72 anni fa: l’11 novembre 1940 la Royal Navy lancia il primo attacco da portaerei della Storia sulla flotta della Regia Marina a Taranto

11 Novembre 1940 : il Disastro di Taranto

La notte dell’11 Novembre 1940, la Regia Marina Italiana subì un colpo durissimo ad opera della Fleet Air Arm ( Aviazione di Marina ) della Royal Navy Britannica. Con un attacco audacemente concepito, ed altrettanto audacemente portato a termine contando sull’effetto sorpresa, pochi antiquati biplani inglesi riuscirono in un colpo solo a mettere fuori combattimento la maggior parte della flotta da guerra italiana, ancorata nel porto di Taranto. Quando non molto tempo dopo l’ Ammiraglio giapponese Yamamoto ricevette l’ordine di pianificare l’ attacco nipponico alla flotta americana di stanza alle Hawaii, egli prese l’ operazione britannica a modello per il suo piano di attacco a Pearl Harbor.

Il giorno dopo l’ attacco, il 12 Novembre, Winston Churchill commentò con queste parole alla Camera dei Comuni il pieno successo dell’operazione : “ Un colpo paralizzante “. Ed in effetti per la Gran Bretagna si trattò di molto di più di una battaglia vinta : per gli Inglesi il felice esito della Operation Judgement ( Operazione Giudizio ) significò la certezza che la potente flotta italiana non avrebbe mai più potuto dominare il Mare Mediterraneo, e che questo non sarebbe mai stato il “ Mare Nostrum “ vantato dalla propaganda del regime fascista di Mussolini. Ad appena cinque mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, il colpo di Taranto avrebbe avuto effetti fondamentali sullo sviluppo delle operazioni in Africa Settentrionale, ed in generale anche sui fronti più lontani che necessitassero di rifornimenti via mare. La disfatta della Regia Marina Italiana, che pure godeva di una meritata stima di efficienza e professionalità, fu dovuta in parti pressoché uguali all’estrema accuratezza con cui da parte inglese fu preparata e svolta l’ intera operazione, e per contro dalla colpevole imprevidenza delle alte sfere italiane.

L’ Ammiragliato Britannico dal canto suo aveva invece evidenziato una notevole lungimiranza. Un piano specifico progenitore della Operazione Judgement era stato messo a punto fin dal 1938, nella previsione che in caso di guerra con l’ Italia fascista sarebbe stato assolutamente necessario neutralizzare per quanto possibile la temibile flotta italiana al fine di garantire l’ agibilità del Mediterraneo al traffico navale inglese. Un attacco in grande stile alla base navale di Taranto, operazione di per sé difficile e dall’esito incerto, se condotto a termine con un pizzico di fortuna, avrebbe ottenuto il risultato di compromettere gravemente le possibilità operative della Regia Marina, che se in termini complessivi era indubbiamente inferiore alla Royal Navy, nel teatro del Mediterraneo poteva invece vantare una netta superiorità sulle forze che la Marina Britannica era in grado di schierare a Gibilterra ed Alessandria d’ Egitto, sia in termini numerici che in termini qualitativi. Trascurando le unità minori, incrociatori, sommergibili e cacciatorpediniere, la Marina Italiana poteva contare su ben sei corazzate, di cui quattro ( Giulio Cesare, Caio Duilio, Cavour e Andrea Doria ) non nuove ma del tutto rimodernate ) e soprattutto le nuovissime Vittorio Veneto e Littorio da 43.000 tonnellate, che insieme alla tedesca Bismarck rappresentavano quanto di più moderno e potente avesse prodotto negli ultimi anni l’ ingegneria navale internazionale.

Corazzata Giulio Cesare – 29.000 tons. – 10 Cannoni da 320 mm.

Corazzata Caio Duilio – 29.000 tons. – 10 Cannoni da 320 mm.

Corazzata Cavour – 29.000 tons. – 10 Cannoni da 320 mm.

Corazzata Andrea Doria – 29.000 tons. – 10 Cannoni da 320 mm.

Corazzata Vittorio Veneto – 43.600 tons. – 9 Cannoni da 381 mm.

Corazzata Littorio – 43.800 tons. – 9 Cannoni da 381 mm.

Lo stesso Winston Churchill era stato uno degli ispiratori della Operazione Judgement, ma indubbiamente il maggior artefice del successo britannico fu l’ Ammiraglio Sir Andrew Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy dal 1939 al 1942, e nel 1943 Sovraintendente allo Sbarco Alleato in Sicilia in Luglio ed alla resa della flotta italiana a Malta in Settembre, e che alcuni considerano essere stato il più brillante comandante della marina da guerra inglese dopo Horatio Nelson.

Comandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy

Con l’ entrata in guerra dell’Italia il 10 Giugno 1940, per gli Inglesi divenne una realtà quella che fino a quel momento era stata una ipotesi di scuola : la necessità assoluta di proteggere dalla minaccia della Regia Marina innanzitutto i convogli di rifornimenti per Malta, vitale base strategica della Royal Navy al centro del Mediterraneo, che fin dal primo giorno delle ostilità aveva iniziato ad essere oggetto di pesanti attacchi aerei. Secondo i piani originari, la Operazione Judgement avrebbe dovuto svolgersi la sera del 21 Ottobre, 135° anniversario della storica vittoria di Nelson a Trafalgar, ma venne differita per due volte in seguito ad imprevisti. Era inizialmente previsto l’ impiego di due portaerei, la vecchia HMS Eagle e la più moderna HMS Illustrious, ma prima unità aveva dovuto essere scartata perché afflitta da avarie non rimediabili in breve tempo.

La HMS Eagle cedette cinque dei suoi velivoli alla HMS Illustrious, che a questo punto avrebbe intrapreso la missione da sola. A bordo della nave venne costituita la forza di attacco composta di ventiquattro aerei Fairey Swordfish Mk I, appartenenti ai reparti 813th, 815th, 819th e 824th Naval Air Squadron della Fleet Air Arm. Il comando della formazione venne affidato al Lieutenant Commander Kenneth Williamson.

Portaerei HMS Illustrious

 

Gli aerei destinati all’operazione erano dei biplani di concezione decisamente antiquata, popolarmente soprannominati dai loro equipaggi “ Stringbag “, che si potrebbe tradurre più o meno come “ valigia legata con lo spago “. Con l’ equipaggio scomodamente sistemato in una carlinga aperta come ai tempi della Prima Guerra Mondiale, erano tenuti in aria da un motore che erogava una potenza di circa 690 HP, la quale consentiva una velocità massima di 230 Km / h. Ciò significava una velocità di crociera che oscillava tra i 160 ed i 180 Km / h., una velocità inferiore a quella delle locomotive a vapore inglesi di ultima generazione. Sorprendentemente, anche dopo l’ exploit di Taranto, questo aereo indiscutibilmente obsoleto non solo rimase in servizio attivo per tutto il resto della guerra, rivelandosi alla prova dei fatti migliore dei modelli più moderni che avrebbero dovuto rimpiazzarlo, ma anzi coprendosi ulteriormente di gloria, in particolar modo durante l’ attacco portato alla corazzata tedesca Bismarck nel maggio 1941.

Missione questa che ottenne il risultato fondamentale di danneggiare in modo irreparabile i timoni della nave tedesca, che impossibilitata a manovrare si ritrovò in balia della flotta britannica che serrava sotto per finirla. Gli Swordfish ( Pescespada ) ebbero altresì modo di distinguersi nel servizio sulle portaerei di scorta ai convogli navali alleati nell’Atlantico e nell’Artico, risultando al termine della guerra il velivolo inglese imbarcato che aveva totalizzato il maggior numero di sommergibili tedeschi affondati ( dieci in azione autonoma ed altri nove in azione congiunta con altri aerei e navi britanniche ).

Fairey Swordfish Mk I dello 810th Naval Air Squadron pilotato dal Lieutenant Commander Kenneth Williamson Capo Formazione nell’ attacco a Taranto
Costruttore Fairey Aviation Co. – Primo Volo 17 / 04 / 1934 – Entrata in Servizio 1936 Equipaggio 2 / 3 Uomini – Esemplari costruiti 2392 Lunghezza 11,12 m. – Altezza 3,93 m. – Apertura Alare 13,92 m. Superficie Alare 56,39 mq. – Peso a vuoto 2132 Kg. – Peso max. al decollo 3406 Kg. Motore radiale Bristol Pegasus III M3 – Potenza 690 HP – Velocità max. 230 Km / h. Velocità di Crociera 170 Km / h. – Autonomia 1658 Km. – Quota di Tangenza 3260 m. Armamento : una Mitragliatrice fissa Vickers Mk II da 7,7 mm. con seicento colpi sul lato destro del muso ed una Mitragliatrice Vickers K o Lewis da 7,7 mm. con sei tamburi da cento colpi brandeggiabile nella parte posteriore della carlinga Armamento di caduta : un Siluro da 457 mm. del peso di 760 kg. o in alternativa Bombe di vario calibro fino ad un max. di 680 kg.

 

Come ricordato all’inizio, il disastro di Taranto fu causato almeno per metà dalla colpevole negligenza, per non dire inettitudine, di Supermarina, il comando supremo della Regia Marina Italiana. Tale inettitudine si manifestò nel modo più chiaro prima di tutto dal punto di vista strategico. Non erano infatti mancate avvisaglie più che eloquenti di quello che era del tutto logico aspettarsi. Infatti, alcuni mesi prima di Taranto, per la precisione nei giorni 3 e 7 Luglio, la Forza H della Royal Navy, guidata dall’Ammiraglio James Somerville, aveva semidistrutto la flotta francese, ancorata nei porti algerini di Orano e Mers el Kebir. Con un pesante bombardamento navale combinato con un attacco degli aeroplani imbarcati su portaerei, erano state messe fuori combattimento le corazzate francesi Dunkerque, Bretagne e Provence. Se gli Inglesi non si erano fatto alcuno scrupolo nel bombardare la flotta di una nazione di cui erano alleati fino a qualche settimana prima, nel timore che sue potenti navi potessero passare sotto il controllo tedesco, non si capisce in alcun modo perché avrebbe dovuto avere maggiori riguardi per una nazione come l’ Italia con la quale erano in dichiarato stato di belligeranza. Un prossimo attacco inglese contro la flotta italiana, concentrata nella base di Taranto, era quindi nell’ordine naturale delle cose. Eppure, incredibilmente, la tragedia della flotta francese bombardata dai suoi ex alleati venne del tutto sottovalutata, e non venne presa nessuna particolare e speciale precauzione per proteggere le nostre navi, che nel porto ionico seguitarono ad essere disposte in bell’ordine come per una parata, bersagli ideali per piloti ben addestrati e motivati come erano quelli britannici. Ancora peggio, sul piano tattico, grazie anche alla scarsa collaborazione tra i nostri Comandi della Marina e della Aviazione, non venne in alcun modo efficacemente contrastata la invece esemplare attività di ricognizione aerea svolta dagli aerei inglesi di stanza a Malta, ai quali spetta una parte considerevole del successo della Operazione Judgement. Gli equipaggi dei quadrimotori Short Sunderland e dei bimotori Martin Maryland di fabbricazione americana, furono infatti infaticabili ed agirono con uno scrupolo ed una competenza davvero notevoli, assicurando al Comando della Royal Navy ed agli equipaggi dei velivoli destinati alla missione un aggiornamento quasi quotidiano della posizione delle navi italiane in porto.

Idrovolante Short Sunderland Mk I del tipo impiegato dalla RAF per la ricognizione aerea su Taranto

La HMS Illustrious lasciò il porto di Alessandria d’ Egitto con le sue navi di scorta il giorno 6 Novembre, e dopo essersi congiunta con un’ altra squadra navale britannica proveniente da Gibilterra, si ancorò a Malta il giorno 9, dopo essere sfilata a non grande distanza da Taranto. Queste mosse inglesi non passarono inosservate agli Italiani, eppure anche in questa occasione l’ alto comando di Supermarina dette prova di una insipienza davvero stupefacente : infatti non solo le navi, nuovissime ed in netto rapporto di superiorità numerica e qualitativa sul nemico, non furono fatte uscire in mare per ingaggiare una battaglia che aveva tutte le prospettive del successo, ma addirittura di nuovo non furono emanate disposizioni per instaurare un particolare stato di allerta nella base navale, o perlomeno per trasferire le unità disperdendole su altre basi, sottraendole così ad una imminente e probabile azione offensiva.

Il giorno 10, la flotta inglese salpò da Malta per eseguire la missione contro la flotta italiana. All’inizio l’ operazione non sembrò avviarsi nel migliore dei modi. Quel giorno prima dell’attacco, un aereo fu costretto da un guasto al motore ad un ammaraggio forzato durante una esercitazione, e lo stesso inconveniente si verificò il giorno dopo con un altro apparecchio. Si scoprì che uno dei serbatoi per carburante avio della nave era stato contaminato da acqua di mare, e fu pertanto necessario asciugare gli impianti del carburante degli aerei prima di rifornirli nuovamente. Poche ore prima della missione, un terzo aereo ebbe anch’esso problemi al motore, e di conseguenza rimasero ventuno velivoli disponibili per l’ operazione. Durante la navigazione verso l’ obiettivo, svolse un ruolo importante anche l’ efficace azione di protezione aerea del convoglio effettuata dai caccia Fairey Fulmar Mk I del 806th Naval Air Squadron imbarcato sulla Illustrious, che abbatterono i ricognitori italiani che avrebbero potuto segnalare l’ arrivo della flotta britannica, la quale poté così portarsi a distanza utile del tutto indisturbata.

Alle ore 18.00 dell’11 Novembre, al largo dell’Isola di Zante nel Peloponneso, la HMS Illustrious si staccò dal resto della squadra, scortata a distanza dagli incrociatori HMS Berwick, HMS Glasgow, HMS Gloucester ed HMS York, e dai cacciatorpediniere HMS Hasty, HMS Havoc, HMS Hyperion ed HMS Ilex. L’ attacco venne infine lanciato nella notte tra l’ 11 ed il 12 Novembre, notte di luna piena. Gli aerei erano stati in modo opportuno equipaggiati con serbatoi supplementari di carburante appesi sotto le ali per estenderne l’ autonomia. La forza di attacco sarebbe stata divisa in due ondate, la prima composta di dodici aeroplani e la seconda di nove. I primi due aerei della prima ondata avevano il compito di illuminare con bengala il porto di Taranto, in modo che gli altri, equipaggiati con siluri e bombe, potessero mirare con maggiore facilità agli obiettivi prescelti. Questi erano le navi italiane per gli aerei equipaggiati con siluri, e le installazioni portuali, con particolare attenzione per i depositi di carburante, per gli aerei equipaggiati invece con carico di bombe. Alle ore 20.35, ad una distanza da Taranto di 170 miglia marine ( ca. 315 km. ) decollò la prima ondata di apparecchi, otto armati con siluri e quattro con bombe. Gli Swordfish si radunarono nella formazione prevista per l’ attacco ad una quota di circa 1500 metri. Quattro di loro persero momentaneamente la rotta e arrivarono quindi in ritardo sull’obiettivo, ma questo inconveniente non influì in alcun modo sul buon esito dell’ operazione, tanto sbalorditiva fu per gli Inglesi la imprevidenza italiana.

Un idrovolante Sunderland della RAF tenne sotto controllo il porto di Taranto fino alle ore 22.30, per assicurarsi che le navi italiane non si fossero mosse dai loro ancoraggi. La ricognizione britannica vigilò dunque fin quasi all’ultimo momento, e i piloti inglesi, che avevano avuto modo di studiare a lungo migliaia di nitidissime fotografie, conoscevano la posizione della flotta italiana come il contenuto delle loro tasche. Mentre gli aerei si avvicinavano al loro obiettivo, a Taranto regnava una calma perfetta. La base era difesa da terra da 101 cannoni antiaerei, cui si aggiungevano 68 mitragliatrici pesanti e 109 mitragliatrici leggere, senza contare le armi imbarcate sulla navi da guerra. Tuttavia alcuni dei palloni frenati che erano stati posti a protezione delle navi erano stati strappati dal vento, e nelle reti antisiluro si aprivano inammissibili varchi, che ancora una volta gli Inglesi conoscevano alla perfezione grazie alla loro efficacissima ricognizione.

Alle ore 23.02 la prima formazione di Swordfish giunse su Taranto. L’ aereo di testa seminò come previsto otto bengala che illuminarono a giorno il porto e le navi ancorate alla fonda. Per primi si lanciarono all’attacco gli aerei equipaggiati con bombe, lanciandosi in picchiata da 2.200 m. di quota e sganciando tra i 900 ed i 500 m. I piloti non notarono esplosioni sulle navi, ma colpirono un hangar di idrovolanti ed un deposito di carburante. Nel frattempo la difesa contraerea aveva reagito ed era entrata in azione, aprendo un fuoco convulso in tutte le direzioni. Ma ora si facevano sotto gli aerosiluranti, che venivano avanti volando a pelo d’ acqua, penetrando attraverso i varchi aperti nello sbarramento dei palloni frenati e delle reti antisiluro. Il primo aereo della formazione venne abbattuto dal fuoco contraereo, ma il secondo lanciò il suo siluro a meno di 700 m. dalla Cavour, e la colpì in pieno.

Gli Swordfish della Fleet Air Arm all’attacco

 

La Corazzata Cavour colpita dal siluro

 

Il terzo aerosilurante prese di mira la Caio Duilio, ma la mancò. Gli altri attaccarono la Littorio lanciando i siluri da appena 400 m., e videro alzarsi dalla nave grandi volute di fumo rosso. Almeno due siluri erano andati indiscutibilmente a bersaglio. Mentre la prima ondata di Swordfish si ritirava dopo aver compiuto l’ attacco, giungeva sul porto la seconda, decollata dal ponte di volo della HMS Illustrious tra le 21.34 e le 21.38. Durante le manovre di decollo si verificarono diversi incidenti, che obbligarono quattro aerei ad abbandonare la missione. Furono così soltanto cinque i velivoli della seconda ondata che attaccarono poco dopo la mezzanotte, quando già la base era sconvolta dagli effetti della incursione precedente. Anche stavolta il porto fu illuminato a giorno dai bengala, ed uno degli attaccanti precipitò quasi subito centrato dal fuoco contraereo; ma gli altri quattro riuscirono a centrare con i siluri la Littorio ( per la terza volta ) e la Caio Duilio, nonché a colpire con le bombe l’ incrociatore Trento ed i cacciatorpediniere Libeccio e Pessagno. Dopo aver sganciato il loro carico con questi notevoli risultati, gli Swordfish ripresero la via del mare, ed entro le 03.00 del mattino del 12 Novembre i velivoli superstiti erano tutti rientrati alla base di partenza. L’ Operazione Judgement si era dunque conclusa. Nel corso dell’ operazione la forza d’ attacco aveva perduto soltanto due aeroplani, abbattuti dalla contraerea italiana. Uno dei due equipaggi perse la vita, l’ altro invece sopravvisse e venne fatto prigioniero dagli Italiani.

A fronte di queste perdite decisamente modeste, la Royal Navy aveva per contro conseguito un successo che andava al di là di ogni più rosea previsione : tre potenti navi da battaglia affondate, o quantomeno messe a lungo fuori combattimento, e gravi danni inferti anche ad un incrociatore e due cacciatorpediniere. Oltre a ciò, gli incrociatori inglesi che si erano inoltrati nel Canale d’ Otranto avevano sorpreso quattro ignari piroscafi italiani, che vennero senz’ altro colati a picco in breve tempo. Se dunque Winston Churchill aveva ottimi motivi per gioire e celebrare il successo britannico alla Camera dei Comuni, per l’ Italia fascista il bilancio da registrare era quello di una vera e propria disfatta. I danni gravissimi riportati dalla nostra flotta furono in qualche modo limitati dai bassi fondali del porto di Taranto, che impedirono che le navi colpite si inabissassero senza rimedio; ma anche nella migliore delle ipotesi, il recupero delle unità colpite avrebbe richiesto mesi e mesi di lavoro, nonché l’ impiego di risorse ingentissime che avrebbero potuto invece essere altrimenti destinate. Ma se le conseguenze di carattere tattico del disastro di Taranto furono già di per sé molto gravi, ben più pesanti furono quelle di carattere strategico, che influirono in modo fondamentale sui successivi sviluppi della guerra nel Mediterraneo. Nonostante la propaganda del regime si sforzasse ovviamente di minimizzare in ogni modo la portata dell’evento che non poteva essere passato sotto silenzio, parlando di danni limitati e perdite insignificanti, in realtà l’ attacco inglese aveva per davvero inferto un “ colpo paralizzante “ alla vanagloria fascista. Per ordini superiori, dopo la notte di Taranto e in attesa che le unità colpite venissero riparate, quel che restava della nostra flotta da guerra venne da lì in poi impiegato in azione con estrema prudenza, riluttanza e parsimonia, nel timor panico di poter subire nuovamente irreparabili perdite. Con questo atteggiamento rinunciatario, la Regia Marina che pure era ancora potente diventava di fatto inutile. E difatti essa di conseguenza non poté giocare il ruolo strategico che sarebbe stato di sua spettanza, non riuscendo più ad assicurare nemmeno la necessaria scorta e protezione ai nostri convogli navali in rotta verso l’ Africa del Nord, che infatti furono decimati dalla interdizione navale ed aerea britannica.

La Corazzata Cavour affondata nel Porto di Taranto la mattina del 12 Novembre 1940

Dal punto di vista strategico quindi, il Mediterraneo non era più, ammesso che lo fosse mai stato, il “ Mare Nostrum “ vantato dalla propaganda mussoliniana, né mai più lo sarebbe stato in futuro. Dal punto di vista tattico, la Operazione Judgement fu invece un esempio di audacia ed estrema professionalità da parte inglese, e per contro di colpevole insipienza e superficialità da parte italiana. Come già ricordato in apertura, l’ ammiraglio Yamamoto prese questa operazione a modello quando si trattò di organizzare l’ attacco giapponese a Pear Harbor. Ma c’ è almeno un aspetto che diversifica nettamente le due azioni, entrambe esemplarmente efficaci nel raggiungere il risultato : l’ attacco nipponico fu effettuato da centinaia di aeroplani moderni, che erano per certi versi tecnicamente all’avanguardia; l’ impresa di Taranto fu invece portata a termine da diciassette “ valigie legate con lo spago “ vecchie e lentissime, che con pochi siluri e poche bombe a basso potenziale avevano sfidato e vinto una delle flotte più potenti del mondo, difesa solo da terra da un complesso di 278 bocche da fuoco. Il che, a nostro giudizio, aggiunge un tocco di romanticismo epico a tutta la storia.

La Corazzata Littorio affondata nel Porto di Taranto la mattina del 12 Novembre 1940

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Giorgio Bonacina: La tragica Notte di Taranto articolo pubblicato su “ Storia Illustrata “ N° 157 del Dicembre 1970 – Pgg. 20 / 29 Arnoldo Mondadori Editore – Milano 1970

David Wragg: Fleet Air Arm Handbook 1939 / 1945 Cap. II – Pgg. 17 / 19 Sutton Publishing Ltd – Stroud, England 2001

Il Porto di Taranto il 12 Novembre 1940 in una fotografia della Ricognizione Britannica con le navi italiane colpite ancora fumanti

Questo articolo è stato scritto dall’amico prof. Pier Luigi Menegatti, al quale va come sempre la nostra gratitudine.

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