199 anni fa: il 10 ottobre 1813 nasce a Roncole di Busseto il compositore Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi ritratto da Giovanni Boldini nel 1886.

Molti si stupiranno che un periodo così intenso di avvenimenti e di passioni come il trentennio risorgimentale sia stato, nel campo della letteratura e dell’arte, piuttosto sterile. Effettivamente non diede nulla da potersi raffrontare a un Manzoni o a un Leopardi. Ma il perché mi sembra evidente: fu la politica a impegnare e risucchiare tutte le energie degl’italiani. Nati mezzo secolo prima (o mezzo secolo dopo), un D’Azeglio sarebbe stato soltanto romanziere e pittore, Ferrari uno storico, Cattaneo un sociologo. Lo furono ugualmente, ma a mezzo servizio e sempre in funzione del movimento politico, che li condizionò e attrasse nell’azione. La grande impresa dell’indipendenza e dell’unità nazionale aveva bisogno di loro.
Uno solo grandeggiò, nella musica. Ma vi grandeggiò appunto perché col Risorgimento s’identificò dandogli i suoi slanci, i suoi ritmi, i suoi inni, i suoi cori. Giuseppe Verdi era un compositore di razza, che in qualsiasi epoca e Paese avrebbe svettato. Ma non c’è dubbio che al suo immennso successo molto contribuì la sua capacità d’interpretare come nessuno i sentimenti e gli entusiasmi del tempo. Era la musica di Verdi che scaldando gli animi degli spettatori trasformava gli spettacoli della Scala e della Fenice in manifestazioni di patriottismo. Ed era cantando Verdi che i volontari si avviavano ai campi di battaglia. A tal punto il Risorgimento s’identifica in lui da sembrare un suo melodramma, urlante di trombe e rullante di tamburi. Ma questo non sminuisce la grandezza dell’artista. La caratterizza soltanto.
Era di una frazione di Busseto in quel di Parma, e fin quasi da adulto credeva di essere nato il 9 ottobre del ’14, come gli aveva detto sua madre. Invece era nato il 10 ottobre del ’13, e già questo rivela l’umiltà d’una famiglia che non sapeva tenere nemmeno i conti anagrafici. Suo padre aveva una botteguccia di generi alimentari, e per farlo studiare a Busseto lo mise a pensione da un ciabattino, cui pagava una retta di trenta centesimi al giorno. A dieci anni, quando il suo maestro d’organo morì, Giuseppe ne prese il posto per bastare a se stesso, e lo tenne fino ai diciotto.
Un giorno venne a sentirlo un facoltoso droghiere, Barezzi, che aveva la passione della musica, manteneva a proprie spese la banda locale, e possedeva un pianoforte. Lo mise a disposizione del ragazzo prendendoselo in casa, e lungi dall’indignarsene favorì l’idillio che subito nacque fra lui e sua figlia Margherita. Volle soltanto che il suo futuro genero diventasse qualcuno, e per dargliene il destro non esitò a mandarlo al Conservatorio di Milano aggiungendo di tasca propria un sussidio a quello stanziato dal Monte di Pietà locale, che non smise mai di rinfacciarlo a Giuseppe provocandone il risentimento. Ancora trent’anni dopo, già ricco e famoso, Verdi scriveva dei bussetani: “So benissimo che molti, parlando di me, van sussurrando una frase, che non so più se ridicola o indegna: L’abbiam fatto noi… Se mi si rinfaccia questo benefizio, posso ancora rispondere: Signori, ho ricevuto quattro anni di pensione, 25 franchi al mese, 1200 in tutto. Ho portato con onore il vostro nome in tutte le parti del mondo. Ciò vale bene 1200 franchi!
Ma al Conservatorio lo bocciarono per “mancanza di attitudini”, e dovette andare avanti con lezioni private pagate dal bravo Barezzi, fin quando a Busseto morì l’organista della Cattedrale, e Verdi concorse al suo posto. Per un intrigo di preti gli fu preferito uno strimpellatore baciapile. Ma nel paese scoppiò una mezza rivolta, che aveva anche un sottofondo politico. I “coccardini”, come si chiamavano i fautori di Verdi, aggredirono quelli del suo rivale che si chiamavano “codini”, ci furono tafferugli e bastonature perfino in chiesa, e dovette intervenire la duchessa Maria Luigia, cui Giuseppe si era personalmente appellato. Essa gli diede ragione, ma quando già al giovanotto si erano aperte altre prospettive.
Rientrato a Milano, un giorno era capitato al Teatro Filodrammatici, dove si provava un Oratorio di Haydn. Il maestro concertatore, che doveva accompagnare l’orchestra al piano, non si presentò, e Verdi fu pregato di sostituirlo. Trascinato dalla musica, continuando a suonare con una mano, con l’altra cominciò a dirigere, e lo fece in tale modo che i mecenati presenti, entusiasti, gli affidarono l’esecuzione del concerto che fu eseguito, con immenso successo, davanti all’arciduca Ranieri e all’Arciduchessa.
Fin allora nessuno si era accorto di quel giovanotto alto e filiforme, col volto pallido incorniciato da una barbetta nera, e rivestito di panni contadini, anche perché lui, selvatico e scontroso, non aveva fatto nulla per richiamare l’attenzione. Di colpo si trovò famoso, tanto che il Direttore dei Filodrammatici gli commissionò un’opera. Questo gli tolse la voglia di tornare a Busseto. Avrebbe preferito l’incarico di organista nella Cattedrale di Monza, oltre tutto molto meglio retribuito. Ma il suo rifiuto provocò a Busseto un’altra sollevazione che prese a bersaglio il povero Barezzi. E fu per togliere dai guai il suo benefattore, che Verdi si riaccasò presso di lui e sposò Margherita, “la Ghita dai bellissimi capelli”.
Mentre lei gli metteva al mondo una bambina, che morì poco dopo, e un maschietto, egli componeva il suo primo melodramma, Oberto, Conte di S. Bonifacio. C’impiegò due anni, Poi, con lo spartito in tasca, si ritrasferì a Milano, convinto di aver ormai in pugno il proprio destino. Cominciarono le prove. Ma sul più bello si ammalò il protagonista, ch’era il grande Napoleone Moriani, detto “il tenore della bella morte”, non soltanto perché nessuno sapeva come lui spirare sulla scena, ma anche per il cadaverico pallore del suo volto incavato, assoluta rarità fra i tenori sempre piuttosto obesi e rubicondi. L’opera dovett’essere rinviata sine die e forse non sarebbe stata mai più rappresentata, se la primadonna, Giuseppina Strepponi, non ne avesse reclamato l’inclusione nel “cartellone” della successiva stagione d’autunno alla Scala.
Era la salvezza, ma a quella data bisognava arrivarci, e Verdi non sapeva come. Lo aiutò il suocero mandandogli qualche soldo. Lo aiutò soprattutto Ghita impegnando senza dirgli nulla le sue poche gioie al Monte di Pietà. Era una donna dolce, sottomessa, attaccata al suo uomo non perché era un genio, ma perché era il suo uomo. Fu lei a sostenerlo e a incoraggiarlo, quando anche il bambino morì. Finalmente (novembre del ’39) l’Oberto andò in scena e, anche se non fu il trionfo che Verdi si aspettava, fu tuttavia un successo, che valse a scuoterlo dalla depressione in cui era piombato. L’editore Ricordi gli comprò lo spartito per duemila lire, e l’impresario Merelli gliene offrì dodicimila per altre tre opere da comporre in otto mesi.

Se volete continuare a leggere la biografia di Giuseppe Verdi potete farlo sfogliando il libro di Indro Montanelli L’Italia del Risorgimento prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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