68 anni fa: il 20 ottobre 1944 il Generale Douglas MacArthur mantiene la sua promessa di tornare nelle Filippine comandando uno sbarco alleato sull’isola di Leyte precedentemente occupata dai giapponesi

Il generale Douglas MacArthur sbarca con il suo staff a Palo Beach sull’isola di Leyte, 20 ottobre 1944.

L’ammiraglio Halsey conduce nel Pacifico una gigantesca squadra, la TF 38, che comprende 17 portaerei, 6 corazzate, 13 incrociatori, 58 cacciatorpediniere. Una dopo l’altra, le basi giapponesi vengono martellate, gli aerei distrutti a centinaia in aria o al suolo. Le rappresaglie nemiche si rivelano straordinariamente deboli; in particolare il 9 settembre, quando la TF 38 bombarda Mindanao, e il 12 quando, davanti a Samar, essa attacca le isole del mare di Visaya. Il 13, Halsey trae una conclusione: la colonna vertebrale del nemico è spezzata. E avanza una proposta: perché non bruciare le tappe, perché perdere tempo a Yap e a Mindanao, invece di gettarsi direttamente su Leyte, centro e chiave dell’arcipelago filippino?
Si direbbe che un vento glorioso trasporti questa proposta. Trasmessa da Nimitz, essa arriva direttamente fino alla conferenza di Quebec. King, Marshall, Arnold interrompono un pranzo di gala per esaminarla. Novanta minuti dopo parte un ordine per il teatro di guerra del Pacifico Sud: il generale MacArthur e l’ammiraglio Nimitz sono invitati ad abbandonare le operazioni intermediarie, salvo l’occupazione delle isole Palau, per eseguire nel più breve tempo possibile, lo sbarco sull’isola di Leyte. Già imbarcato per Yap, il 24° corpo è trasferito nella Southwest Pacific Area, dove si unisce al 10° corpo per costituire, sotto il comando del generale Walter Krueger, la 6ª armata. I piani sono cambiati, le disposizioni logistiche vengono prontamente modificate, la controversia esercito-marina è sepolta dall’urgenza di questa nuova azione improvvisa. Il 20 ottobre ha inizio la battaglia terrestre di Leyte. Lunga 150 chilometri e larga una trentina, l’isola è stata paragonata da un autore americano a un molare cariato e da un altro alla “Vittoria” di Samotracia. Essa si trova fra le isole di Mindanao e Samar, separata dalla prima dall’ampio braccio di mare di Surigao e dalla seconda dalle poche centinaia di metri, tortuosi e frastagliati, dello stretto di San Juanito. Picchi montagnosi e paludi profonde la ricoprono per circa tre quarti. La parte più accessibile si trova a nord, in un’ansa di terreno formata da due valli, la valle di Leyte e la valle di Ormoc, separata da una catena le cui cime, coperte dalla giungla, superano i 1200 metri. Dopo l’invasione dell’Africa del Nord, circa due anni prima, la tecnica americana di sbarco ha fatto progressi prodigiosi. Lo sbarco di Leyte (700 navi e 175.000 uomini) si svolge come un lavoro teatrale collaudato da numerose rappresentazioni. Il 10° corpo, che comprende la 1ª divisione di cavalleria e la 24ª divisione di fanteria, sbarca nella baia di San Pedro, in fondo al golfo di Leyte, in prossimità della minuscola capitale di Tacloban. Il 24° corpo, che comprende la 26ª e la 7ª divisione di fanteria, sbarca a una ventina di chilometri più a sud, presso la piccola città e l’aeroporto di Dulog. Conoscendo la potenza distruttiva del fuoco americano sulle spiagge, i giapponesi non hanno fortificato il litorale, organizzando la difesa in profondità. Tacloban e il suo aeroporto, come pure Palo e Dulog, sono conquistati dopo due giorni dallo sbarco. Fin dal pomeriggio del primo giorno, MacArthur è sceso a terra. Ha maestosamente sguazzato nell’acqua sino al ginocchio e, dalla spiaggia stessa, ha inviato un messaggio radio alla nazione filippina, improntato a un fervore quasi mistico. L’indomani ha solennemente insediato a Tacloban il successore di Manuel Quezon, Sergio Osmena. Egli aveva precedentemente rifiutato l’alto commissario che Washington voleva imporgli per l’amministrazione dell’arcipelago. La legalità è restaurata, le istituzioni ricominciano a funzionare sul primo lembo di territorio liberato.
Ma la battaglia terrestre di Leyte passa in secondo piano. Le sorti dell’isola non si decidono più nell’isola, ma sul mare. Una battaglia navale complessa e patetica è in corso.
Il 18 ottobre, l’ammiraglio Toyoda ha dato l’ordine di eseguire il piano “Sho-1”. La squadra di portaerei, il cui compito è di attirare su di sé la forza d’urto americana, non conta più di 110 apparecchi, pilotati da uomini incapaci sia di decollare sia di atterrare su un mezzo mobile. Le due corazzate trasformate Ise e Hyuga non dispongono di un solo aereo, e poiché sono state private della loro artiglieria principale, sono praticamente impotenti. Tuttavia si decide lo stesso di buttarle nella lotta. “Io mi attendevo” dirà l’ammiraglio Ozawa “la distruzione totale della mia flotta, ma la sola cosa che mi importava era che Kurita potesse portare a termine la sua missione…”. Egli parte con la maggiore ostentazione  il 20 ottobre. Sono al suo comando le corazzate Ise Hyuga, le portaerei Zuikaku, Zujho, Chitose e Chiyoda, più tre incrociatori, 9 cacciatorpediniere e numerose navi da carico e petroliere, anch’esse destinate a far numero.

Se volete continuare a leggere lo svolgimento della battaglia del Golfo di Leyte potete farlo sfogliando il 2° volume de La seconda guerra mondiale di Raymond Cartier nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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