441 anni fa: il 7 ottobre 1571 si svolge nel golfo di Corinto la battaglia di Lepanto

Affresco della battaglia di Lepanto presente nella chiesa di San Tommaso Apostolo di Monselice

Erano le 7 del mattino del 7 ottobre, quando le prime galere cristiane, guidate da Gian Andrea Doria, cominciarono ad emergere da un canale fra l’isoletta di Oxia e il continente, poco a nord del golfo di Lepanto. D’improvviso avvistarono l’avanguardia della flotta turca in uscita dal golfo, diritto davanti a loro. Doria informò gli altri comandanti e cominciò lo spiegamento previsto dal piano di battaglia.
La flotta cristiana assunse uno schieramento solo parzialmente tradizionale, con un centro e due ali in formazione di linea. La prima novità era costituita da uno squadrone di riserva, la seconda dalla presenza delle galeazze. La squadra di testa, 54 galere comandate da Gian Andrea Doria, prese posizione all’ala destra, con la pesante responsabilità di proteggere il fianco scoperto dello schieramento, rivolto verso il mare aperto. Don Giovanni comandava la squadra più grande, 64 galere al centro: tra queste, le galere più importanti e più fornite di soldati, comandate dai maggiori capi militari, compreso il condottiero papale Colonna e il vecchio Sebastiano Veniero, comandante supremo dei veneziani. L’ala sinistra, vicina alla costa, era comandata da Agostino Barbarigo, un altro veneziano, che aveva ai suoi ordini una maggiore percentuale di galere della sua patria rispetto agli altri comandanti. Di fronte a ciascuna squadra, schierate in linea da nord a sud, erano collocate due galeazze veneziane, molto più grandi e più lente delle ordinarie galere da guerra, ma con batterie di cannoni sulle fiancate e con una sovrastruttura più alta. La riserva cristiana, sotto don Alvaro De Bazan, marchese di Santa Cruz, era composta da 30 galere, e doveva intervenire ovunque se ne fosse presentata la necessità. Infine risultano presenti alla battaglia almeno 80 galere minori, che con tutta probabilità fornirono il supporto logistico e i rimpiazzi di uomini e munizioni per sostenere lo sforzo delle unità principali.
A quanto sembra, il piano di Don Giovanni consisteva nel cercare la vittoria al centro, ove aveva concentrato la sua forza principale; la riserva di Bazan, come abbiamo detto, non aveva alcuna manovra particolare da compiere. La principale innovazione cristiana fu la decisione di mandare le galeazze in avanti per più di 800 metri, per scompigliare l’avanzata turca con il loro tiro di bordata.
A quanto è dato sapere, il piano di battaglia ottomano era più accurato rispetto a quello dei cristiani, nonostante siano stati questi ultimi a vincere la battaglia. L’ala destra musulmana, ovvero la squadra più vicina alla costa, consisteva di 54 galere e due galeotte, ed era comandata da Mehmet Suluk, Bey di Alessandria. Il comandante supremo, Ali Pasha, guidava la squadra del centro, composta da 61 galere e 32 galeotte; l’ala sinistra, rivolta al mare, era la squadra più forte, grazie alle sue 87 galere e a otto galeotte, al comando dell’abile Uluch Ali. Infine, dietro la prima linea anche i turchi avevano una riserva, più ridotta di quella cristiana, composta da otto galere, 22 galeotte e 64 fuste (piccole navi a remi, veloci ma decisamente inferiori alle galere cristiane). E’ chiaro che i turchi – sempre pensando di avere di fronte un numero inferiore di navi nemiche – avevano in mente una manovra di accerchiamento su entrambi i fianchi, e in particolare sul loro fianco sinistro; ma anche dalla parte di terra c’erano buone possibilità che la manovra riuscisse, perché le galere turche avevano un pescaggio minore di quelle cristiane e di conseguenza potevano avvicinarsi maggiormente ai fondali bassi della costa. Un attacco sui lati avrebbe consentito di puntare allo speronamento delle galere nemiche, che avevano fiancate deboli e vulnerabili e non disponevano di artiglierie per il fuoco di bordata. Quanto alla riserva turca, la sua debolezza le consentiva solo operazioni di rifornimento delle navi maggiori, e non certo un impiego come massa di manovra per sfruttare eventuali punti deboli dello schieramento avversario o per coprire qualche buco della prima linea.
Per loro sfortuna, le dimensioni della flotta nemica ridussero la possibilità, da parte dei turchi, di dar corso al loro piano strategico e la battaglia si risolse in una serie di scontri separati, quasi isolati gli uni dagli altri, per gran parte della giornata. L’ala sinistra cristiana, guidata da Barbarigo, fu la prima ad impegnare il nemico, alle 10.30 del mattino. Le due galeazze veneziane, come era prevedibile, scompaginarono con il fuoco delle artiglierie la linea delle galere ottomane. I loro comandanti erano Ambrosio e Agostino Bragadin, fratelli di Marcantonio, così orrendamente massacrato dopo la resa di Famagosta, e misero il massimo impegno nell’affondare e danneggiare il naviglio nemico prima dello scontro generale. Le galere turche, a ogni modo, cercarono di approfittare del loro minor pescaggio per accostarsi alla riva e da lì attaccare sul fianco i cristiani, che non conoscendo i fondali erano obbligati a mantenersi al largo. La manovra riuscì a sei o sette galere turche, ma grazie alla grande professionalità di Barbarigo e dei suoi subordinati (per la maggior parte veneziani) alcune navi cristiane riuscirono a manovrare in modo da far fronte al nemico e, anzi, da spingere le galere avversarie contro la spiaggia. La contromanovra riuscì così bene che i turchi, già impegnati a evitare il fuoco delle galeazze, si disunirono ancora di più e un altro comandante veneziano, il Querini, riuscì con le sue navi a inserirsi sulla sinistra della squadra turca e poi a manovrare in modo che l’intera ala sinistra musulmana si trovasse stretta contro la costa da una squadra cristiana che a malapena la eguagliava in numero di unità. Più di 50 navi turche rimasero intrappolate. Dopo ore e ore di mischia furibonda, lo stesso Mehmet Suluk fu mortalmente ferito e catturato. Molti marinai e soldati turchi riuscirono ad abbandonare le navi e a riparare sulla spiaggia, ma la maggioranza perse la vita e quasi tutta la squadra fu catturata. La maggiore perdita per i cristiani fu quella di Barbarigo, anch’egli colpito a morte durante gli scontri.
Al centro, la battaglia cominciò intorno alle 11. Le due galere ammiraglie di don Giovanni e di Ali Pasha, dopo essersi scambiate le prime cannonate, cercarono di affiancarsi e altre galere, dall’una e dall’altra parte, si accostarono alle due navi per rifornirle costantemente di combattenti; ma anche al centro le galeazze veneziane avevano già contribuito a decimare le galere turche, prima dello scontro generale, che coinvolse le navi dei due schieramenti lungo un fronte marino di oltre un chilometro e mezzo, da nord a sud. Tra mezzogiorno e l’una del pomeriggio il Colonna, ammiraglio papale, dopo aver fatto prigioniera la nave che gli si era contrapposta nella mattinata, si mosse in aiuto della galera di don Giovanni e in tal modo i cristiani poterono aver ragione dell’ammiraglia turca. Lo stesso Ali Pasha fu ucciso, e le altre navi turche cominciarono a cedere su tutto il fronte, consentendo a parecchi cristiani di occuparle e cominciare a saccheggiarle, senza rendersi conto del pericolo che poteva provenire dal fianco destro del loro schieramento.
Qui, dove i turchi erano più forti, la battaglia si era accesa in ritardo, perché Gian Andrea Doria, consapevole di quanto la linea turca lo sopravanzasse, aveva diretto le sue unità verso sud, per impedire ai musulmani una manovra avvolgente; ma Uluch Ali, abile quanto lui, si era mosso nella stessa direzione, per mantenere il suo vantaggio. Le due ali continuarono ad allontanarsi dal centro della battaglia, finché verso mezzogiorno una ventina di galere del contingente guidato da Doria cambiarono rotta all’improvviso, dirigendosi verso nord, e quindi verso il centro dello schieramento. Questa mossa indusse i veneziani a sospettare un tradimento da parte del comandante, che essendo genovese non riscuoteva la loro fiducia. In quel momento la squadra di Uluch Ali, per le sue stesse dimensioni, era più vicina al centro cristiano di quanto non lo fosse l’ala destra cristiana, ridotta a 35 galere. Anche la squadra turca fece rotta verso nord, e andò a urtare lo spezzone di galere cristiane che andava nella stessa direzione. Con un rapporto di forze di tre o quattro a uno, l’ammiraglio algerino conquistò in breve tempo 15 navi cristiane e massacrò i loro equipaggi; quindi, con almeno 30 navi, colpì il fianco sud del centro cristiano. Poteva essere l’episodio decisivo della battaglia, in grado almeno di pareggiare le sorti dello scontro: ma il marchese di Santa Cruz, comandante della riserva cristiana, riuscì a radunare un numero sufficiente di galere, che avevano già cominciato a rafforzare il centro, e le inviò a contrattaccare Uluch Ali. Allo stesso tempo Doria, con il resto dell’ala destra, recuperò le galere prese dal re di Algeri e lo attaccò da sud. Il corsaro turco capì che la giornata era ormai perduta e si sottrasse all’accerchiamento con una dozzina di galere; altri 35 vascelli turchi riuscirono a riparare a Lepanto.
Si pensa che circa 60 galere turche siano state affondate durante la battaglia; a queste vanno aggiunte le navi catturate dai cristiani, ossia 117 galere, 10 galeotte e tre fuste. Circa 3.000 turchi furono fatti prigionieri e ben 30.000 restarono uccisi o annegarono durante la battaglia. I cristiani ebbero 10 galere affondate, 8.000 morti e 21.000 feriti, ma queste perdite furono bilanciate dalla liberazione di 15.000 rematori (“galeotti”) di fede cristiana, imbarcati sulle navi turche come schiavi.
Il fattore più importante, nella vittoria cristiana, fu costituito dalla capacità di comando del giovane don Giovanni d’Austria, abile nel tenere insieme una forza multinazionale attraversata da odi e diffidenze reciproche. Ebbe un notevole peso anche l’innovazione tattica proposta da Gian Andrea Doria, consistente nel rimuovere gli speroni delle galere cristiane, in modo che i cannoni di prua avessero un campo di tiro maggiore e potessero colpire a distanza ravvicinata gli scafi delle navi turche. Un’altra importante innovazione, come abbiamo più volte osservato, fu l’utilizzo delle galeazze in posizione avanzata per scompaginare la formazione nemica. Nessuna delle sei grandi unità andò perduta e il loro contributo tattico fu certamente notevole. Infine, bisogna tenere nel debito conto il valore delle truppe spagnole imbarcate sulle navi, anche su quelle di Venezia nonostante le obiezioni dei comandanti della Serenissima, che tuttavia non poterono fare a meno di ammettere di non disporre di un numero sufficiente di armati della loro nazionalità e dovettero quindi accettare il contributo dei tercios spagnoli.
La sconfitta di Lepanto diminuì in maniera determinante, per alcuni decenni, il potenziale militare della flotta musulmana. Le perdite turche a Lepanto inclusero inevitabilmente una pesante percentuale delle migliori truppe. Benché ci fosse una nuova flotta musulmana attiva nel 1572, essa non fu mai così aggressiva come negli anni che precedettero la battaglia di Lepanto. La vittoria cristiana fece sensazione attraverso tutta l’Europa e negli anni seguenti fu ricordata come il risultato della ferma decisione di cercare e sconfiggere la flotta principale del nemico.

Se volete approfondire lo storico scontro tra le flotte musulmane dell’Impero ottomano e quelle cristiane della Lega Santa che riuniva le forze navali di Venezia, della Spagna (con Napoli e Sicilia), di Roma, di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Ducato d’Urbino e del Granducato di Toscana, federate sotto le insegne pontificie, potete farlo sfogliando le pagine del libro di Sergio Masini Le battaglie che cambiarono il mondo – Da Maratona alla Guerra del Golfo prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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