572 anni fa: il 26 ottobre 1440 viene giustiziato mediante l’impiccagione e il rogo Gilles de Montmorency-Laval barone di Rais

26 Ottobre 1440 : l’ Esecuzione di Barbablù

Forse non tutti sanno che quando Charles Perrault nel XVII secolo scrisse la famosa favola nera di Barbablù, nel creare il personaggio della sua storia si ispirò ad una figura storica realmente esistita due secoli e mezzo prima del suo tempo, così come avrebbe poi fatto Bram Stoker con il personaggio di Dracula. E bisogna dire che in ambedue i casi le vicende reali di cui i due personaggi storici sono stati protagonisti sono state di certo incomparabilmente più orribili di quelle descritte dalla fantasia degli scrittori, che al loro confronto sembrano davvero fiabe per bambini.

Il personaggio a cui si ispirò Perrault era il nobile francese Gilles de Montmorency de Laval, Barone di Rais, nato il 10 Settembre 1404 nel castello di Machecoul, nella regione della Loira. Rimasto precocemente orfano, ereditò un cospicuo patrimonio che aumentò in maniera considerevole grazie al matrimonio con la ricca Catherine de Thouars, celebrato il 30 Novembre 1420 e combinato dal nonno e tutore Jean de Craòn. Introdotto da questi alla Corte Reale di Francia, il giovane Gilles venne avviato alla carriera delle armi, combattendo poi contro gli Inglesi al fianco di Giovanna d’ Arco durante la Guerra dei Cento Anni, distinguendosi per valore e coraggio a Orléans, Jargeau, Meung sur Loire e Beaugency. Grazie al suo contributo decisivo per la sconfitta che gli Inglesi subirono nella Battaglia di Patay, il 18 Giugno 1429, per i suoi meriti militari venne elevato al rango di Maresciallo di Francia a soli venticinque anni.

Gilles de Montmorency de Laval Barone di Rais ( 1404 – 1440 )

Gilles de Rais a Cavallo in Armatura in una miniatura del XV Sec.

Divenuto Pari di Francia, consigliere e ciambellano di Re Carlo VII, presenziò alla consacrazione di quest’ ultimo, avvenuta a Reims il 17 Luglio 1429. Proseguì la sua brillante carriera militare, continuando a combattere contro gli Inglesi prima nella Loira e poi in Normandia, alla testa di un piccolo esercito da lui stesso finanziato. Nel 1432 il nonno Jean de Craòn morì, ed il ventottenne Gilles ne ereditò l’ immenso patrimonio, costituito soprattutto da vaste proprietà terriere in Bretagna, nell’ Angiò e nel Maine . Sommando queste ricchezze al patrimonio di famiglia dei Montmorency ed a quelle della moglie, il Barone di Rais era ora uno degli uomini più ricchi di Francia. Decise allora di ritirarsi dal servizio militare ( partecipò all’ ultima azione nella stessa estate del 1432 ), e si diede a condurre una vita dispendiosa e raffinata, spostandosi da uno all’ altro dei suoi numerosi castelli, in una girandola di feste degne di Babilonia, ostentando lo sfarzo di un principe e sperperando denaro a fiumi. Conducendo un siffatto stile di vita, non ci volle molto perché il pur immenso patrimonio venisse in breve tempo dilapidato, e il Barone si trovò costretto ad indebitarsi in modo sempre più oneroso, ed a vendere, se non spesso a svendere, una buona parte delle sue proprietà. Nel 1435 la moglie Catherine de Thouars, disgustata dagli sperperi e dalle dissolutezze del marito, lo abbandonò al suo destino, ed il Re Carlo VII, su richiesta della famiglia, giunse ad emanare contro il suo ex consigliere un atto di interdizione. Tuttavia, Gilles poteva contare sulla protezione di Giovanni V Duca di Bretagna, e del Vescovo di Nantes, entrambi ostili al Re. Di conseguenza, nei territori bretoni l’ editto reale non venne applicato, ed anzi il Barone di Rais venne addirittura nominato dal Duca Luogotenente di Bretagna.

Il Blasone di Gilles de Rais

Il Sigillo di Gilles de Rais

Tuttavia, la sua situazione economica si faceva sempre più grave. Assillato dal crescente dissesto finanziario, ed incapace di rinunciare o quanto meno ridimensionare il suo stile di vita principesco, il Maresciallo di Francia non seppe trovare di meglio che rivolgersi al mondo dell’ occulto, iniziando ad interessarsi di alchimia, stregoneria e magia nera. Incaricò di conseguenza il suo cappellano ( sic ) Eustace Blanchet di intraprendere un giro per la Francia e l’ Europa, con lo scopo di reclutare alchimisti, negromanti e stregoni da condurre alla sua corte in Bretagna, in modo da poter apprendere da loro le arti magiche e con queste riconquistare la ricchezza perduta. A Firenze, Blanchet incontrò ed assoldò per questi scopi Francesco Prelati, un giovane monaco di Arezzo che si era spretato per dedicarsi all’ occultismo ed all’ alchimia, con una particolare attenzione per la ricerca della mitica pietra filosofale. Il Prelati, che conduceva una vita di espedienti non disdegnando a quanto pare neanche di prostituirsi, fu ben lieto di accettare in cambio di un lauto stipendio le offerte di Blanchet, e senza indugi si trasferì armi e bagagli al Castello di Tiffauges, residenza principale del Barone di Rais, dove arrivò nel Maggio del 1439.

Il Castello di Tiffauges in Vandea

Prelati non perse tempo nel convincere Gilles de Rais, che assillato da mille creditori e ormai sull’ orlo della rovina si era ormai convinto a confidare solo nel Diavolo per risolvere i suoi guai, che avrebbe potuto avere al suo servizio le potenze infernali se avesse invocato il Demone Barron, un nome inventato dal Prelati lì per lì sui due piedi, ispirato al titolo nobiliare del suo datore di lavoro. E così, nei sotterranei del castello di Tiffauges, iniziano i riti occulti, le evocazioni di spiriti, i sacrifici blasfemi al demonio di galli e gatti neri … Ma i risultati sperati non giunsero. Prelati convinse allora il suo signore che se voleva ottenere ciò che desiderava, il sangue animale versato in sacrificio a Satana non era sufficiente : occorreva sangue umano. Il Maresciallo non fece una piega; pochi giorni dopo Prelati lo vide entrare nella sua camera con un bacile che conteneva il sangue, il cuore, le mani e gli occhi di un fanciullo che il Barone aveva appena sodomizzato e fatto a pezzi. Si giunse in questo modo all’ inizio del vero orrore. Una volta versato il primo sangue umano, le pulsioni sadiche, pederastiche e pedofile di Gilles de Rais si erano scatenate senza più alcun controllo, ed i riti negromantici nei sotterranei dei castelli del Barone, Tiffauges, Machecoul e Champtoyé, si trasformarono in deliranti orge di sangue, dove decine di ragazzi e di bambini vennero violentati, torturati nei modi più efferati ed infine sgozzati per essere immolati al Demonio.

La Cripta del Castello di Tiffauges dove si svolsero molti degli orrori di cui Gilles de Rais si rese colpevole

Ormai insaziabile nei suoi perversi appetiti, il Barone sguinzagliò i suoi servi per le campagne, per circuire fanciulli poveri ed affamati da attirare al castello, dove li attendeva una fine orribile. Non è possibile stabilire con esattezza quante siano state le vittime di questo assassino seriale ante litteram; la maggior parte delle fonti, riferendosi ai documenti processuali che ci sono pervenuti, concorda sul numero approssimativo di circa centoquaranta; ma altri fonti riferiscono di un numero molto maggiore, nell’ ordine di svariate centinaia. Ad ogni modo, il giorno 15 Maggio 1440 il Barone di Rais commise l’ errore che doveva essergli fatale. In quella occasione egli infatti si riprese con la forza delle armi il castello di Saint Etienne de Mermorte, che lui stesso aveva venduto al Tesoriere di Bretagna Guillame le Ferron, che era in realtà un prestanome del Duca. Nel far ciò, Gilles aveva non soltanto fatto carta straccia di un regolare contratto, ma per di più aveva anche infranto le leggi della Chiesa, entrando in armi in un luogo sacro e prendendo in ostaggio il canonico del luogo Jean le Ferron, fratello del proprietario, che stava celebrando la Messa. In un colpo solo, il Maresciallo di Francia si era inimicato ambedue i suoi protettori, il Duca di Bretagna ed il Vescovo di Nantes, il quale, ora che era stato toccato direttamente, si decise ad aprire una inchiesta sulle voci che già da tempo circolavano sulla condotta criminale del Barone. Il processo iniziò il giorno 28 Settembre a Nantes, di fronte al Vescovo ed al Vice Inquisitore di Nantes, Jean Blouyn.

Il Processo a Gilles de Rais a Nantes

Contro Gilles de Rais furono formulati 49 capi di imputazione; egli fu accusato, in concorso con complici, di avere rapito numerosi bambini, il cui numero approssimativo, come si è detto, venne stimato intorno ai centoquaranta, di averli uccisi nei modi più perversi dopo averli violentati, e di averli smembrati e bruciati per offrirli in sacrificio al Diavolo nel corso di riti blasfemi celebrati con la supervisione del Prelati. All’ inizio del processo l’ accusato, che già in passato aveva manifestato ostilità ed avversione nei confronti della Chiesa e del clero, tenne fede al suo carattere altezzoso e violento, ed accusò apertamente i giudici di processarlo per potersi impadronire delle sue ricchezze. Il Vescovo e l’ Inquisitore lo minacciarono di scomunica, e gli diedero 48 ore di tempo per preparare una difesa. Il 15 Ottobre Gilles de Rais ricomparve davanti al tribunale : forse il timore indotto dalla scomunica, forse la minaccia della tortura, lo indussero a confessare nei giorni successivi una quantità enorme di crimini di incredibile efferatezza. Il 25 Ottobre fu emessa la sentenza : in nome del Vescovo e dell’ Inquisitore Gilles de Rais fu dichiarato colpevole di apostasia ed invocazione demoniaca; a nome del solo vescovo fu dichiarato colpevole di crimini contro natura, sacrilegio e violazione della immunità della Chiesa. Il 26 ottobre il Barone, insieme ai due servitori e complici, Henriet Griart e Etienne Corillant detto ” Poitou “, fu giustiziato mediante l’ impiccagione ed il rogo, ma non prima di ricevere l’ assoluzione dai mostruosi peccati commessi da parte di Santa Madre Chiesa. Chiese altresì, ed ottenne, di venire tumulato dopo l’ esecuzione nella cappella dei Carmelitani di Nantes, luogo di sepoltura dei Duchi di Bretagna.

L’ Esecuzione di Gilles de Rais a Nantes ( 26 Ottobre 1440 )

L’ esecuzione avvenne alla presenza di molti genitori dei bambini che avevano trovato una così triste fine nei sotterranei del castello del Barone. Le cronache riportano che Gilles de Rais rivolse loro un commovente discorso, nel quale chiedeva loro perdono e li esortava ad avere cura dei loro figli. Questo pubblico atto di contrizione gli valse il perdono ufficiale della Chiesa. I suoi complici, che non avevano il suo stesso lignaggio, ebbero ovviamente un trattamento meno riguardoso; furono impiccati e poi bruciati senza tante cerimonie, e le loro ceneri furono disperse al vento. Le cronache riportano anche che in quella giornata, i raggi del sole traevano riflessi bluastri dalla nerissima barba del Maresciallo di Francia; e fu così che dalla storia Gilles de Rais entrò nella leggenda col soprannome di Barbablù. Come ricordato all’ inizio, nel corso del XVII Secolo Charles Perrault si ispirò alla sua figura e alla sua storia per creare il personaggio della sua favola.

La Favola di Barbablù di Charles Perrault in una illustrazione di Gustave Doré

Un giudizio storico sulla vicenda di Gilles de Rais

Per secoli la figura di Gilles de Rais si identificò nell’immaginario popolare con l’ archetipo di Barbablù, e la gravità delle accuse a suo carico non fu mai messa in discussione. Se già Voltaire nel suo “ Essai sur les mœurs, aveva affermato, sia pure in maniera generica, l’ innocenza del Maresciallo, imputando le accuse alla superstizione e all’ ignoranza, la storiografia ufficiale ha iniziato ad interrogarsi circa la correttezza del processo e la veridicità delle accuse a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, in seguito alla pubblicazione parziale degli atti del processo da parte dell’ abate Eugène Bossard. I documenti storici inerenti al processo che ci sono pervenuti sono quattro : innanzitutto il resoconto del processo canonico, di cui esiste l’ originale in latino, conservato agli Archivi di Nantes, ed in secondo luogo il verbale del processo penale, in francese, conservato anch’ esso a Nantes; abbiamo poi la sentenza di condanna del tribunale ecclesiastico, ed infine il resoconto dell’ esecuzione, in francese, aggiunto a copie tardive del processo.

Bossard fece riferimento alle copie più antiche esistenti degli atti processuali, senza dubitare che fossero gli originali, e diede della vicenda un resoconto volutamente a tinte forti, che in alcuni punti risulta piuttosto lacunoso. Secondo lo storico Salomon Reinach il Duca di Bretagna ed il suo Cancelliere Jean de Malestroit, Vescovo di Nantes, avendo acquistato a condizioni vantaggiose le proprietà di Gilles de Rais, avevano da parte loro tutto l’ interesse ad impedirgli di esercitare il diritto di riscatto. Jean de Malestroit nutriva inoltre nei confronti di Gilles de Rais anche motivi di risentimento personale : nel 1426 Malestroit era stato indicato come responsabile del fallimento dell’ assedio a Saint-Jean de Beuvron. Incarcerato per questo motivo, e recuperata a stento la libertà Malestroit aveva giurato vendetta. Il processo fu istruito e condotto dallo stesso Malestroit con l’ appoggio del duca, quindi risulta chiaro che de Rais fu accusato, giudicato e giustiziato da persone che avevano tutto l’ interesse a rovinarlo. Le testimonianze a suo carico superarono le cento, ma ben poche si potrebbero oggigiorno definire credibili, ed il processo fu condotto con i metodi propri dell’ Inquisizione, senza il diritto di difesa e con l’ impiego della tortura ( o la minaccia di essa ). Gilles de Rais, minacciato di tortura, confessò in effetti crimini efferati con parole ricalcanti esattamente le due più lunghe testimonianze a suo carico, ed in parte anche l’ atto d’accusa redatto prima dell’ audizione dei testimoni, il che lascerebbe supporre una scarsa spontaneità nelle sue dichiarazioni.

Nel 1921 gli scrittori Fernand Fleuret e Louis Perceau ( sotto lo pseudonimo di Ludovico Hernandez) diedero alle stampe “ Le procès inquisitorial de Gilles de Rais, Maréchal de France, avec un essai de réhabilitation “, fornendo la traduzione completa dei processi e del resoconto dell’ esecuzione. Si servirono però di un manoscritto francese del XVII secolo, e non degli originali in latino; ebbero tuttavia il merito di avere redatto la prima rassegna completa dei manoscritti esistenti, inaugurando così un approccio storicamente più critico.

Georges Bataille, cui per primo si deve la preoccupazione di ricercare la fonte documentale più affidabile, ritenne di collocare in una diversa luce – anche politica – gli avvenimenti, affermando che Gilles de Rais, pur colpevole, non sarebbe stato inquisito se non avesse voluto riprendere con le armi il castello di Saint-Étienne de Mermorte : in un colpo solo si era attirato quindi l’ ostilità del duca di Bretagna e del vescovo di Nantes; non potendo contare più sull’ appoggio di tali potenti, de Rais fu arrestato e condotto a Nantes dove venne istruito un processo nei suoi confronti dai suoi stessi ex protettori, processo che mai altrimenti sarebbe stato celebrato dato il rango del personaggio.

Bataille leggeva in definitiva nella vicenda l’ eterno arbitrio del potere delle classi superiori sui miserabili. In mancanza di un’ edizione critica degli atti del processo, unico strumento per far piena luce sulla vicenda, il giudizio degli storici moderni non si discosta in genere dal giudizio tradizionale ( fatta eccezione per alcuni dichiaratamente ” innocentisti ” ) : le incongruenze e le approssimazioni nei resoconti processuali erano all’ epoca piuttosto comuni, e perciò in sé e per sé non vengono ritenute sufficienti per ipotizzare oggigiorno un complotto contro il Maresciallo.

Le rovine del Castello di Machecoul ( sopra ) e del Castello di Champtoyé ( sotto ). Fu nei sotterranei di questi manieri che Gilles de Rais perpetrò gran parte dei suoi crimini

Questo articolo è stato scritto dall’amico prof. Pier Luigi Menegatti, al quale va come sempre la nostra gratitudine.

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