40 anni fa: il 20 novembre 1972 muore a Roma lo sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo italiano Ennio Flaiano

I
LA SCORCIATOIA
1

Ero meravigliato di esser vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni.

Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.

Da quando il camion s’era rovesciato, proprio alla curva della prima discesa, il dente aveva ripreso a dolermi, e ora un impulso che sentivo irresistibile (forse l’impazienza della nevralgia) mi spingeva a lasciare quel luogo.

“Io me ne vado”, dissi alzandomi.

Il soldato che fumava soddisfatto, ormai pronto a dividere con me gli imprevisti della nuova avventura, si rabbuiò. “E dove?” chiese.

“Giù al fiume”.

Non vedevamo ancora il fiume, ma era là sotto, nella sua valle scavata da secoli e guardata da qualche pigro coccodrillo a caccia di lavandaie.

Pensavo di trovare un autocarro per risalire dall’altra parte. Dovevo esservi prima di cena o sciupavo uno dei quattro giorni che m’avevano concesso per trovare un dentista.

Sì, dovevo andarmene. Oltre la valle, nel cielo bianco, appariva il ciglio opposto dell’altipiano. Il fiume aveva scavato attorno alle montagne lasciandole asciutte come ossi.

Tra i due cigli correvano chilometri, quanti non so, perché le distanze ingannano con questa luce che disegna le più lontane minuzie: forse cinque o sei. E, oltre il ciglio, la vita calma dei depositi.

Ancora avanti, e la parola domenica avrebbe riacquistato valore. Avrei trovato il primo letto con le lenzuola, il primo giornalaio. E un dentista.

Il soldato non voleva cedere. “Aspetti”, disse, “passerà qualcuno”.

Guardai il camion che giaceva con le ruote dentro la scarpata e scossi la testa: non passava nessuno.

Era passato soltanto un colonnello, annoiato come un generale. E la petulanza del soldato cominciava a infastidirmi.

Essersi salvati insieme non mi sembrava più una buona ragione per mostrarci fotografie, raccontarci i fatti propri, azzardare le solite previsioni sul nostro ritorno in Italia.

Pure, mi dispiaceva abbandonarlo.

“E così, mi lascia solo?”

Cominciai a raccogliere la mia roba, lo zaino, il cinturone con la rivoltella. Per mitigare la mia fuga cercai un pretesto, ma era un cattivo pretesto: gli dissi che se avessi trovato un camion giù al fiume (spesso i conducenti si fermavano a fare il bagno), sarei tornato ad aiutarlo.

Il soldato finse di crederci e questa sua improvvisa ed ostile condiscendenza mi fece arrossire.

Mi strinse la mano senza calore, veramente deluso. Dopo cinquanta passi, un gomito della strada me li nascose, lui e il suo autocarro, e d’allora non li ho più rivisti.

Era ancora molto lontano il ponte? Avrei potuto prendere una scorciatoia, ma non ho troppa fiducia nelle scorciatoie africane.

Pure ogni tanto la strada, dalla parte del fiume, si apriva a qualche sentiero che, dopo brevi giravolte, precipitava verso la boscaglia.

Trascurai, dunque, le scorciatoie e dopo due ore (il caldo era aumentato e gli alberi spaventosamente cresciuti, ma sempre più, di cartapesta, sempre più vecchi e untuosi, come santi di una religione scaduta), vidi che la boscaglia infittiva e che la strada diventava calda e sabbiosa.

Il fiume mi fu davanti all’improvviso. Stavano costruendo un altro ponte.

Tra i grossi alberi c’era ancora qualche croce e sotto la sabbia calda, nelle cassette della carne in scatola e delle gallette, c’era ancora qualche cadavere. Qualche soldato che s’era fermato dicendo: «Non ce la faccio», e aveva anche penato a convincere il sergente e poi il tenente e poi il capitano che lo lasciassero a riposare.

E qualcosa di quella natura l’aveva avvertito (forse la sabbia grigia, o le gemme degli alberi) che il suo riposo cominciava davvero.

Quelli che incassano le gallette e la carne, lassù a tante migliaia di chilometri, non sanno che quel legno è prezioso. Un legno veramente fragile!

Una cassetta serve sempre, e chi ne possiede appena una si allieta la tenda di un mobile straordinario: nei periodi di calma fa in tempo a mettervi il ritratto della donna amata, tra un libro e la borsa del tabacco. E non è tanto difficile procurarsi una donna da amare, quanto procurarsi una cassetta.

Neanche un autocarro. Gli operai avevano smesso di lavorare per il caldo e mangiavano. Freschi arrivati, a giudicare dai grandi occhiali da sole che non avevano ancora buttati via.

Stavano seduti davanti alle loro tende, chiacchierando col carabiniere del posto di blocco, ancora sorpresi di essere capitati laggiù, in quella terra così diversa dall’Africa che avevano immaginata.

Dunque, neanche un autocarro. Dissero che quello del cantiere era andato via da poco, e se ne sentiva infatti il motore, già lontano, sulle prime salite. “E ritorna?”

“Domattina”, disse un operaio, veramente meravigliato che non conoscessi questo particolare. “Torna domattina coi viveri e la posta”.

I viveri e la posta. Toccai attraverso la stoffa della tasca l’ultima lettera di lei. Era arrivata il giorno prima. Una lunga lettera, fitta di scrittura eguale, tonda ma esile, e i fogli pieni tutt’intorno al margine, senza uno spazio bianco: proprio una lettera da rileggere.

Ma, se non capitava un autocarro, sarei dovuto restare.

Cominciavo a perdere la calma, il mio viaggio stava naufragando. Spiegai allora da dove venivo, l’importanza che aveva per me l’arrivare subito sull’altopiano e raccontai l’incidente.

Mentre parlavo vidi che i loro volti restavano impassibili. Non mi aspettavo certo di suscitare molto interesse, ma quegli operai non fecero commenti, né proposero soluzioni.

Di autocarri che ribaltano è piena l’Africa.

“A quest’ora è difficile che passi un camion”, disse infine il carabiniere.

Fece varie ipotesi, parlò di autocolonne che forse sarebbero passate e forse no; e intanto mi osservava, sdraiato a terra, il casco poggiato sulla fronte.

“Se vado su, dove trovo i primi autocarri?”

“C’è un comando a dodici chilometri, proprio sul ciglio”, disse il carabiniere e sbadigliò lungamente.

Dodici chilometri sarebbero state tre ore di marcia, se il caldo non le avesse portate a quattro. Ed era il momento peggiore per iniziare un’impresa del genere: ma dovevo decidermi.

“Secondo voi, quanto ci metterò?”

Dalle prime risposte capii la inutilità della mia domanda, ma l’avevo posta perché mi ripugnava andarmene e stavo cercando pretesti.

Gli operai si insultavano scherzosamente, in dialetto, cavando anche in questa occasione argomenti regionalistici.

Si accusavano di scarso senso delle distanze (avevano trovato anche loro un pretesto, ma per divertirsi), e infine si accordarono: ci avrei messo quattro ore.

“Se cammina svelto, fa presto”, disse una voce dietro le mie spalle.

Guardai chi aveva parlato, era un giovane biondo. Piuttosto timido, quando lo guardai si impappinò a ripetermi la sua opinione, che non voleva essere affatto ironica.

Lungo la discesa, le compresse contro il mal di denti m’avevano tolto ogni appetito. Il caldo laggiù era insopportabile.

Affrontai la prima salita, ma non m’ero allontanato di cento passi che mi sentii chiamare: l’operaio biondo correva alla mia volta e, quando mi fu a poca distanza, disse: “Se prende la scorciatoia, risparmia metà tempo”.

Restò fermo a guardarmi, aspettando che gli chiedessi dov’era la scorciatoia.

Dove l’avevo visto quel giovane? Aveva una di quelle facce gentili da operaio, che si sono viste almeno una volta, forse affacciandosi al finestrino di un treno. O prestavo alla sua singolare bellezza più credito di quanto non convenisse?

Spesso ho ripensato a quel giovane (doveva avere un’anima da servizievole cameriere), ma vorrei dissipare ogni dubbio sull’importanza della sua presenza in questa storia. Era soltanto un operaio desideroso di essermi utile e di indicarmi una buona scorciatoia.

Il cielo mi guardi dall’insinuare il sospetto che egli sia più di una semplice comparsa, e che al suo intervento si debba quanto mi seguì.

Dopo due minuti arrivammo al bivio, dovevamo separarci. Gli offrii una sigaretta, ma l’accese male, soffiando come fa chi non sa fumare.

Aveva accettato per timidezza e ora mi guardava con due occhi di inferiore premiato. “Non potrà sbagliare”, disse quasi per sdebitarsi. E aggiunse un’osservazione scherzosa che aveva indubbiamente sentita da altri; si vergognava a riferirla, ma si decise: “Segua sempre il puzzo dei muli morti”.

“Lo so, grazie”.

C’era stata una morìa tra i muli della Sussistenza e tutti i sentieri dell’Africa puzzavano ormai di muli morti, di resti di muli divorati dagli animali notturni, di teschi che ridevano e brulicavano di vermi.

“Allora, buona fortuna, signor tenente”, e l’operaio si allontanò correndo.

Quest’augurio finì di precipitarmi il malumore: voglio dire che mi parve esagerato invocare l’aiuto della fortuna in quell’occasione.

Non andavo in battaglia, né avrei traversato le Alpi. Dovevo soltanto seguire una scorciatoia e arrivare in cima, sul ciglio dell’altipiano. Dovevo soltanto trovare un camion e la sera stessa avrei tagliato le pagine di un libro in un letto, il primo letto in diciotto mesi.

Pure, dopo che l’operaio m’ebbe gettato il suo augurio, come si getta una sfida, fui tentato di tornare indietro.

Per scongiuro toccai il legno di una pianta; ma le piante di quella boscaglia erano di cartapesta, veri fondi di magazzino dell’Universo.

“Soltanto un trovarobe senza scrupoli può averle messe in queste terre fuori mano”, dissi.

E a passo deciso imboccai la scorciatoia.

Questo è il primo capitolo di Tempo di uccidere, l’unico romanzo di Ennio Flaiano. Fu scritto su invito di Leo Longanesi e venne pubblicato nel 1947. Nello stesso anno vinse il premio Strega. Dal romanzo è stato tratto un film nel 1989, dal titolo omonimo, per la regia di Giuliano Montaldo, con Nicholas Cage, Ricky Tognazzi e Giancarlo Giannini. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

 

 

 

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