207 anni fa: il 16 ottobre 1805 prende inizio la Battaglia di Ulma, che durerà tre giorni e nella quale la Grande Armée napoleonica infliggerà una schiacciante e decisiva sconfitta all’Impero d’Austria

La resa del generale Mack a Ulma

Proprio nei giorni che sancivano il crollo dei progetti della Francia di contrastare la potenza marittima dell’Inghilterra, Napoleone dava una delle più mirabolanti dimostrazioni del suo genio strategico, infliggendo agli austriaci sul fronte danubiano una lezione memorabile. Si è detto del cambiamento dei piani che rese noto ai suoi collaboratori il 26 agosto 1805, e della sua intenzione di utilizzare l’armata destinata all’invasione dell’Inghilterra contro l’Austria. A ciò fu indotto dal prossimo avvio di un’offensiva della coalizione, che prevedeva per prima cosa la riconquista austriaca dell’Italia settentrionale, in funzione della quale all’arciduca Carlo erano stati messi a disposizione ben 95.000 uomini. Altri 23.000 uomini erano previsti per il fratello Giovanni per la conquista del Tirolo, mentre una forza di 70.000 effettivi, al comando dell’altro fratello Ferdinando, guidato per volere dell’imperatore dal suo capo di stato maggiore Mack, stazionava sul Danubio in attesa dei russi per condurre un’offensiva congiunta, con a capo lo stesso sovrano, lungo il Reno alla volta di Strasburgo.
I russi erano attesi per il 20 ottobre in Baviera, il cui elettore era entrato nell’orbita napoleonica; si trattava di 35.000 uomini al comando dell’esperto Kutuzov, seguiti da altri 40.000 di Buxhowden, mentre ulteriori 20.000 effettivi procedevano lungo la Franconia, al comando di Bennigsen, per sorvegliare le mosse della Prussia, il cui sovrano Federico Guglielmo non aveva ancora deciso quale partito prendere; per finire, contingenti austriaci vennero inviati a dare manforte agli inglesi a Napoli e agli svedesi in Pomerania. Ora, nella prima guerra mondiale ci fu chi disse che Napoleone ebbe il grande vantaggio di combattere contro coalizioni, e questa fu proprio una circostanza in cui le problematiche legate alla collaborazione di più potenze lo favorì senza ombra di dubbio: un pronto congiungimento delle forze russe e austriache avrebbe messo in enorme difficoltà l’imperatore francese; ma questo non poté aver luogo non solo per la consueta tempestività dei piani napoleonici, ma anche e soprattutto perché il governo austriaco, nel dare appuntamento a Kutuzov, non aveva tenuto conto della differenza di dieci giorni che intercorreva tra il calendario gregoriano e quello giuliano, quest’ultimo ancora in vigore in Russia: di conseguenza, il generale russo non sarebbe arrivato in Baviera prima di novembre. Poi, lo stesso Kutuzov conservava una indipendenza di comando che si arrestava solo di fronte all’imperatore e agli arciduchi, e ciò complicava la collaborazione tre le diverse armate; infine, per l’imperatore Francesco contava di più il punto di vista del generale Mack che non quello di suo figlio Ferdinando, che pure aveva messo a capo dell’armata danubiana e anche questo doveva dar luogo a dispute ed esitazioni di vario genere.
Napoleone, invece, da quando era imperatore non doveva affrontare nessuno di questi problemi. Con la sua prepotente ascesa al potere, si era messo nella condizione, invidiata da tutti i condottieri della Storia, eccettuati forse i soli Alessandro Magno e Gengiz Khan, di non dover rendere conto a nessuno del proprio operato, di spendere senza limiti per portare l’esercito a un massimo grado di efficienza, e di elaborare piani e strategie senza impedimenti: nel 1805 non poteva più esserci un Moreau a opporsi ai suoi progetti, e i grandi mezzi che aveva a disposizione gli consentivano almeno di tentare di attuare qualunque progetto, per quanto azzardato potesse sembrare ai suoi marescialli. Vero è che ci furono opposizioni, nell’imminenza dell’offensiva, per la coscrizione di 80.000 soldati che non avevano ancora compiuto l’età prevista dalla legge, ovvero i vent’anni: ma gli bastò redigere un senatus consultum senza neanche farlo approvare dalle assemblee, per sistemare tutto. Per questo, nessuno fiatò quando, come sua consuetudine, per anticipare l’offensiva nemica che riteneva probabile in Italia o in Francia meridionale, Napoleone decise di attaccare per primo, per colpire le forze di Mack e Ferdinando prima che si congiungessero con quelle russe. Il suo intento, stavolta, era di mandare Murat a simulare un attacco nella Foresta Nera, per far procedere in avanti le forze di Mack e tagliare loro le comunicazioni con Vienna e con i russi partendo dal Reno, con la sua Grande Armata di 210.000 uomini; per evitare minacce da altri fronti, diede poi ordine a Massena di fare pressioni su Carlo perché non abbandonasse i confini con l’Italia, utilizzando congiuntamente i 50.000 uomini che aveva a disposizione, e ne mandò quindi altri 20.000 a Napoli lasciandone 30.000 a Boulogne per fronteggiare un’eventuale sortita inglese.
L’obiettivo divenne Augusta, appena sotto il Danubio, ottima base operativa e punto ideale per separare l’armata di Mack dalle sue comunicazioni: agli otto corpi d’armata in cui era diviso l’esercito fu dato appuntamento appena a nord del Danubio, per un’operazione che si preannunciava grandiosa non tanto per la strategia, sotto certi aspetti già presentata a Lodi, Arcole e Stradella, quanto per le dimensioni: un conto, infatti, era gestire qualche divisione, altro era invece coordinare i movimenti di centinaia di migliaia di uomini suddivisi in otto colonne, che non dovevano trovarsi mai troppo vicini per non precludersi a vicenda gli approvvigionamenti, né mai troppo lontani per non prestarsi manforte in caso di difficoltà: “L’arte della guerra – scriveva al fratello Giuseppe – è di disporre le proprie truppe in modo che siano contemporaneamente dappertutto. L’arte di disporre le truppe è la grande arte della guerra. Dislocate sempre le vostre truppe in modo che, qualunque cosa faccia il nemico, vi troviate in pochi giorni tutti riuniti”. Fino ad allora, la Storia d’Europa aveva annoverato solo una manovra di così ampio respiro, quella con la quale il duca di Marlborough nel 1704 aveva condotto il suo esercito dall’Olanda al Danubio: ma si trattava di 40.000 uomini, non di 210.500, tra cui 29.500 cavalleggeri, oltre a 396 cannoni trainati da 6430 cavalli, che, grazie alla mobilità strategica conferita loro dalla struttura a corpi d’armata, riuscirono a coprire ben 350 chilometri in soli tredici giorni.
Vale la pena fornire qualche altro dettaglio di una marcia esemplare per efficienza, efficacia e organizzazione, che testimonia quale livello di approfondimento avesse raggiunto il genio di Napoleone nell’allestimento delle sue campagne. La media di avanzamento di ogni corpo d’armata era di circa 30 chilometri al giorno, con una velocità di 5 chilometri all’ora che non comportava grande fatica per i soldati i quali, infatti, all’inizio della marcia scherzavano sul fatto che l’imperatore avesse inventato una nuova arma da usare contro il nemico, ovvero le loro gambe: la sola mattina, dalle cinque a mezzogiorno, era deputata alla marcia, mentre il pomeriggio era dedicato al vettovagliamento, durante il quale ogni divisione rastrellava un’area di 20 chilometri, e la notte al riposo. La marcia procedeva su due linee di fanteria e cavalleria, in mezzo alle quali passavano l’artiglieria e le carrozze dei comandanti, e ciascuna brigata aveva una sua compagnia di tamburini, disposti in testa, al centro e in coda alla fila, che suonavano a turno durante una sosta di cinque minuti ogni ora e di continuo nell’ultima mezz’ora di marcia della giornata.
I corpi d’armata erano di consistenza assai diversa l’uno dall’altro, e se anche gli austriaci avevano notizia della loro direttrice di marcia, non potevano sapere se si trovavano di fronte un nemico di 41.000 effettivi o di 14.000, i due estremi stabiliti da Napoleone; ogni corpo era accompagnato da reparti di cavalleria leggera che gli proteggevano i fianchi, mentre l’artiglieria di Marmont venne collocata quasi esclusivamente in riserva, per essere impiegata solo negli scontri: fu prevista anche una riserva di 22.000 cavalleggeri, addestrati da Murat per poter essere impiegati in maniera flessibile in azioni di copertura, di disturbo o diversive. Per quanto concerne l’approvvigionamento, si è già detto delle distanze tra i corpi d’armata; va aggiunto che, per non gravare sui tempi di marcia, i carri furono caricati con viveri per soli quattro giorni, fruibili solo nell’imminenza di una battaglia; per il resto, ci si affidò alle requisizioni.
L’imperatore era a Parigi quando ebbe notizia che l’esercito di Mack era arrivato a Ulma, sotto il Giura, sufficientemente a ovest perché Napoleone non ponesse ulteriore tempo in mezzo e ordinasse l’avanzata della Grande Armata, che ebbe inizio dal Reno nella notte tra 24 e 25 settembre 1805. Partì anche parte della cavalleria di riserva di Murat insieme al V corpo di Lannes, incaricati dell’azione diversiva nella Foresta Nera: i loro 40.000 uomini impegnarono ben presto le avanguardie austriache, che spostarono ancor più a occidente il raggio della propria azione, lasciando così sempre più spazio per l’accerchiamento all’esercito francese.
Il 2 ottobre la marcia dell’esercito, che si era spinto verso est, iniziò la rotazione a sud, puntando alla zona prescelta per l’attraversamento del Danubio, tra Munster e Ingolstadt; i corpi situati all’esterno, più a settentrione, ovvero quelli di Marmont e Bernadotte, cui si era unito un distaccamento bavarese, dovendo compiere il tragitto più lungo preferirono tagliare attraverso il territorio prussiano: la mossa non piacque al sovrano Federico Guglielmo III e costituì in seguito uno dei pretesti per la sua discesa in campo a fianco della coalizione. Meno strada fecero, al centro, Soult e Davout, e un cammino minimo compirono i corpi più meridionali che facevano da perno, ovvero quelli di Ney e di Lannes, Murat e la guardia imperiale.
Nulla di tutto questo era trapelato tra i comandi austriaci, che pur intuendo che stava per succedere qualcosa di grosso non riuscivano ancora a capire da dove questo sarebbe arrivato. Il vantaggio del regime tutt’altro che democratico instaurato da Bonaparte sulle ceneri della rivoluzione democratica, fu che nessun organo di stampa violò il suo ordine tassativo di non pubblicare nulla a proposito dell’avanzata francese, né i comandanti dei corpi d’armata osarono protestare per essere stati informati solo dello stretto indispensabile, per evitare che qualsiasi intercettazione dei dispacci potesse aiutare il nemico a ricostruire il piano di Napoleone; inoltre, l’azione di Murat e di Lannes aveva ben coperto l’effettivo scopo dell’esercito francese: così, Mack e Ferdinando, che avrebbero potuto mettere in grossa difficoltà i transalpini ostacolandoli nell’attraversamento del Danubio o attaccando le loro divisioni più meridionali, non fecero altro che rimanere in attesa di Kutuzov e acquartierarsi poco a est di Ulma, presso Günzburg, mentre nella giornata del 7 ottobre la Grande Armata attraversava indisturbata il fiume poco più a est, lungo il Lech, destinazione Augusta, come previsto.
Senza saperlo, Mack si trovò virtualmente accerchiato e in condizioni di relativa inferiorità, perché Napoleone aveva disposto i propri corpi in modo tale che distassero più di due giorni di marcia l’uno dall’altro. Per di più, sortì un effetto insperato, stavolta più di altre, la tattica napoleonica di far circolare nelle sue retrovie notizie depistanti, perché un agente austriaco informò il generale che correva voce di un’invasione inglese in Francia: ciò spinse Mack a ritenere quel poco che conosceva dei movimenti francesi come il sintomo di una precipitosa ritirata e a prepararsi a inseguirli, ovvero a cadere sempre di più nella trappola che Napoleone gli aveva teso. Vale la pena riportare un passo della comunicazione dell’imperatore a Soult del 12 ottobre:

Non si tratta soltanto di battere il nemico, è necessario che non ne sfugga nemmeno uno. Riunite i vostri generali, quando sarete a Memmingen, e fate loro sapere che io conto, in questa importante circostanza, che non si risparmi niente di ciò che può rendere completo e assoluto il nostro successo; che questa giornata deve essere dieci volte più celebre di quella di Marengo; che nei secoli più lontani la posterità conoscerà nei particolari ciò che ciascuno avrà fatto; che se avessi voluto soltanto battere il nemico, non avrei avuto bisogno di tante marce né di tante fatiche, ma che io voglio catturarlo.

I contingenti delle due armate cominciarono ad avvistarsi e a combattersi in scontri isolati fin dall’8 ottobre, quando Lannes e Murat incocciarono in nove battaglioni e uno squadrone nemici presso Wertigen, facendo 2000 prigionieri; l’11, gli austriaci persero una grande occasione a causa di un errore di Murat, che indusse Ney a lasciare isolata una sua divisione sulla riva nord del Danubio: 4000 dragoni furono investiti da forze molto superiori presso il villaggio di Albeck, poco sopra Ulma, ma riuscirono a tenere, impedendo così agli austriaci di aprirsi una via di fuga e di tagliare nel contempo le comunicazioni a Napoleone. Convinto di trovare l’intera armata nemica a Ulma, Napoleone aveva nel frattempo deciso di cercare la battaglia sul fiume Iller, e a tale scopo partì da Augusta riunendosi a Murat, Lannes, Ney, Davout e alla guardia imperiale, dando ordine a Soult di compiere una manovra di aggiramento e sorprendere il nemico alle spalle. Ma il 13 si rese conto che non avrebbe pescato nella rete l’intera armata nemica, come era sua intenzione fare per rendere decisiva la vittoria, e inviò aiuti ai dragoni ancora assediati ad Albeck sulla riva opposta; Ney si aprì la strada combattendo valorosamente per passare il fiume, e la sua azione, oltre a liberare la divisione assediata, permise ai francesi di bloccare anche a nord Mack, già pressato a Ulma da Marmont e dalla guardia imperiale, mentre Soult, da sud, gli tagliava la via di fuga verso il Tirolo.
Napoleone aveva appena iniziato a bombardare la città dove si era asserragliato il generale con gran parte dell’esercito, quando Mack richiese un armistizio, più che altro per prendere tempo a favore dell’unica speranza che gli era rimasta, l’arrivo di Kutuzov; l’imperatore sapeva che il generale russo era ancora molto lontano, e glielo concesse senz’altro il 17 ottobre, con la clausola che, se non fosse arrivato alcun aiuto entro il 25, ci sarebbe stata la resa. Ma poi Mack venne a conoscenza sia della posizione di Kutuzov che della resa di altri due presidi austriaci, per un totale di 20.000 uomini, fatti prigionieri da Murat nel suo inseguimento alla cavalleria, che Ferdinando aveva tentato di sottrarre alla morsa francese, e si affrettò ad arrendersi già il 20. Nonostante la fuga di almeno 10.000 dei suoi soldati, molti erano gli effettivi che lo sconfortato generale austriaco si apprestava a consegnare ai francesi: davanti a Napoleone e alla Grande Armata, schierata a semicerchio per osservare la scena, sfilarono lentamente deponendo le loro armi ben 25.000 fanti e 2000 cavalieri. Una grande armata era stata neutralizzata con la sola strategia, senza spreco di vite umane: ad Ulma si era tenuta una grande partita a scacchi, ed era stata combattuta una grande battaglia virtuale, con una vittoria che “non era mai stata così completa e così poco costosa”, come affermò il bollettino della Grande Armata emanato subito dopo la resa di Mack. Il giorno seguente Napoleone poteva legittimamente compiacersi di aver inferto un colpo quasi mortale alla coalizione condotta e alimentata dall’Inghilterra; ma quello era anche il giorno di Trafalgar, la cui notizia lo avrebbe raggiunto solo qualche tempo dopo, e dunque non era sufficiente annientare anche Kutuzov, come l’imperatore si era proposto di fare fin dall’inizio della campagna: ci voleva ben altro, ma Napoleone sarebbe riuscito a realizzarlo nell’arco di un altro mese e mezzo.

Se volete scoprire come proseguì la guerra contro la terza coalizione antifrancese dopo quella che è considerata una delle più grandi vittorie strategiche delle guerre napoleoniche potete farlo sfogliando il volume di Andrea Frediani Le grandi battaglie di Napoleone nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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