246 anni fa: il 2 novembre 1766 nasce a Sedlčany, in Boemia, il feldmaresciallo austriaco Josef Radetzky

Johann Josef Wenzel Graf Radetzky, dipinto del 1850 circa di Georg Decker (1819-1894)

Su costui i milanesi appuntarono i loro odi e corbellature. Gli odi erano plausibili; le corbellature, che fra l’altro lo definivano “il fuggitivo di Ulm”, sciocche e ingiuste. A Ulm, Radetzky era stato uno dei pochi comandanti austriaci che avevano riportato successi contro Napoleone, e proprio questo aveva fatto da propellente alla sua gloriosa carriera. Questo grande soldato non aveva mai conosciuto sconfitte, e a ottant’anni suonati conservava intatte prestanza fisica ed energia morale. Come tutti i militari, credeva soltanto nella spada e nella disciplina. Ma non somigliava affatto all’immagine che di lui ci ha tramandato la storiografia risorgimentale: quella del crudele “impiccatore”, del caporalaccio ottuso, grossolano e brutale. Era al contrario un grande signore, di tratto ruvido ma generoso, perpetuamente alle prese con problemi di bilancio perché aveva le mani bucate. Siccome una specchiata onestà gl’impediva di profittare della sua carica, s’era indebitato fino al collo con un Intendente della sua Armata talmente infatuato di lui che gli rimise tutte le cambiali pur di avere il grande onore di una tomba accanto alla sua nel proprio mausoleo. Così il Maresciallo si vendette anche lo scheletro. Aveva sposato una Contessa austriaca che viveva a Vienna e gli aveva dato otto figli da cui non gli venivano che dispiaceri. Uno militava, ai suoi ordini lì a Milano, ma era un così cattivo arnese che un prete un giorno lo schiaffeggiò per strada. Radetzky mandò a chiamare il prete, gli strinse la mano e gli disse: “Crazzie“. Per amante si era presa una brava stiratrice lombarda che sapeva cucinare bene gli gnocchi, di cui era ghiottissimo, e dalla quale ebbe altri quattro figli. Non era affatto un odiatore degl’italiani: tant’è vero che, quando andò in pensione, rimase a Milano, e lì morì, nel ’58. Era soltanto un fedele servitore del suo Paese, di cui non discuteva la causa. E soprattutto era un vecchio lupo di guerra coraggioso, astuto e risoluto. Col suo pugno di ferro, riuscì a ristabilire l’ordine. Ma egli stesso capiva che quest’ordine era solo apparente. Un console inglese scriveva da Venezia al suo ministro che anche la situazione di quella città, fin allora quieta e rassegnata, si era fatta esplosiva e tutto lasciava credere all’esistenza di un piano concordato fra veneti e lombardi per una imminente sollevazione. Sarebbe bastata, diceva, una scintilla.

Se volete approfondire l’interessante ritratto che Indro Montanelli fa dell’uomo che in epoca risorgimentale fu senz’altro il più odiato dai patrioti italiani potete farlo sfogliando il libro di  L’Italia del Risorgimento prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

 

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