95 anni fa: il 7 novembre 1917, in Russia, esplode la Rivoluzione d’Ottobre (la Russia usava ancora il calendario Giuliano, i riferimenti dell’epoca indicano quindi la data del 25 ottobre)

Da diverse settimane Pietrogrado era grigia e te­tra, e i cittadini si affrettavano al lavoro sotto una pioggerella gelata. Ma la mattina del 25 ottobre* 1917 il tempo era chiaro e freddo. Il sole brillava sull’istituto Smolny, fino a poco tempo prima scuola di perfezionamento per le fanciulle dell’aristocrazia della Russia imperiale. Uomini in uniformi raccogliticce sostavano accanto ai muri imponenti, parlottando fra loro o sorvegliando il continuo afflusso di gente. All’interno dell’istituto regnava la confusione.
Vi circolava una folla di uomini coperti di fango; per la maggior parte erano membri del Soviet dei deputati, degli operai e dei soldati di Pietrogrado, l’organo rappresentativo che raccoglieva i delegati nominati nelle fabbriche e nei reparti militari della capitale. Gli altri, che arrivavano in numero crescente col passar delle ore, erano membri degli analoghi Soviet sparsi per tutta la Russia; stavano affluendo a Pietrogrado per un’assemblea decisiva fissata per quella sera: stava per iniziare il secondo Congresso russo dei Soviet.
I Soviet avevano assunto un ruolo del tutto particolare da quando, sette mesi prima, lo zar aveva abdicato ed era stato costituito un governo provvisorio. Ufficialmente, non avevano alcuna funzione nel nuovo governo, ma in effetti detenevano le leve del potere. Come rappresentanti diretti degli operai armati e dei soldati, erano arrivati a esercitare sul corso degli avvenimenti un’influenza maggiore di quella dello stesso governo provvisorio. Mentre quell’anno di rivoluzione si avvicinava alla stretta finale, il Soviet di Pietrogrado, il più forte e prestigioso, e molti dei Soviet di altre città si trovavano in conflitto con il governo. Nella capitale il controllo di numerosi edifici pubblici e dei servizi essenziali era stato già assunto dalle truppe e dalla guardia agli ordini del Soviet di Pietrogrado. Prima che nascesse l’alba del 26 ottobre, i delegati riuniti allo Smolny avrebbero presenziato e ratificato l’ascesa al potere di un gruppo di utopisti, decisi a distruggere il vecchio ordine e a creare la prima Repubblica socialista del mondo.
Quel giorno, allo Smolny, alcuni fra i presenti indossavano semplici abiti da lavoro, altri portavano gli stivali di feltro dei contadini; ma l’impressione generale era quella di gente in uniforme, perché la Russia era tuttora in guerra, il quarto anno della Prima Guerra mondiale: un evento disastroso che aveva portato a poche ma umilianti disfatte, a perdite umane incalcolabili, alla carestia, infine alla rivoluzione.
Per la Russia, infatti, la Prima Guerra mondiale costituì il rintocco funebre di tutta un’èra. Fra gli Alleati, le perdite più ingenti erano di parte russa, le cui truppe erano profondamente demoralizzate, talvolta al limite dell’ammutinamento. Rispetto al resto d’Europa, la Russia era una nazione arretrata, dove la rivoluzione industriale era appena agli inizi, impotente, quindi, a fornire sostegno a un grande esercito.
Nonostante l’emancipazione dei contadini fosse stata proclamata nel 1861, le radici della servitù della gleba erano tenacissime. I contadini pagavano ancora un tributo ai proprietari, che spesso incameravano la metà dei raccolti; un terzo dei contadini non aveva terre.
La rivoluzione del 1905 non aveva avuto effetti duraturi. Nicola II aveva mantenuto i poteri impliciti nel titolo di zar di tutte le Russie; la Duma, cioè il parlamento, alla cui istituzione lo zar aveva dovuto acconsentire il 17 ottobre 1905, era risultata avere, di parlamentare, la mera apparenza. Nel 1917 la popolazione era demoralizzata, i militari scontenti e mal guidati, la carenza di viveri gravissima. L’epicentro dell’agitazione era Pietrogrado: qui, nel 1917, tornarono dall’esilio, a dirigere il movimento rivoluzionario, Vladimir Iliè Ulianov Nikolaj Lenin e Lev Davidoviè Trotskij.

L’abdicazione dello zar
Avendo il dominio su più di 160 milioni, di sudditi, Nicola II non ebbe molte difficoltà a raccogliere un esercito di oltre 12 milioni di uomini per combattere contro la Germania e l’Austria-Ungheria. Ma i problemi logistici legati ai trasporti, all’addestramento, all’approvvigionamento di una massa cosi ingente di truppe erano troppo complessi per lo zar e per i suoi miopi consiglieri. Dalla debole industria nazionale non poteva venire che scarso aiuto, e cosi dalle allea­te Gran Bretagna è Francia, duramente impegnate per conto loro. Nel giro di alcuni mesi dalla dichiarazione di guerra, le truppe russe dovettero mettersi sulla difensiva; di tanto in tanto lanciavano disperati attacchi, che venivano però respinti da un ben trincerato avversario, la cui inferiorità numerica era più che compensata dalla superiorità di potenza di fuoco e abilità tattica.
Già entro i primi mesi del 1917 le forze nemiche avevano occupato la maggior parte delle provincie più occidentali dell’impero ed erano penetrate profondamente in territorio russo. Più di 9 milioni di Russi erano stati uccisi, feriti o fatti prigionieri.
Lo zar Nicola, uomo debole, di scarsa intelligenza, era dominato dalla moglie Alessandra (nata Alice d’Assia). Di aspetto regale, profondamente religiosa, la zarina nutriva una suprema ambizione: trasmettere il controllo totale dell’impero al figlio, lo zarevič Alessio, affetto da emofilia. Sempre tesa a questo suo scopo, da tempo subiva l’ascendente morboso di un uomo che si era scelta come consigliere: Grigori Rasputin, detto il “monaco folle”. Era costui un rozzo contadino, ma eloquente anche se ignorante; ubriacone, sudicio, lascivo, si era proclamato santo, ed era tuttavia dotato della inquietante capacità di dar sollievo allo zarevič durante le periodiche emorragie causate dalla malattia.
Quando la guerra stava per iniziare, Rasputin dominava praticamente la zarina e, attraverso di lei, influenzava lo stesso zar. Il 17 dicembre 1916 Rasputin fu assassinato da una congiura di aristocratici insofferenti del suo potere.
Circa tre mesi prima di morire, Rasputin aveva profetizzato la rivoluzione e la guerra civile. Tutto cominciò con un piccolo incidente. Durante l’inverno i poveri di Pietrogrado avevano molto sofferto della crescente penuria di viveri: il 23 febbraio 1917, infine, quando le donne della città appresero che il prezzo del pane era per l’ennesima volta aumentato, inscenarono una dimostrazione contro il governo. Centinaia di ferrovieri e di operai con bandiere rosse marciarono per le strade insieme con le donne, reclamando la fine della guerra.
La cavalleria cosacca investi la folla menando piattonate e scudisciate per disperderla. Ma a un osservatore attento l’abituale spietatezza di questi reparti poteva sembrare affievolita. Il giorno dopo, circa 200.000 lavoratori scesero compatti per le strade, e i cosacchi, che erano in effetti turbati dalla carneficina dei loro reggimenti al fronte non meno che dalle sofferenze della popolazione in patria, si rifiutarono di intervenire.
Quando, il 26, si trovò alla fine una piccola unità di truppe lealiste disposte a far fuoco sulla folla tuttora in tumulto, nelle varie caserme delle città gli altri soldati si ammutinarono e raggiunsero i manifestanti nelle strade; gli ufficiali che tentarono di fermarli vennero uccisi dai loro stessi uomini. Lo zar dichiarò sciolta la Duma, ma i membri di questa, di solito arrendevoli, respinsero l’intimazione e istituirono invece un comitato esecutivo che chiese poteri per ristabilire l’ordine. Lo stesso giorno risorse il Soviet di Pietrogrado (già apparso nel tentativo rivoluzionario del 1905) in rappresentanza di soldati, marinai e operai; i due organi non collaborarono, e anzi entrarono in concorrenza. Il comitato della Duma mirava a un governo costituzionale, il Soviet a una ben più radicale rivoluzione.
Allo zar, che era al fronte, presso il quartier generale, quegli avvenimenti apparvero remoti e poco importanti. Ma ben presto fu costretto a reagire: il 1° marzo, alla notizia che anche a Mosca erano scoppia­ ti moti rivoluzionari, decise di inviare forze scelte per pacificare la città. Ma anche quelle truppe si ammutinarono e si unirono al popolo che avevano avuto ordine di domare.
Il 2 marzo 1917, abbandonato dall’esercito, pressato da richieste di abdicazione, stanco di mente e di corpo, Nicola II, l’ultimo zar di tutte le Russie, abdicò per sé e per lo zareviè in favore del fratello Michele, che il giorno seguente rifiutò la successione al trono. La dinastia dei Romanov, vecchia di secoli, scivolò nell’ombra della storia, per emergerne brevemente e tragicamente nel luglio 1918, quando la famiglia reale, ridotta in prigionia, cadde davanti a un plotone d’esecuzione bolscevico.
L’abdicazione dello zar apri la strada alla formazione di un governo provvisorio, con ministri presi dal gruppo dirigente della Duma. Guidato dal principe Lvov, un aristocratico politicamente moderato, il governo era di fatto controllato dal ministro più dinamico, il socialista riformista Aleksandr Kerenskij, al quale l’influenza sui lavoratori e l’appartenenza al Soviet di Pietrogrado davano, almeno per il momento, un’incontestabile autorità. Pochi mesi dopo, Kerenskij assunse anche la carica formale di primo ministro.
Ma il suo tentativo di stabilire in Russia una democrazia parlamentare doveva fallire: si trattò di una sottile facciata di modello occidentale applicata allo Stato russo in sfacelo, e tutto il governo provvisorio venne coinvolto in una complicata sciarada in cui l’apparenza del potere celava il fatto che il potere reale stava affluendo nelle mani dei Soviet.

L’intervento di Lenin
Vladimir Ilije Ulianov, noto ai compagni e alla posterità come V.I. Lenin, era un intellettuale dagli occhi d’acciaio appartenente alla sinistra rivoluzionaria. Nato nel 1870, figlio di un ispettore scolastico, fu presto attratto dai movimenti di sinistra. Anche i fratelli e le sorelle di Lenin fecero parte di gruppi radicali, e anzi il fratello maggiore era stato giustiziato per aver partecipato a un complotto per assassina­re lo zar Alessandro III. Lenin si votò completamente alla distruzione dello zarismo e alla creazione di una società socialista. Arrestato due volte e due volte esiliato per attività rivoluzionarie, Lenin lasciò la Russia nel 1900, tornando a Pietrogrado (allora ancora Pietroburgo) dal 1905 al 1907.
Nei primi anni del 1900 il nome di Lenin era a un tempo rispettato e temuto negli ambienti radicali. Nel 1903 la sua intransigenza al Congresso di Londra aveva spaccato il partito socialdemocratico russo in due distinte correnti. Militante attivissimo, Lenin esigeva che il partito fosse organizzato in modo da poter fronteggiare le necessità di un’esistenza clandestina e cospirativa, e che i suoi membri, a null’altro devoti che alla rivoluzione, fossero pronti a seguire gli ordini con cieca obbedienza. I più furono d’accordo, per cui i seguaci di Lenin vennero chiamati “bolscevichi” (dal termine russo che significa “maggioranza”). Gli oppositori, che desideravano far nascere un movimento rivoluzionario di massa strettamente legato alle associazioni dei lavoratori e con aperto carattere riformista, vennero chiamati “menscevichi” (“minoranza”); per essi Lenin manifestava soltanto disprezzo.
La Guerra Mondiale sorprese Lenin in Polonia, donde poté però riparare nella neutrale Svizzera. Qui scrisse appassionati articoli per i giornali rivoluzionari, incitando gli operai a rovesciare lo zar. Quando, con sorpresa di Lenin, lo zar fu veramente rovesciato, il leader bolscevico si preoccupò del problema, apparentemente insolubile, di come attraversare la Germania e i territori da questa occupati per raggiungere Pietrogrado.
Ma accadde l’inatteso: il governo imperiale tedesco, intuendo che quel rivoluzionario poteva guidare un forte movimento che portasse la Russia fuori dalla guerra, permise a Lenin di tornare in patria attraverso la Germania. E non è escluso che denaro tedesco sia finito, per tali strumentali ragioni, in mani bolsceviche.
Lenin arrivò a Pietrogrado, alla stazione Finlandia, il 3 aprile 1917, e fu quasi sommerso dalle dimostrazioni di benvenuto. Parlando alla folla con accenti pieni di ardore, auspicò “la rivoluzione socialista in tutto il mondo”. Il giorno seguente definì “imperialista da cima a fondo” il governo provvisorio di Kerenskij e chiese che fosse rovesciato a favore di una “Repubblica dei Soviet … ”
Contestare il governo era un conto; rovesciarlo, un altro. In seno al Soviet di Pietrogrado di cui pure ancora per breve tempo Kerenskij avrebbe fatto parte i bolscevichi leninisti costituivano una piccola minoranza. Ma il programma di Lenin era fatto per trovare pronta accoglienza fra i soldati stanchi della guerra, gli operai affamati e i contadini senza terra.
Con lo slogan “Pace, pane e terra”, Lenin prometteva proprio ciò che il governo provvisorio di Kerenskij legato agli Alleati occidentali da trattati, da obblighi economici per i massicci prestiti e da vincoli d’onore non poteva dare. Nel corso del 1917 la situazione al fronte si deteriorò per il crescente numero di reparti che si ammutinavano o disertavano. L’azzardata e disperata offensiva ordinata da Kerenskij sul fronte meridionale si risolse in una disastrosa ritirata.
Nelle città e nelle campagne la situazione era altrettanto grave. A Pietrogrado e a Mosca l’inflazione selvaggia, la crescente carenza di farina e il collasso dei trasporti stavano rendendo il pane prezioso quanto l’oro. Nei latifondi, dove contadini assoldati dissodavano il terreno, la parola “rivoluzione” voleva dire riforma agraria. Per quanto si fosse impegnato a una ridistribuzione della terra, il governo non si decideva ad attuarla.
Sobillati da agitatori rivoluzionari, i contadini agirono da soli, incendiando le case dei proprietari, cacciando o uccidendo tutti i nobili che trovavano e impadronendosi della terra. In quell’atmosfera caotica il partito bolscevico di Lenin trovò un terreno favorevole. Presto avrebbe trovato anche il suo propagandista più efficace.

“Tutto il potere ai Soviet”
Lev Davidoviè Bronstein, conosciuto come Lev (Leone) Trotskij, era nato nella Russia meridionale nel 1879, figlio di un agiato agricoltore ebreo. Non aveva ancora vent’anni quando organizzò uno sciopero dei dipendenti del padre. Al pari di Lenin, per due volte fu arrestato e imprigionato dalla polizia zarista. Nelle pause di libertà divenne ben noto nei circoli di estrema sinistra. Trotskij ebbe notizia della rivoluzione di febbraio mentre si trovava a New York, dove dirigeva un giornale di emigrati russi. Il 4 maggio 1917 tornò a Pietrogrado.
Per quanto, in passato, Trotskij avesse avuto profonde divergenze con Lenin circa la struttura e la dottrina del partito, ora l’accordo politico era perfetto, e in breve di Lenin egli divenne uno dei più stretti collaboratori. Eletto nel Soviet di Pietrogrado, Trotskij usò il suo fortissimo ascendente per rovesciare il governo provvisorio. Con Lenin, lanciò la parola d’ordine: “Tutto il potere ai Soviet”.
Sembrò, in principio, uno slogan molto velleitario. Al primo Congresso dei Soviet di tutta la Russia, tenuto a Pietrogrado fra il 3 e il 24 giugno 1917, i bolscevichi avevano solo 137 seggi su l. 090; ma, in un’atmosfera cosi incandescente, chi oggi era menscevico poteva l’indomani essere bolscevico. La pressione esercitata dalle dimostrazioni di piazza, la protesta nelle fabbriche e l’agitazione nell’esercito favorivano un rapido spostamento di alleanze. Il 2 luglio migliaia di soldati e marinai si unirono ai dimostranti nelle strade; la folla invase il palazzo di Tauride dove era riunito il Soviet di Pietrogrado, e ne minacciò i capi. Il governo di Kerenskij prese a pretesto i tumulti per arrestare Trotskij e altri dirigenti bolscevichi, per sopprimere il loro giornale Pravda (“Verità”), per lanciare contro Lenin, riparato intanto in Finlandia, l’accusa di essere un agente tedesco e quindi per emettere contro di lui mandato d’arresto.
Quando l’8 luglio, Kerenskij fu ufficialmente nominato primo ministro, si adoperò immediatamente per formare un Gabinetto di coalizione di socialisti radicali e moderati. Per tranquillizzare la destra, ordinò di cessare le requisizioni dei latifondi. Inoltre, sperando di indebolire il Soviet di Pietrogrado con l’isolarlo, ne trasferì la sede all’istituto Smolny, alla periferia orientale della città.
Ma il colpo dal quale Kerenskij non si riebbe venne da destra. Il 28 agosto il generale Lavr Kornilov, comandante in capo del fronte occidentale russo, tentò di lanciare un attacco su Pietrogrado; Kerenskij fronteggiò quella minaccia con una mossa imprudente. Distribuì armi agli operai perché resistessero alle truppe di Kornilov. Il colpo di Stato di Kornilov i cui uomini, sobillati da agenti del Soviet, disertarono falli. Corsero voci della partecipazione dello stesso Kerenskij a quel complotto, voci di cui i bolscevichi approfittarono per esacerbare gli animi degli operai in armi e dei soldati malcontenti.
Un repentino cambiamento di umori spazzò la città: nel settembre al Soviet di Pietrogrado venne eletta una maggioranza bolscevica. Kerenskij, con affannosa manovra, il 14 settembre proclamò la Repubblica.

Il successo della rivoluzione
Dall’esilio finlandese Lenin guardava a questi avvenimenti con crescente ottimismo, e il 7 ottobre, ben­ché ricercato dalla giustizia, fece ritorno a Pietrogrado. Quando, il 9 ottobre, Kerenskij ordinò l’allontanamento dalla città di parecchi reparti militari, corse voce che il governo intendesse consegnare Pietrogrado alla Germania pur di impedire un successo dei bolscevichi. Il Soviet di Pietrogrado rispose autorizzando la creazione di un comitato militare rivoluzionario che prendesse il comando delle guarnigioni e organizzasse reparti armati di operai nelle fabbriche, le “guardie rosse”. Nel frattempo i bolscevichi incitavano apertamente alla ribellione contro il governo di Kerenskij. Trotskij correva di fabbrica in fabbrica, di caserma in caserma, esortando operai e soldati alla lotta.
Il 23 ottobre, senza sparare un sol colpo, un reparto di guardie rosse assunse il controllo dell’antica fortezza di Pietro e Paolo. Con questa azione, anche se pochi al momento se ne resero conto, ebbe inizio la Rivoluzione bolscevica.
Alle 23 del 24 ottobre Lenin lasciò il suo rifugio e si 1 d!) recò allo Smolny. Poco soddisfatto del procedere delle cose e non sicuro di possedere la maggioranza in seno al Soviet, Lenin aveva già rivolto alla popolazione un chiaro appello alla rivolta. Piccole bande armate di bolscevichi circolavano cautamente per la città, trovando niente più che un accenno di resistenza. I centri del governo provvisorio stavano crollando. Alle 6 del mattino del 25 ottobre la centrale telefonica, la banca di Stato, il Tesoro, la posta centrale, la principale stazione ferroviaria, le centrali elettriche erano in mano ai bolscevichi.
L’incrociatore Aurora, la rossa bandiera della rivoluzione al vento, era all’àncora sul fiume Neva. Aveva i cannoni puntati sul Palazzo d’Inverno, dove Kerenskij, esitante, stava cercando di prendere una decisione. Nelle prime ore del mattino del giorno 25 un aiutante di campo gli riassunse brutalmente la situazione: “Non rimane una sola unità sulla quale il governo possa contare”. Sperando di raccogliere truppe fedeli fuori città, Kerenskij lasciò il palazzo poco prima di mezzogiorno; non riuscendo a ottenere aiuto, parti per l’esilio. Trovò rifugio negli Stati Uniti, dove visse fino al 1970, morendo ottantanovenne a New York. Lenin, rivolgendosi per la prima volta in pubblico al Soviet, dichiarò trionfalmente: “I poteri dello Stato sono passati nelle mani del Soviet di Pietrogrado… Evviva la rivoluzione degli operai, dei soldati, dei contadini!”
Mentre l’oscurità scendeva sulla capitale, truppe lealiste prendevano posizione all’interno’ e all’esterno del Palazzo d’Inverno. Alle 21.35 l’incrociatore Aurora sparò un colpo d’avvertimento e cominciò a bombardare il palazzo. La maggior parte dei funzionari che vi si trovavano si arrese immediatamente alle guardie rosse; quindi i bolscevichi vi fecero irruzione, costringendo le truppe governative all’inevitabile resa. Infine, alle 2.10 del mattino del giorno 26, gli ultimi ministri del governo provvisorio capitolarono formalmente.
Nel frattempo, allo Smolny, si era finalmente aperto il Congresso generale dei Soviet. Trotskij replicò alle accuse di tradimento, lanciategli dai delegati antibolscevichi, con insulti sprezzanti. « Siete dei miserabili falliti» gridò, « la vostra parte è finita, andate dove dovreste essere: nella pattumiera della storia ». Il Congresso, in cui i bolscevichi detenevano la maggioranza, approvò il fatto compiuto insurrezionale e autorizzò la formazione di un nuovo governo, con Lenin presidente, Trotskij commissario degli esteri e Josif Stalin, aderente alle tesi di Lenin e primo direttore della Pravda, commissario alle Nazionalità. Era nato, per la prima volta al mondo, un governo che si definiva “comunista” (termine che era stato usato per la prima volta da Lenin nell’aprile di quel 1917).
Alla Rivoluzione d’ottobre segui un’ondata devastatrice di spargimenti di sangue, privazioni, miseria e morte. A Mosca un reparto di allievi ufficiali leali a Kerenskij si impadronì del Cremlino, e massacrò le guardie rosse che vi aveva catturato. Il 29 ottobre le guardie rosse bombardarono le spesse mura del Cremlino, aprendovi una breccia: quattro giorni più tardi presero d’assalto la vecchia fortezza e distrusse­ro l’ultimo nucleo di resistenza.
Il futuro della nazione stava nell’immensa campagna; soltanto assicurandosi la lealtà dei contadini i bolscevichi potevano mantenersi al potere. Primo obiettivo fu quello di mantenere le promesse di pace. Nel marzo 1918 Lenin, nonostante un’aspra opposizione, obbligò il governo a sottostare alle dure richieste della Germania firmando il Trattato di Brest­ Litovsk. La Russia perdeva la provincia finlandese, l’Ucraina ricca di grano, i suoi territori polacchi e l’Estonia, la Lettonia e la Lituania. Perdeva, cioè, circa il 34% della popolazione, il 90% delle miniere di carbone, il 32% del terreno agricolo. (La Russia riottenne in seguito molto di quello che aveva dovuto cedere.)
Nel frattempo, la nazione era piombata in una rovinosa guerra civile. Nel maggio 1918 un’armata Bianca (non comunista) di cosacchi scatenò la lotta. Le potenze ex alleate della Russia, temendo il contagio rivoluzionario, stabilirono quello che fu chiamato il “cordone sanitario” antibolscevico, ossia un duro blocco navale, e inviarono armi e aiuti alle forze bianche, finendo poi con l’inviare truppe proprie. A oriente il Giappone occupò punti strategici in Siberia, dove si videro anche truppe americane. Gli Inglesi sbarcarono a nord, ad Arcangelo; e i Francesi a sud, in Crimea. A ovest la Polonia, Stato di recente indipendenza, con l’aiuto della Francia lanciò un’offensiva contro l’Armata rossa. Per più di tre anni Trotskij, allora commissario alla Guerra, dovette spostare con rapidità e tempismo le scarse forze di cui disponeva per tamponare ogni nuova minaccia. A uno a uno, a un costo incalcolabile, l’Armata rossa batté i nemici.
Anche la natura sembrava cospirare contro la Russia. Nel 1921 la siccità fu particolarmente grave. Per fornire di viveri l’Armata rossa e la popolazione delle città, i comunisti confiscarono le limitate scorte di grano dei contadini. Per quanto poco attratti dai comunisti, quasi tutti i contadini detestavano i Bianchi; ma, poiché i comunisti, per lo meno, assicuravano loro il diritto alla terra, essi li aiutarono.

• Tutte le date si riferiscono al calendario giuliano in uso in Russia fino al 1918 e che era in ritardo di 13 giorni rispetto al calendario gregoriano in uso nel resto del mondo occidentale.

Se volete potete approfondire la Rivoluzione Russa leggendo il libro Ventesimo secolo – i grandi avvenimenti che gli hanno dato un volto nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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