197 anni fa: l’8 ottobre 1815 l’ex-Re di Napoli Gioacchino Murat sbarca con ventotto compagni a Pizzo Calabro per cercare di recuperare il proprio trono, ma è arrestato

Frammento di ritratto di Gioacchino Murat, Principe dell’Impero, Granduca di Clèves e di Berg, Re di Napoli con il nome di Napoleone dal 1808 (1767-1815), Maresciallo di Francia dal 1804.

L’ultima volta che egli entrò a Napoli da re fu il 18 maggio 1815; vi rimase il tempo necessario per dare l’addio ai familiari e alla corte, ripartendo il giorno dopo. Il 21 maggio, dopo essersi camuffato radendosi i baffi e aver preso con sé diamanti e preziosi, partì per la Francia non più da re, ma come semplice francese che voleva mettere la sua spada al servizio dell’imperatore.
Napoleone gli rifiutò un comando nella campagna in corso e non volle neppure riceverlo, ordinandogli di restare a Tolone fino a nuovo ordine. Durante la sua permanenza in quella città, Murat non ricevette alcuna buona nuova. Anzitutto, la moglie e i figli che gli Inglesi avevano promesso di far tornare in Francia si trovavano ora in Austria. In secondo luogo seppe della disfatta dell’Armata del Nord a Waterloo e della repressione vilmente perpetrata da Luigi XVIII e dai realisti nei confronti dei fedeli di Napoleone. Infine, saputo che sul suo capo pendeva una taglia di quarantamila franchi, comprò con i suoi diamanti un passaggio in Corsica; ma, non riuscendo a localizzare il battello che doveva prenderlo a bordo fu costretto a rifugiarsi in campagna. La fame lo indusse a bussare a un umile casolare dove venne riconosciuto da un vecchio commilitone. Nonostante la taglia, l’uomo e la moglie si prodigarono per servire “Sua Maestà imperiale e reale” e salvarlo dalla cattura. Il 22 agosto Murat lasciò Tolone con tre amici che riuscirono a rimediare una piccola barca a remi su cui partirono alla volta della Corsica. Fortuna volle che, durante la tempestosa traversata, s’imbattessero in un piroscafo diretto all’isola. Infatti essi fecero appena in tempo a salire a bordo che la barca colò a picco come un sasso. Sebbene avesse la barba incolta e fosse travestito da soldato, ad Ajaccio fu riconosciuto dal sindaco e accolto con tutti gli onori, acclamato dalla folla dovunque si recasse. Frattanto erano giunti i passaporti con i visti d’ingresso per l’Austria e l’assicurazione da parte dell’imperatore che egli e Carolina avrebbero potuto vivere senza molestie in qualsiasi parte della Boemia sotto il nome di conte e contessa di Lipona (anagramma di Napoli già usato da Carolina). Murat era tuttavia deciso a tentare uno sbarco a Napoli. La sua forza “d’invasione” consisteva in 250 soldati, e la flottiglia salpò il 28 settembre avvistando la Calabria il 6 ottobre. Quella notte vi fu una grossa burrasca e al mattino la nave di Murat fu l’unica a raggiungere la costa; nel corso della giornata ne sopraggiunsero altre due, ma una si era dileguata durante la notte. Era il principio della fine. Murat voleva partire per Trieste e utilizzare i suoi passaporti austriaci; ma il capitano non avrebbe salpato senza prima approvvigionarsi, né sarebbe sbarcato senza i passaporti che gli avrebbero garantito l’incolumità. Murat, però, non voleva cedere ad altri i suoi passaporti e così, insieme con trenta compagni (ventotto soldati e due attendenti), sbarcò a Pizzo Calabro indossando la sua uniforme. Riconosciutolo, alcuni pescatori gridarono “Evviva il re Gioacchino”, ma le truppe che si esercitavano nella piazza del paese rimasero imperturbate. Lo sventolio della sua bandiera e il grido di “Vogliamo Gioacchino” destarono solo uno stupito silenzio. Si adunò una folla minacciosa e, nonostante i tentativi per aprirsi un varco verso la spiaggia, il gruppetto fu sopraffatto prima di raggiungere le barche. Murat, imprigionato e portato davanti alla corte marziale, si comportò sempre con coraggio, insistendo che i suoi compagni non avevano altra colpa che di essergli rimasti fedeli. Al tribunale, che persisteva nel chiamarlo maresciallo Murat, dichiarò che se lo considerava cittadino francese, esso non era competente a giudicarlo. Se, d’altro canto, lo accettava come napoletano, egli era il re, e loro, in qualità di sudditi, non avevano il diritto di giudicarlo. Analoghe ragioni erano state addotte a suo tempo da Carlo I d’Inghilterra, ma il risultato fu il medesimo: la sua condanna a morte era già stata ordinata da Ferdinando, in base alla legge promulgata dallo stesso Murat per scoraggiare tentativi di insurrezione.
L’ultimo giorno della sua vita, il 13 ottobre 1815, Murat si alzò come di consueto, indossò la camicia bianca, il panciotto, lo stocco e i pantaloni da cavallerizzo, gli stivali neri da ussaro e un semplice spolverino civile. Si confessò (il sacerdote ricordava il loro precedente incontro quando, da re, Murat aveva fatto una generosa donazione alla sua chiesa), scrisse una lettera a Carolina firmandosi Gioacchino Napoleone, aggiungendovi qualche ciocca di capelli, ed esprimendo dolore per non poter riabbracciare i suoi cari. Consegnò quindi l’orologio al valletto e, riconfermata la sua filiale devozione alla Chiesa, andò incontro al suo destino. Il plotone di esecuzione fu adunato in un cortile talmente angusto che le canne dei moschetti quasi toccavano il petto di Murat. Gli furono offerte una sedia e una benda, ma egli rifiutò. Baciò un cammeo con l’effigie della moglie che teneva nella mano e, raccomandando al plotone di mirare diritto al cuore, diede egli stesso l’ordine: “Fuoco!”. Crepitò la salva di fucileria e il corpo di Murat si accasciò al suolo. Il suo ultimo desiderio era stato esaudito: per ben tre volte gli dovettero dare il colpo di grazia alla testa. Ciò che avvenne della sua salma non è dato sapere con certezza. Alcuni affermano che sia stato sepolto in un cimitero locale in una fossa comune; altri che sia stato gettato in mare; altri ancora, i più macabri, che vi sia stato gettato solo dopo che la sua testa recisa fu inviata a Ferdinando in segno dell’avvenuta esecuzione.
Se Napoleone fu un precursore rispetto al suo tempo, Murat restò un figlio dell’epoca della cavalleria, quando primeggiava il coraggio. Negli ultimi tempi della sua vita soleva raccontare che a sostenerlo nella battaglia del Monte Tabor fosse stata la visione della trasfigurazione di Gesù. Molti italiani considerarono Murat il fondatore del movimento per l’indipendenza e l’unificazione e, quando ricordano Tolentino, ne parlano non come di una disfatta, bensì come della scintilla che avrebbe innescato il fuoco della liberazione compiuta poi da Garibaldi. I suoi discendenti furono numerosi; essi svolsero un ruolo di primo piano nell’ascesa di Napoleone III al trono del Terzo Impero nel 1852 e diedero addirittura alla Gran Bretagna un colonnello che fu in servizio durante la seconda guerra mondiale. E’ interessante ricordare che, volendo lodare il vecchio colonnello Cardigan, i soldati del reggimento di Lord William Bentinck, l’11° ussari (dragoni leggeri), ne parlavano come del “Murat inglese”.
Il nome di Murat vive ancora nei suoi discendenti. Forse l’epigrafe che più gli piacerebbe è quella di una lettera di Lord Byron a Tom Moore datata 4 novembre 1815: “Povero caro Murat, che brutta fine! Sono convinto che le sue bianche piume fossero un punto di riferimento in battaglia, proprio come quelle di Enrico IV”.

Se volete leggere la biografia completa del re di Napoli potete farlo sfogliando il volume di David Chandler I marescialli di Napoleone nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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