90 anni fa: il 28 ottobre 1922 alcune decine di migliaia di militanti fascisti si dirigono sulla capitale rivendicando dal sovrano la guida politica del Regno d’Italia e minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza. La manifestazione eversiva, celebrata negli anni successivi come l’epilogo della cosiddetta rivoluzione fascista, sarà ricordata come la Marcia su Roma

La notte del 28 ottobre i funzionari svegliarono Facta buttandogli sul letto un fascio di telegrammi. Le colonne fasciste erano in marcia verso i loro punti di concentramento. Molti viaggiavano sui treni dopo averli assaltati e averne fatto scendere i passeggeri; altri su camion sgangherati, in bicicletta, a piedi. Erano sommariamente equipaggiati in fogge più banditesche che militari, armati per lo più di fucili da caccia, e battevano i denti per il freddo perché pioveva come Dio la mandava. Non c’era ombra di disciplina, e neanche di collegamenti.
Il Consiglio dei Ministri si riunì al Viminale nella luce livida dell’alba: erano le sei. La discussione fu breve perché, secondo Paratore, il generale Cittadini, che vi prese parte, disse che se il governo si rifiutava di proclamare lo stato d’assedio, il Re avrebbe abdicato. Ma l’episodio è controverso. Da altre testimonianze, risulta che Cittadini era lì solo per raccogliere notizie, e questa versione ci convince molto di più. Comunque, la decisione dello stato d’assedio non sollevò obbiezioni. Siccome nessuno aveva mai redatto un proclama di quel genere, il ministro degli Interni Taddei rispolverò quello di Pelloux del ’98 e, apportativi i dovuti aggiornamenti, ne fece tirar le copie da mandare ai prefetti e da affiggere sui muri della città. Nel momento in cui gli attacchini cominciavano il loro lavoro, cioè verso le otto e mezza, Facta si recava dal Re al Quirinale per fargli apporre la firma, che tutti consideravano scontata. E qui avvenne il colpo di scena. Il Re, che aveva trascorso la notte in piedi, quando vide la bozza del proclama, andò su tutte le furie, anzi strappò addirittura il testo dalla mani del Primo Ministro, e lo chiuse in un cassetto come se gli scottasse le mani. Quando poi seppe ch’era stato diramato anche dall’agenzia ufficiale Stefani, la sua collera non conobbe limiti. “Queste decisioni – disse – spettano soltanto a me… Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile…” E concluse: “Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi”. E per la prima e forse ultima volta, Facta riuscì a trovare una battuta: “Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca”. E prese congedo.
Cosa fosse sopravvenuto a far mutare idea al Re, è tuttora materia di congetture. Qualcuno dice che c’era già un accordo segreto fra lui e Mussolini, ma questa voce non trova conferma in nulla, anzi è smentita da molte cose. Secondo altri, a spaventarlo fu l’atteggiamento del Duca d’Aosta che, disobbedendo all’ordine ricevuto di restare a Torino, si era trasferito a Bevagna, a pochi chilometri da Perugia, sede del Quadrumvirato. La figlia di Facta, dopo la caduta del fascismo, raccontò che, durante il colloquio col padre, il Re non aveva fatto che ripetere: “C’è il Duca d’Aosta, c’è il Duca d’Aosta…”. Può darsi che nell’emergenza egli abbia paventato anche questa eventualità. Ma a deciderlo ad annullare lo stato d’assedio furono certamente altri elementi, e cioè i pareri delle persone ch’egli consultò quella notte. Fra queste persone, si dice, ci fu Diaz che, interrogato sull’assegnamento che si poteva fare sull’esercito, avrebbe italianamente risposto: “L’esercito farà il suo dovere, ma sarà meglio non metterlo alla prova”. A dire questo non fu certamente Diaz che quella notte si trovava a Firenze, ma forse lo disse qualche altro: il grande ammiraglio Thaon di Revel, o il generale Pecori Giraldi, o Baistrocchi, o Grazioli.
Alle nove e trenta, quando tornò al Viminale per informare i colleghi della decisione del Sovrano, Facta era “pallido e disfatto”, e alcuni ebbero l’impressione che non si fosse mostrato abbastanza fermo. Chiamò al telefono Giolitti, che non si era mai mosso dal suo rifugio piemontese. Lo informò di tutto, e lo supplicò di accorrere a Roma. Giolitti disse che avrebbe preso il treno la sera, ma non poté farlo perché ormai la linea ferroviaria era interrotta. Alle undici e mezza, dopo aver dettato un dispaccio che revocava lo stato d’assedio, Facta tornò al Quirinale per l’atto formale delle dimissioni, e il Re avviò la normale procedura delle “consultazioni”. Aveva già il suo candidato.
A mezzogiorno del 29 ottobre Mussolini ricevette questo telegramma del generale Cittadini: “Sua Maestà il Re m’incarica di pregarla di recarsi al più presto a Roma desiderando darle l’incarico di formare il nuovo ministero”. Solo allora i nervi di Mussolini cedettero di colpo. Cesare Rossi, che gli era accanto, racconta che dopo aver letto quelle parole Mussolini sbiancò e, accartocciando il foglio nella mano convulsa, disse al fratello con voce rotta: “Se a i foss a ba’“, se ci fosse il babbo.
Partì da Milano alle otto di sera, in treno, e arrivò a Roma alle undici del 30, con molto ritardo per le soste in molte stazioni dove i fascisti avevano preparato manifestazioni di omaggio e di giubilo. “Tra poche ore – annunciò – l’Italia non avrà soltanto un Ministero, avrà un governo”. Trascorse infatti le lunghe ore di viaggio a ritoccare la lista dei ministri. Nell’elenco di fascisti ce n’erano tre soli, e fra i più moderati. E alle Forze Armate due militari certamente gratissimi al Re: Diaz e Thaon di Revel. Solo dopo aver varato il Ministero, Mussolini si ricordò delle sue camicie nere che intanto avevano continuato, all’oscuro di tutto, e sotto la pioggia battente, a intirizzire di freddo e di fame, nei loro accantonamenti di Monterotondo e Santa Marinella. Invano chiedevano lumi ai Quadrumviri di Perugia. I Quadrumviri ne sapevano quanto loro, meno De Vecchi che stette quasi sempre a Roma a fare, come poi si disse, “il capo degli assedianti nella fortezza”.
Ricevettero l’ordine di marciare su Roma il 30, quando già Mussolini ne aveva preso saldo possesso e si disponeva a tenere la sua prima riunione di Gabinetto. Ci arrivarono alla spicciolata e con tutti i mezzi: chi in treno, chi in camion, chi in bicicletta. Ma da 30 mila che erano – se lo erano -, per strada diventarono 70 mila, ed altri ne trovarono ad aspettarli in città. Come al solito, gl’italiani correvano in aiuto del vincitore. Un po’ forse perché inviperiti dalla lunga attesa sotto l’acqua, un po’ per salvare la faccia della “marcia rivoluzionaria”, si diedero a provocare gli operai del quartiere di San Lorenzo, dove ci furono una dozzina di morti. Mussolini impartì alla polizia e all’esercito ordini severissimi d’impedire a qualunque costo altri tumulti. Gli scalmanati se la rifecero soprattutto con gli alberghi, le trattorie, i caffè, le taverne e i bordelli dove gozzovigliarono tutta la notte senza pagare il conto. L’indomani sfilarono sotto il Quirinale dove il Re li salutò dal balcone, affiancato da Diaz e Thaon di Revel, mascherando il disgusto che doveva procurargli quell’esercito di Pancho Villa irto di pugnali, manganelli e schioppi banditeschi. La rivoluzione era finita. O meglio, non era mai cominciata.

Se volete approfondire l’inizio del ventennio mussoliniano potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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