ai Catalani non rimase che ricorrere all’aiuto di altre potenze; prima proclamarono re Enrico IV di Castiglia, poi il principe Pietro del Portogallo, infine Renato d’Angiò; in capo a dieci anni, la loro resistenza venne però fiaccata e nel 1472 Giovanni II ebbe partita vinta. Entrato a Barcellona, egli confermò le autonomie catalane nel quadro del regno aragonese; in tal modo l’integrità del dominio dell’Aragona venne garantita mentre la politica avveduta di Giovanni II coglieva un ulteriore successo con la stipulazione del matrimonio tra l’erede Ferdinando e la cugina Isabella di Castiglia cui era stata riconosciuta la successione del fratello Enrico IV (1469).
La liquidazione della rivoluzione catalana era avvenuta in una congiuntura politica internazionale favorevole: Luigi XI era impegnato nella lotta contro Carlo il Temerario e non soltanto non poté appoggiare Renato d’Angiò, ma neppure intervenire direttamente nella nuova crisi che si aprì in Castiglia alla morte di Enrico IV nel 1474. Mentre Giovanna trovava appoggio presso Alfonso V di Portogallo, il re di Francia, che mirava alla annessione del Rossiglione e della Cerdagna, offrì un aiuto non richiesto a Isabella e Ferdinando e, vistolo respinto, passò dall’altra parte della barricata alzando il prezzo dell’appoggio che in realtà non poteva fornire: oltre al Rossiglione e alla Cerdagna avrebbe voluto avere anche le isole Baleari. Ferdinando e Isabella avevano dietro di sé la potenza dell’Aragona e nel 1479, esattamente dieci anni dopo il loro matrimonio, riuscirono a battere l’opposizione castigliana e le forze portoghesi. Nello stesso anno era morto Giovanni II d’Aragona: i due grandi regni erano in mano della coppia regale, ma in Castiglia restava da regolare una delicata questione di ordine costituzionale giacché Ferdinando d’Aragona poteva vantare quei diritti di successione come nipote di Ferdinando d’Antequera e unico discendente in linea maschile della dinastia dei Trastamara. Il problema venne risolto con un compromesso: in Castiglia il potere sarebbe stato esercitato in comune da Ferdinando e Isabella, in Aragona dal solo Ferdinando. In tal modo l’unificazione della maggior parte della penisola iberica si attuò sulla base di un’unione personale della Castiglia e dell’Aragona: a completare l’unificazione restavano a nord il recupero del Rossiglione, a sud l’eliminazione del regno moro di Granada, a parte il territorio della Navarra.

Ferdinando e Isabella

La Reconquista s’era praticamente interrotta da due secoli: dalla metà del Duecento essa era divenuta un affare prettamente castigliano e, dopo la presa di Cadice e di Cartagena (1262), aveva dovuto essere sospesa a causa delle ricorrenti crisi dinastiche e delle conseguenti dissanguatrici guerre civili che avevano travagliato a lungo la Castiglia. l Mori avevano potuto così conservare il dominio di tutto il territorio tra la Sierra Nevada e il mare, che aveva il suo centro in Granada ed era tutto disseminato di castelli fortificati. La conquista di questa zona venne realizzata contemporaneamente alla ristrutturazione dello Stato, anzi degli Stati unificati, e Ferdinando d’Aragona seppe giocare abilmente facendo leva sui dissidi interni che travagliavano il dominio moresco. Nel 1492, dopo ben dodici anni di logoranti operazioni che avevano condotto gli Spagnoli a Malaga, a Baza e ad Almeria, Granada capitolò dopo più di otto mesi d’assedio.
La questione del Rossiglione e della Cerdagna fu risolta sul piano diplomatico: a Carlo VIII di Francia l’alleanza spagnola era assolutamente indispensabile in funzione delle sue prospettive d’espansione in Italia, e così nel 1493 egli restituì le due province.
Il regno di Ferdinando e Isabella rappresentò oltre che il momento dell’unificazione spagnola anche quello del trionfo del potere monarchico sulle forze dissolventi dell’aristocrazia e sulle forze autonomistiche locali che pure avevano rappresentato un forte e indispensabile sostegno delle due monarchie. In un primo momento le hermandades conservarono la loro funzione, furono dalla Castiglia introdotte anche in Aragona, anzi in Castiglia si verificò un concentramento delle forze antinobiliari nel quale le città più importanti si unirono dando luogo a quella che fu chiamata la santa hermandad e fu la vera eliminatrice del disordine creato dal brigantaggio dei nobili i cui castelli vennero sistematicamente abbattuti. Fiaccare l’aristocrazia volle dire, per la corona, anche recuperare una grandissima quantità di territori che i precedenti sovrani avevano dovuto elargire per mantenersi al potere (Enrico II di Castiglia aveva avuto il significativo soprannome di rey de las mercedes), e acquisire quindi una disponibilità finanziaria che ne facilitò la libertà di manovra sia in politica interna che in politica estera.
Il fatto che Castiglia e Aragona si unificassero in virtù d’una unione personale fece sì che ognuno dei due regni conservasse in gran parte le proprie istituzioni.
In Aragona le cortes avevano poteri e diritti maggiori di quelli che non avessero le cortes castigliane e nel Paese esistevano germi di concezioni statuali di tipo vagamente contrattualistico, ma in entrambi i regni a partire dal 1480 il potere monarchico cominciò a esercitare un controllo capillare attraverso l’istituzione dei corregidores che erano funzionari regi incaricati di presiedere i consigli municipali, di controllarne l’attività e di esercitare la giustizia con l’ausilio di giudici (alcaldes). Una legislazione comune cominciò a essere instaurata a partire dalla pubblicazione, nel 1485, del cosiddetto Libro de Montalvo che comprendeva le ordinanze reali sostitutive della congerie dei fueros precedenti: le autonomie locali, assai notevoli in alcune province – Catalogna, Paesi Baschi -, vennero sì mantenute, ma sottoposte ovunque al controllo del potere centrale che si giovò d’un apparato burocratico d’estrazione borghese; ovunque la nobiltà perdette il suo peso politico, essa ebbe, in parte, delle lucrative funzioni, ma venne assolutamente subordinata al potere monarchico, che, assumendo la presidenza dei grandi ordini militari di Calatrava, di Santiago e di Alcantara, acquisì non soltanto un ulteriore aumento della propria forza militare e finanziaria, ma un altro strumento di controllo sull’aristocrazia.
Castiglia e Aragona, già differenziate sul piano economico, accentuarono durante il regno di Ferdinando e Isabella questa loro diversità: specialmente dopo la scoperta del nuovo mondo, la Castiglia entrò in una fase di rapido rigoglio economico e demografico imponendo la propria supremazia. Ai Castigliani venne riservato l’esercizio del grande commercio transoceanico che doveva passare attraverso la «Casa de contrataciòn» di Siviglia, e così alla fiorente prosperità dell’allevamento delle pecore e dell’industria laniera si aggiunse una nuova lucrativa attività. In Aragona, invece, si verificò non solo una depressione demografica, ma una contrazione delle attività economiche e una subordinazione alle operazioni finanziarie di Genovesi e di Fiorentini.

Se volete approfondire l’epoca di Isabella di Castiglia e della nascita della monarchia spagnola potete farlo sfogliando le pagine del 6° volume de La Storia – Dalla crisi del Trecento all’espansione europea nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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