77 anni fa: il 3 ottobre 1935 l’Italia invade l’Etiopia con le truppe guidate dal generale de Bono (sostituito l’11 novembre da Pietro Badoglio)

Il 2 ottobre il popolo italiano fu convocato nelle piazze ad ascoltare, attraverso gli altoparlanti collegati alla radio, il discorso che Mussolini tenne dal balcone di Palazzo Venezia, in cui annunciò la guerra. Il 3 ottobre De Bono ricevette l’ordine di attaccare e il 6 ottobre fu conquistata Adua.
Se in un primo momento molte voci in Italia si erano alzate per protestare e criticare (dopo il delitto Matteotti questo fu forse il punto più basso della popolarità del fascismo), la velocità delle prime vittorie, enfatizzate al massimo dalla propaganda, galvanizzarono gli animi. Quando poi gli Stati aderenti alla Società delle Nazioni dichiararono di mettere in pratica le minacce e di ricorrere alle sanzioni economiche verso l’Italia per l’aggressione all’Etiopia, l’ufficio stampa del fascismo trovò terreno fertile per seminare rancore e risentimento: non era mai successo prima (e di “aggressioni” ce n’erano state a iosa) e perché incominciare proprio dall’Italia? Era una palese interferenza nelle scelte di espansione di una nazione sovrana, così si disse. E Mussolini toccò nei suoi discorsi le corde dell’orgoglio ferito, dell’indignazione. Il popolo italiano, povero, schiacciato dai Paesi ricchi, si raccolse attorno al Duce. La campagna per l’autarchia, già in vigore da anni, ripartì alla grande, spinta con impegno e abnegazione dall’Associazione delle vedove e delle madri di guerra. Malgrado la politica delle sanzioni fosse piena di buchi e facesse acqua da tutte le parti (molte nazioni aggiravano l’ostacolo vendendo prodotti alla Germania, che non faceva parte della Società delle Nazioni, la quale a sua volta li rivendeva all’Italia), il governo non perdeva occasione per parlare male dei “nemici”. Bisognava boicottare tutti i prodotti stranieri e utilizzare quelli alternativi fabbricati in Italia: il lanital, ricavato dalla caseina del latte, e la cisalfa, derivata dalla cellulosa, al posto della lana; il cafioc e tutte le altre fibre contrabbandate come “cotone nazionale” (che costava il triplo del cotone importato); il tessuto calabrese di ginestra e naturalmente l’orbace, ricavato dalle lane delle pecore sarde; il raion, in sostituzione della seta, che viene definito “il più moderno dei tessuti italiani e il più italiano dei tessuti moderni”, pubblicizzato con un convoglio di vetture provviste di vetrine (chiamato “autotreno del raion”) che, partito da Torino, attraverserà l’Italia settentrionale e quella centrale percorrendo 9000 chilometri; il caffè fatto con la radice di cicoria tostata; una specie di cuoio ottenuto con il cartone pressato (ne sapranno qualcosa i nostri soldati durante la campagna di Russia) e la gomma sintetica (che costava quattro volte il caucciù naturale). Essendo bloccate anche le esportazioni, il vino in esubero fu trasformato in alcol e utilizzato come combustibile per il motore di alcuni mezzi di trasporto (veniva a costare quasi sei volte più della benzina). E sempre l’alcol fu estratto anche dal riso e dalla barbabietola, quest’ultima coltivata anche per ricavare zucchero. Il costo più alto di questi prodotti ricadeva tutto sulle spalle degli acquirenti, mentre le industrie italiane, protette dalla concorrenza estera, si ritrovarono pubblicità gratis da parte del governo. Senza contare esenzioni varie e commesse di guerra. L’autarchia toccò anche il campo culturale: furono vietate le traduzioni di libri stranieri e l’importazione di giornali, riviste (anche scientifiche), dischi e film stranieri. Anche le parole straniere, entrate ormai nel linguaggio quotidiano, dovettero cambiare (via bar, autobus, tailleur, pullover…), sostituite dalla traduzione letterale (quando ciò non era possibile si rispolveravano anche termini dialettali).
Nel frattempo le sedi del Fascio si trasformarono in depositi di rottami: la mancanza di metalli fece partire una grande campagna di raccolta e molti cancelli e recinzioni finirono così la loro carriera.
Poi fu la volta dell’oro. La fede nuziale, l’unico gioiello che la gran parte degli italiani possedeva, venne data “spontaneamente” in dono alla Patria nel corso di cerimonie fra il civile e il religioso: in presenza di alte personalità politiche (spesso di Mussolini in persona) ed esponenti del clero (spesso vescovi), che si affrettavano a benedirli, gli anelli venivano gettati in bracieri ardenti, profumati d’incenso, per essere fusi. I personaggi più importanti si impegnarono per dare il buon esempio: la regina Elena fu una delle prime, ma anche senatori e arcivescovi si spogliarono di medaglie e croci.
Malgrado ciò il costo della guerra fu salato e la chiusura delle frontiere italiane, sia per le importazioni sia per le esportazioni, gettò l’economia in una fase di ristagno, aggravato dalle casse vuote (anzi piene di debiti).
Però la guerra fu breve. Sostituito il troppo esitante De Bono (di lui il Duce dirà: “E’ un vecchio cretino. Non a causa degli anni, che possono rispettare l’ingegno se c’è stato, ma perché è sempre stato cretino ed ora è anche invecchiato”) con l’ambizioso Badoglio e inviato anche Rodolfo Graziani, Mussolini iniziò a tempestare i suoi generali di telegrammi in cui li spronava a fare in fretta (autorizzandoli a usare i lanciafiamme e qualunque gas). In aperta violazione della Convenzione di Ginevra del 1925, dagli aerei italiani piovvero sulle popolazioni etiopi gas asfissianti (compresa l’iprite, usata per la prima volta durante la Prima guerra mondiale, che provoca ustioni cutanee dolorosissime che causano la morte per cancrena). Gli Etiopi si rivolsero alla Società delle Nazioni protestando per l’uso dei gas e per altre violazioni delle leggi di guerra (fra l’altro il bombardamento di reparti della Croce Rossa). Mussolini rispose che dietro gli emblemi della Croce Rossa il nemico nascondeva truppe e armi. Sostenne che gli Etiopi si comportavano da incivili commettendo ogni sorta di atrocità sui prigionieri e, inoltre, usavano delle pallottole esplosive (dette dum-dum) vietate espressamente dalla Società delle Nazioni. Chiamata in causa, quest’ultima iniziò una serie di accertamenti che però non portarono a nulla, anche perché gli Etiopi, forti solo della loro conoscenza del territorio, stavano ormai soccombendo: dopo poco più di sette mesi dall’inizio delle ostilità Pietro Badoglio, attorniato da un nugolo di giornalisti, faceva il suo ingresso trionfale in Addis Abeba. Era il 5 maggio 1936 e quattro giorni dopo il Duce proclamava ufficialmente dal balcone di Palazzo Venezia che l’Italia era un impero.
Vittorio Emanuele, neoimperatore, ringraziò e gli fece dono delle insegne di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia, mentre il Gran Consiglio del Fascismo lo nominò “Fondatore dell’Impero”. Il Consiglio dei ministri nominò Badoglio viceré d’Etiopia, carica che questi, un mese dopo, cedette a Graziani ottenendo in cambio il titolo di duca di Addis Abeba, un congruo appannaggio e una villa enorme a Roma. E fece bene perché, come ha scritto Giorgio Rochat (“Le guerre coloniali dell’Italia fascista” in Le guerre coloniali del fascismo): “La proclamazione dell’impero italiano d’Etiopia il 9 maggio 1936 segnò la fine della guerra soltanto per l’opinione pubblica ed i governi d’Europa. In realtà le operazioni continuarono senza soste fino al tramonto del dominio italiano, con un minor spiegamento di forze, ma un ulteriore imbarbarimento della guerra”. Il fatto emerge anche dai resoconti raccontati da Ciano nel suo Diario quando, nel 1939, la carica di viceré d’Etiopia era passata al principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta: “Il Duce […] è molto scontento della situazione nell’A.O. e pronunzia un giudizio severo sull’opera del Duca d’Aosta. In realtà l’Amara è ancora in piena rivoluzione e i 65 battaglioni che colà risiedono sono costretti a vivere nei fortini”.

Se volete approfondire le fasi della brutale conquista dell’Etiopia potete farlo sfogliando le pagine dell’atlante Nascita, affermazione, crollo del fascismo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in 20° secolo e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a 77 anni fa: il 3 ottobre 1935 l’Italia invade l’Etiopia con le truppe guidate dal generale de Bono (sostituito l’11 novembre da Pietro Badoglio)

  1. Federico Berti ha detto:

    La domanda che molti non si sono fatti è: perché proprio l’Etiopia? Di solito si risponde che era l’unico paese rimasto ai nuovi conquistadores, che gli altri se li erano già accaparrati gli altri imperi coloniali, che la spartizione dell’Africa era stata decisa a tavolino; in realtà non è così semplice perché c’erano moltissimi altri paesi che a quell’epoca erano terre ‘libere’ o di assai più facile controllo. Inoltre, dal punto di vista strategico e militare sarebbe stato sufficiente controllare l’Eritrea, che rappresentava lo sbocco principale del Mar Rosso verso l’oceano Indiano e consentiva traffici lucrosi. Perché mai spingersi fino alle aspre montagne dell’Acrocoro Etiopico, assolutamente insignificanti dal punto di vista dello sfruttamento commerciale? Perché mai insistere in modo tanto energico, arrivando allo sterminio del clero locale nella famosa strage di Addis Abeba? Di questo purtroppo non si parla quasi mai nei libri di storia. Eppure la tormentata vicenda dei rapporti fra l’Etiopia e l’Europa è molto più antica, basterebbe pensare che stiamo parlando del primo paese cristiano dopo la conversione di Costantino. Sappiamo che a Roma nel XIII secolo, vale a dire 700 anni prima di Mussolini, c’era una chiesa di S. Stefano dei Mori adibita specificamente a ospitare i monaci abissini e che nel XV secolo la S. Sede mandò alcune missioni gesuite per un’opera pastorale accesissima, messa in allarme dal fatto che gli etiopi seguviano la dottrina monofisita ed erano perciò ‘eretici’ agli occhi del Papa; nel XVI secolo vi fu una conversione in massa al cattolicesimo, accompagnata da intensi traffici commerciali con l’Europa, ma a quanto pare pochissimi decenni più tardi la fase cattolica si chiuse con un aspro conflitto e il rogo dei libri portati dai missionari: gli etiopi tornarono allla propria dottrina, che fino a pochi decenni fa era sotto il patriarcato di Alessandria. A partire dal ’700 la situazone politica e religiosa, che in Etiopia andavano di pari passo dato che il Negus era anche di fatto un capo religioso, non soltanto militare, nel senso che rivendicava una linea di discendenza diretta con la regina di Saba, la leggendaria compagna del re Salomone, la situazione dicevo s’era fatta confusa: dinastie di regnanti erano in conflitto le une con le altre e il conflitto riguardava proprio se accettare o meno la presenza degli europei e le loro nuove spinte culturali. La sconfitta amara del 1896 ad Adua fu dovuta non solo all’inesperienza militare degli italiani, ma anche alle straordinarie doti strategiche della regina Taitu, moglie del negus Tewodros II, che si dice scendesse in battaglia portando con sé dei leoni da combattimento; erano i rappresentanti della dinastia sabea, che si trasmetteva il titolo per via matrilineare. Nei decenni succerssivi, era stata promossa dai monarchici italiani e poi dai fascisti la figura del Negus Selassié, favorevole all’europeismo e rappresentante della dinastia solominide, ch einvece si trasmetteva il titolo di padre in figlio, cioè per via patrilineare: due modelli di società antitetici, la cui diversità era basata proprio sulla figura della dona e sul proprio ruolo nella società; sostenere Hailé Selassié doveva servire a disgregare le resistenze culturali nelle zone più isolate del paese, che non accettavano lo stile di vita imposto dagli europei. Selassié era un ‘pupillo’ di Mussolini, i fascisti se lo coccolarono per una decina d’anni, poi il voltafaccia improvviso, brusco, l’aggressione a tradimento; ecco allora che la dichiarazione di guerra del ’35 assume agli occhi dello storico un significato assai diverso dalla semplice guerra coloniale, e in special modo la strage di Addis Abeba, con la fucilazione di 300 monaci abissini, offre spunti di riflessione sull’aspetto politico-religioso del conflitto etiope, certo di molto precedente al periodo specificamente coloniale, vecchio di almeno mille anni. Un conflitto ancora in corso dato che le guerre nel Corno d’Africa si continuano a combattere tra i figli del collaborazionismo fascista e quelli della resistenza, anche se i cronisti contemporanei continuano a sostenere la teoria storicamente falsa del conflitto etnico, cioè la stessa teoria che fu invocata proprio dai fascisti per aggreddire il paese: pacificare dei rozzi barbari capaci solo di ammazzarsi a vicenda, portare loro la civiltà. Una civiltà che oggi ha soltanto cambiato nome, la guerra d’Etiopia è ancora in corso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...