72 anni fa: il 16 novembre 1940 nella Polonia occupata i nazisti isolano il ghetto di Varsavia dal mondo esterno con un muro che lo circonda completamente

Dopo la conquista della Polonia e poi della Francia, i tedeschi mobilitarono civili polacchi e francesi per compensare, ma mai a sufficienza, la sempre più grave carenza di manodopera dell’economia tedesca. Tirando le somme, nell’autunno del 1940 lavoravano nel Reich più di due milioni di civili e prigionieri di guerra stranieri, pari al 10 per cento della forza lavoro totale. Ma i tedeschi rifiutarono di attingere a un’altra importante riserva di manodopera nei loro domini: gli ebrei polacchi. E vero che Hans Frank, il governatore tedesco della Polonia, il 26 ottobre 1939 emise un ordine che portò alla costituzione di squadre di forzati ebrei, ma si trattò più di una reazione ideologica che di un provvedimento economicamente razionale: nonostante l’acuta consapevolezza delle esigenze della produzione, fin dall’inizio i tedeschi sperperarono tutto il potenziale produttivo degli ebrei polacchi. Non soltanto rifiutarono di dare un’organizzazione efficiente al loro lavoro – erano tanto accecati dall’ideologia da accorgersi soltanto alla metà del 1940 che i lavoratori ebrei forse erano davvero in grado di dare un contributo economico e anche allora li utilizzarono con scarsa convinzione – ma presero anche misure che ne debilitarono le forze, tanto da farli morire a migliaia prima ancora dell’avvio formale della politica di sterminio.
Il ghetto di Varsavia offre l’esempio migliore. Nel momento di massimo affollamento il ghetto, che ospitava 445.000 persone, era la più grande concentrazione di ebrei, e di lavoratori ebrei, in Polonia. Le condizioni di vita sarebbero state del tutto irrazionali se nei progetti dei tedeschi per gli ebrei polacchi ci fosse stata anche solo l’ipotesi del lavoro produttivo; i tedeschi, invece, diedero una lezione da manuale su come ridurre rapidamente dei lavoratori sani e abili in ombre di esseri umani, decrepiti scheletri viventi, o cadaveri. Il ghetto rinserrava il 30 per cento della popolazione di Varsavia sul 2,4 per cento della sua superficie, con una densità di 125.000 persone per chilometro quadrato; nelle abitazioni la densità era di nove persone per ogni locale; acqua, riscaldamento e fognature erano catastroficamente inadeguati. Sarebbero bastate l’insostenibile sovrappopolazione e le pessime condizioni igieniche per scatenare malattie e contagi, ma a confronto con la situazione alimentare, equivalente a una pianificata politica della fame, anche quelle sofferenze disumane parevano quasi sopportabili. La razione quotidiana ufficiale per gli ebrei del ghetto di Varsavia era di 300 calorie, contro le 634 dei polacchi e le 2310 dei tedeschi; ma nemmeno quella misera razione veniva concessa loro per intero. Le conseguenze prevedibili, e previste, non tardarono a verificarsi: gli abitanti del ghetto precipitarono ben presto in uno stato di denutrizione permanente, divenendo pericolosamente deboli e inadatti al lavoro regolare, per non dire di un lavoro che richiedesse uno sforzo fisico. Il numero dei morti nel ghetto, soprattutto di fame e delle malattie collegate, fu altissimo, una media di 4650 al mese tra il maggio 1941 e il maggio 1942, più dell’1 per cento della popolazione al mese, il 12 per cento all’anno.
A Varsavia l’obiettivo dei tedeschi, che rispecchiava i provvedimenti sugli ebrei polacchi in genere, era di distruggerli, non di utilizzare la loro forza lavoro. Che già nel 1940 – ben prima della scelta formale dell’obiettivo alternativo dello sterminio, e prima dell’inizio della sua applicazione che avvenne qualche mese dopo, nel giugno 1941 – si fosse intenzionalmente trascurato di garantire agli ebrei uno stato di salute funzionale al lavoro è di per sé sufficiente ad attestare la marginalità delle considerazioni economiche nell’indirizzo della politica ebraica dei tedeschi, nonché l’inclinazione allo sterminio implicita nel loro antisemitismo razziale.
Tra il 1940 e il 1941 continuò il sacrificio della produttività economica degli ebrei polacchi, mentre nel contempo si precettavano lavoratori fra i popoli «inferiori» per compensare la crescente carenza di manodopera, che nel settembre 1941 toccava i 2,6 milioni di unità. Nel 1942, stando alle statistiche tedesche, nel Governatorato generale c’erano più di 1,4 milioni di lavoratori ebrei; circa 450.000 erano impiegati in modo permanente, mentre «980.000 lavorarono solo per un breve periodo». Anche di fronte alla carenza di manodopera, i tedeschi rifiutavano di utilizzare un milione di lavoratori ebrei.
Quando, tra l’autunno 1941 e il 1942, fu intensificata la mobilitazione al lavoro dei popoli non ebrei sottomessi, modificando per molti aspetti rilevanti la precedente politica, il contrasto con la «razionalità» dei provvedimenti concernenti gli ebrei divenne ancora più stridente. Nonostante la decisa, e fino ad allora vincente, opposizione ideologica all’impiego dei «subumani» russi in territorio tedesco – una posizione puramente ideologica che indusse i tedeschi a uccidere, soprattutto per fame, in meno di otto mesi, 2,8 milioni di prigionieri di guerra sovietici, giovani e sani – in quel periodo vi fu un’inversione di tendenza. Nel 1942, di fronte alle esigenze sempre più pressanti dell’economia, cessarono di affamare a morte i prigionieri sovietici per poterne utilizzare le braccia, tanto che nel 1944 i cittadini sovietici (molti non prigionieri di guerra) impiegati nell’economia tedesca erano 2,7 milioni. Eppure, in questo stesso periodo si costruirono i campi della morte, e cominciò la liquidazione sistematica degli ebrei d’Europa, quel grande serbatoio di braccia utili, e a volte insostituibili, a costo della chiusura di attività funzionali all’impegno bellico. Quando avviarono i progetti economici per il sistema dei campi, costruendo tra l’altro grossi complessi concentrazionari con impianti industriali, in Polonia ad Auschwitz, Groß-Rosen e Majdanek, in Austria a Mauthausen, in Germania a Buchenwald e Dachau, i tedeschi avevano dunque già ammazzato la maggioranza delle loro vittime ebree.

Se volete approfondire il punto più basso della storia del genere umano potete farlo sfogliando lo splendido saggio di Daniel Jonah Goldhagen I volenterosi carnefici di Hitler nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

In questa opera, Goldhagen elucida la sua tesi che i tedeschi ordinari non solo sapevano, ma sostenevano l’Olocausto, in base ad un particolare e virulento antisemitismo eliminazionista che formava parte della loro identità e che si era sviluppato nei secoli precedenti. Questo libro, di grande successo ma controverso prese spunto dalla tesi dottorale di Goldhagen ad Harvard, che vinse nel 1994 il “Premio Gabriel A. Almond” della American Political Science Association in politica comparativa.

Secondo il The New York Times, I volonterosi carnefici di Hitler appena uscito attirò grande ostilità in Germania, e successivamente lanciò un dibattito critico su scala nazionale in tale nazione. Alla fine del 1996, Goldhagen visitò Berlino per partecipare al dibattito in televisione e in conferenze sempre con “tutto esaurito”. Goldhagen ricevette il prestigioso Democracy Prize nel 1997 dalla rivista tedesca Journal for German and International Politics, con la causale “…grazie alla penetrante qualità e forza morale della sua presentazione, Daniel Goldhagen ha scosso profondamente la coscienza del pubblico tedesco.” La laudatio, vinta per la prima volta dal 1990, fu presentata da Jürgen Habermas e Jan Philipp Reemtsma.

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