2214 anni fa: il 18 ottobre del 202 a.C. si combatte la battaglia di Zama. Scipione l’Africano sconfigge Annibale, assicurando la vittoria alla Repubblica romana

Annibale e Scipione

L’illustre storico Basil Liddell Hart ha scritto, nel suo libro su Scipione l’Africano, che in tutte le battaglie più importanti della Storia la vittoria di uno dei contendenti è stata la conseguenza degli errori o della superficialità dell’altro. In tutte, tranne che in un una. Nella quale, secondo lo storico, i due antagonisti avrebbero dato il meglio di sé. La battaglia è quella di Zama, combattuta nel 202 a.C., e alla quale va ascritto il merito di aver posto fine alla Seconda guerra punica, uno dei più importanti conflitti dell’antichità. I due generali che affrontarono sono tra i più grandi condottieri mai esistiti: Scipione l’Africano, l’uomo che terminò la carriera imbattuto, e Annibale Barca, il comandante che sconfisse più volte i Romani.
Ce n’è abbastanza, dunque, per rendere Zama uno degli scontri più epici della Storia. Se poi ripercorriamo tutto ciò che ha condotto a esso, non possiamo che vederlo come la resa dei conti non solo tra due grandi condottieri, ma anche tra due civiltà. Per l’intera durata della lunga guerra in cui aveva agito in Italia, Annibale aveva sconfitto tutti i comandanti romani che gli si erano parati davanti. E Scipione, privato del padre e dello zio a opera dei fratelli di Annibale in Spagna, aveva vendicato i propri parenti sconfiggendo più volte i responsabili della loro morte. La Storia aveva davvero preparato un copione avvincente e ricco di pathos, il cui degno finale poteva essere solo uno scontro decisivo, ad armi pari e su un terreno inedito.
Destini incrociati. L’iniziativa di Annibale, che nel 218 a.C. valicò Pirenei e Alpi e si presentò in Italia, determinò l’inizio della saga. Il condottiero punico inflisse subito due pesanti sconfitte all’esercito del console Lucio Cornelio Scipione, sul Ticino e sulla Trebbia. Nel primo dei due scontri, un soldato 17enne, lasciato a guardia dell’accampamento, ne uscì con un drappello di cavalieri quando seppe che le cose si mettevano male, e riuscì a salvare la vita al padre: si trattava del futuro Scipione l’Africano, e suo padre era proprio il console. Da allora, le strade dei due condottieri si sarebbero incrociate una sola volta ancora, prima dell’atto finale. Due anni dopo quegli eventi, infatti, e dopo che Annibale aveva collezionato una vittoria ancor più significativa, quella del Trasimeno sul console Gaio Flaminio, ebbe luogo la grande battaglia di Canne: 80 mila Romani caddero sotto i colpi dei Punici, grazie alla tattica innovativa del Barca, che riuscì a circondare le armate riunite dei consoli Emilio Paolo e Terenzio Varrone, facendone una strage pressoché totale. Le cronache raccontano, forse con qualche eccesso agiografico, che il giovane Scipione, allora tribuno militare, raccolse i superstiti sfiduciati e li condusse a riunirsi al console superstite.
La riscossa. Da allora Annibale non ottenne più grandi vittorie sui Romani, ma riuscì comunque ad agire relativamente indisturbato nell’Italia del Sud, frustrando qualunque tentativo avversario di metterlo alle corde e rendendo vani gli sforzi di abili condottieri come Claudio Marcello e Fabio Massimo, il celebre “Temporeggiatore”.
La vita di Scipione, invece, cambiò nel 210, quando assunse il comando delle truppe di stanza in Spagna dopo la morte di suo padre e suo zio. Da quel momento il giovane generale inanellò un successo dopo l’altro contro i fratelli di Annibale, Magone e Asdrubale, e l’altro comandante cartaginese, Asdrubale Giscone, sottraendo nell’arco di un quinquennio la penisola iberica ai Cartaginesi.
Il prestigio acquisito mise il comandante romano in condizione di proporre al senato la sua strategia: attaccare i Punici a casa loro, per costringere Annibale a lasciare finalmente il suolo italico. Ma trovò la tenace opposizione di Fabio Massimo e dovette lottare a lungo prima di ottenere l’autorizzazione a salpare dalla Sicilia, dopo una scaramuccia a Locri con lo stesso Annibale. Le sue, però, erano magre risorse: i suoi oppositori avevano fatto in modo che disponesse solo dei reduci di Canne, ovvero le due legioni ripudiate per la loro presunta incapacità. Ma Scipione non si dette per vinto, si procurò volontari e anche alleati tra le popolazioni africane avverse ai Punici, e giunse in Africa nella primavera del 204 a.C. Anche sul suolo africano mieté una vittoria dietro l’altra, minacciando la stessa Cartagine e obbligando così Annibale ad abbandonare l’Italia per correre in soccorso della propria città.
Troppo tardi. Annibale si imbarcò dalle parti di Crotone nella primavera del 203, ponendo fine a 16 anni di permanenza in Italia da imbattuto, ma senza aver raccolto nulla di sostanziale. Per giunta, giunse quando i suoi connazionali, sotto la pressione di Scipione, avevano già stipulato una pace con Roma. Ma la sua presenza rinvigorì il partito della guerra, e la belligeranza riprese senza che il condottiero romano se ne dolesse più di tanto. Scipione colse anzi a pretesto le provocazioni di cui fu oggetto l’Urbe per indurre a battaglia il nemico. Dopo lunghe schermaglie, la guerra ebbe un’impennata quando Annibale coprì 140 chilometri in pochi giorni spostando il suo campo da Adrumeto a Zama, a occidente di Cartagine, e inviando esploratori alla ricerca del campo avversario.
Quando entrarono in contatto, i due condottieri convennero di spostare i propri accampamenti in modo da trovarsi più vicini e avviare trattative di pace. Scipione si spostò così a Naraggara, 50 chilometri ancor più a occidente di Zama, e Annibale si accampò su un’altura a sei chilometri da lui. La tradizione riporta che si siano anche incontrati personalmente, prima dello scontro finale: “I due massimi comandanti non solo di quell’epoca ma anche di tutta la storia che li aveva preceduti, paragonabili a qualsiasi re o condottiero di ogni popolo” scrive Tito Livio “si guardarono un poco, silenziosi, quasi travolti dalla reciproca ammirazione“. Il punico, consapevole dei rischi che correva, tentò approcci di pace, ma Scipione fu irremovibile, e il giorno dopo, 18 o 19 ottobre 202 a.C., fu battaglia, anzi la battaglia, “i Cartaginesi lottando per la propria salvezza, e per i propri possessi in Libia, i Romani, invece, per il potere e il dominio assoluto sul mondo intero” scrive il greco Polibio.
Scontro frontale. Il campo l’aveva scelto Scipione, e ciò penalizzò Annibale. La pianura di Naraggara infatti – e questo sarebbe il nome più corretto da dare allo scontro – era liscia e ampia, priva di anfratti di cui valersi per quelle imboscate che tanti frutti avevano portato in passato al condottiero punico. Lo scontro poteva essere solo frontale: 36 mila uomini a disposizione di Scipione, di cui un sesto cavalieri in gran parte numidi, 40 mila e forse più per Annibale, che aveva anche 80 elefanti. Ma i soldati di Scipione erano tutti veterani, quelli del punico solo in parte (i 15 mila reduci dalle guerre italiche). E per la prima volta la sua cavalleria, su cui aveva fondato molte vittorie, era in inferiorità numerica.
Scipione schierò i suoi in modo apparentemente classico, su tre schiere, con la cavalleria sui fianchi. I comandanti romani erano soliti disporre i manipoli a scacchiera, per non lasciare corridoi tra le linee; ma i corridoi erano proprio ciò di cui aveva bisogno stavolta il condottiero romano, che aveva capito come la chiave del combattimento fossero gli elefanti, un’arma a doppio taglio per chiunque li utilizzasse. La battaglia fu infatti introdotta dall’intenzionale fracasso partito dalle prime file romane, che provocò lo scompiglio tra i pachidermi: le bestie sfuggirono al controllo dei conducenti finendo parte sulle file retrostanti, parte contro la cavalleria di Annibale. Scipione fu rapido ad approfittarne, mandando la cavalleria dell’alleato Massinissa a concludere il lavoro iniziato dagli animali; finì inoltre di neutralizzare i pachidermi lasciando passare attraverso i corridoi del proprio schieramento quelli partiti alla carica, che in breve si ritrovarono fuori dal campo di battaglia.
Affondo finale. Approfittando del caos provocato dagli elefanti, la cavalleria romana mise in fuga quella nemica, lasciando Annibale con i fianchi scoperti, infliggendogli così la stessa tattica che il punico aveva applicato a Canne. A quel punto Scipione fece avanzare la sua prima linea di legionari, che premette sulla prima linea nemica, costituita da mercenari, facendola finire addosso a quella successiva, composta da libici. Lo schieramento punico precipitò nella confusione, che però coinvolse anche i Romani. Il comandante capitolino si affrettò quindi a mandare avanti anche la seconda schiera, infrangendo la resistenza della seconda fila nemica. Annibale fece allora serrare i ranghi alla sua terza fila, quella dei veterani, contando sul fatto che i Romani, ostacolati dai mucchi di cadaveri sul terreno, non potessero più avanzare compatti.
Ma Scipione estese il suo schieramento e, mantenendo la prima schiera al centro, fece avanzare le altre due all’esterno, verso i fianchi nemici ormai privi di copertura. I veterani di Annibale tennero duro a lungo, e solo l’intervento della cavalleria romana, rientrata in gioco dopo aver neutralizzato definitivamente quella punica, li obbligò alla rotta. Metà esercito cartaginese rimase sul campo, l’altra metà prigioniera, a fronte di soli 1.500 caduti tra i Romani. Annibale aveva perso per la prima volta, ma con l’onore delle armi.

Se volete approfondire l’epico scontro fra Annibale e Scipione potete farlo sfogliando le pagine 28-33 del n. 6 di Focus Storia Wars nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

 

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