121 anni fa: il 28 settembre 1891 muore a New York lo scrittore, poeta e critico letterario statunitense Herman Melville

Francobollo USA emesso il 1° agosto 1984 in occasione del 165° anniversario della nascita di Herman Melville

Sono un uomo piuttosto avanti negli anni. La natura della mia professione mi ha portato, nel corso degli ultimi tre decenni, in contatto, e non soltanto nel solito contatto, con una categoria di uomini interessante all’apparenza e in qualche modo singolare, sui quali, per quanto ne so, finora non è mai stato scritto nulla: mi riferisco ai copisti legali ovvero agli scrivani. Nella mia vita professionale e privata ne ho conosciuti moltissimi e, se volessi, potrei raccontare varie storie che farebbero sorridere i benevoli e piangere i sentimentali. Ma per qualche brano sulla vita di Bartleby, il più strano che abbia mai visto o conosciuto, rinuncio alle biografie di tutti gli altri. Mentre di molti scrivani potrei narrare l’intera vita, non si può fare nulla del genere per Bartleby. Non esiste materiale – ne sono convinto – per comporre una biografia completa e soddisfacente di quest’uomo.
È una perdita irreparabile per la letteratura. Bartleby fu uno di quegli individui sui quali non si riesce ad accertare nulla, senza risalire alle fonti originali, nel suo caso molto esigue. Quello che videro i miei occhi attoniti: ecco ciò che so di Bartleby, tranne, invero, una vaga notizia che apparirà in seguito.
Prima di introdurre lo scrivano, quale mi apparve la prima volta, è opportuno che accenni a me, ai miei employés, al mio lavoro, al mio ufficio e all’ambiente in generale, perché si tratta di ragguagli indispensabili per capire in modo adeguato il protagonista che fra poco sarà presentato.
Anzitutto, sono un uomo che, dalla giovinezza in poi, ha maturato una profonda convinzione: nella vita la via più facile è la migliore. Ne consegue che, pur svolgendo una professione proverbialmente esuberante e a volte concitata al limite della turbolenza, non ho mai lasciato che cose del genere sconfinassero nella mia pace. Sono uno di quegli avvocati privi di ambizioni, che mai si rivolgono alla giuria e in nessun modo inseguono l’applauso del pubblico, ma che, nella tranquilla frescura di un angolino appartato e discreto, si dedicano a un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti. Quanti mi conoscono mi considerano una persona eminentemente cauta e fidata. Il compianto John Jacob Astor, personaggio poco incline ai voli poetici, non esitava a dichiarare che la mia prima virtù era la prudenza; la seconda, il metodo. Non lo dico per vanità, ma soltanto per attestare il fatto di aver prestato i miei servigi al compianto John Jacob Astor, nome che adoro ripetere, lo ammetto: possiede infatti un suono rotondo e sferico, tintinnante come l’oro. Aggiungerò di mia iniziativa di non essere stato insensibile alla buona opinione che di me aveva il compianto John Jacob Astor.
Qualche tempo prima dell’epoca in cui ebbe inizio questa breve storia, il mio lavoro era molto aumentato. Mi era stato conferito il buon vecchio incarico di giudice dell’Alta Corte di Equità, ufficio ormai abolito nello stato di New York. Non era una carica molto gravosa, ma assai piacevolmente remunerata. Di rado perdo la calma, ancora più di rado mi abbandono a una pericolosa indignazione davanti ai torti e agli oltraggi, ma – mi sia concesso a questo punto di essere avventato – dichiaro che, a mio avviso, l’abrogazione subitanea e violenta dell’ufficio di giudice dell’Alta Corte di Equità, da parte della nuova legge, fu… un atto prematuro, tanto più che avevo contato su quei benefici per il resto die miei giorni, mentre ne godetti soltanto per alcuni brevi anni. Ma questo è detto tra parentesi.
Il mio ufficio era al primo piano di Wall Street, n. – Da un lato le finestre si affacciavano sul muro bianco di un ampio cavedio, che prendeva luce da un lucernario e attraversava la casa da cima a fondo. Questa veduta forse poteva sembrare più scialba che suggestiva, carente com’era di quanto i pittori paesaggisti definiscono «vita». Ma, se così era, la vista sull’altro lato dell’ufficio, offriva, almeno, un contrasto. Su quel versante le finestre dominavano in pieno la vista di un alto muro di mattoni, annerito dagli anni e incupito dalla perenne ombra. Non occorreva che un cannocchiale ne rivelasse le bellezze nascoste, perché, a beneficio degli osservatori miopi, queste risaltavano a meno di dieci piedi dai vetri delle mie finestre. La circostanza che gli edifici intorno fossero molto alti e che il mio ufficio fosse al primo piano faceva sì che lo spazio fra questo muro e il mio assomigliasse a un’enorme cisterna quadrata.
Nel periodo appena precedente l’arrivo di Bartleby avevo al mio servizio due persone in qualità di scrivani e un ragazzo promettente che faceva da fattorino. Il primo, Tacchino; il secondo, Pince-Nez; il terzo, Zenzero. Nomi questi che non si trovano forse nei registri: a dire il vero, erano nomignoli che i tre si erano reciprocamente affibbiati e – pareva – esprimevano bene le rispettive persone e i rispettivi caratteri. Tacchino era un inglese basso e asmatico, della mia stessa età, cioè non lontano dai sessant’anni. Al mattino, si potrebbe dire, il suo volto aveva un bel colorito florido, ma dopo le dodici, mezzodì – l’ora di pranzo – si accendeva come la grata del caminetto a Natale, e continuava a fiammeggiare – ma, per così dire, smorzandosi a poco a poco – fino alle sei o giù di lì, dopo di che non vedevo più il proprietario di quella faccia che, raggiungendo il pieno fulgore con il sole, sembrava tramontare con questo, per sorgere, culminare, declinare il giorno successivo, con pari regolarità e altrettanta gloria. Esistono molte coincidenze singolari che ho conosciuto nel corso della vita, non ultima quella che, esattamente quando Tacchino irradiava tutto il suo fulgore dal volto rosso e raggiante, proprio allora, in quel momento critico, aveva inizio la fase quotidiana nella quale, a mio avviso, le sue capacità professionali erano gravemente compromesse per ciò che restava delle ventiquattro ore della giornata. Non che allora rimanesse a girarsi i pollici, o mostrasse avversione al lavoro: lungi da ciò. Anzi: il guaio era che si affaccendava troppo. Cadeva in preda a una strana furia arruffata e pasticciona. Era sbadato nell’intingere la penna nel calamaio. Le macchie sui documenti cadevano tutte allora, dopo le dodici. Invero nel pomeriggio non era soltanto sventato e tristemente incline a fare macchie, ma, in alcuni giorni, ne combinava di peggio e si faceva.rumoroso. In queste occasioni la sua faccia accesa avvampava ancora di più, quasi che sull’antracite avessero ammucchiato carbone tipo cannel. Con la sedia faceva chiasso a non finire; rovesciava lo scatolino della sabbia; nell’aggiustare le penne, per l’impazienza, le faceva a pezzi e le buttava per terra, preso dalla rabbia; si alzava, si sporgeva oltre il tavolo, metteva a soqquadro le carte in modo addirittura indecoroso: insomma davvero uno spettacolo triste in un uomo della sua età. Era tuttavia per me un collaboratore prezioso, che fino a mezzogiorno si dimostrava, come pochi, persona pronta, equilibrata e assidua, capace di svolgere una grande mole di lavoro di qualità non facilmente uguagliabile. Ecco perché chiudevo un occhio sulle sue bizzarrie, sebbene di tanto in tanto, invero, gli rivolgessi le mie rimostranze. Lo facevo con molto tatto, perché, mentre al mattino era il più civile, garbato, rispettoso degli uomini, nel pomeriggio, se provocato, rischiava di ricorrere a parole un po’ avventate, anzi insolenti. Ora tenendo, come facevo, in grande considerazione i suoi servizi mattutini, e deciso – a non perderli – tuttavia, sentendomi nello stesso tempo a disagio per i suoi modi pomeridiani così esuberanti – ed essendo un uomo pacifico, poco propenso a suscitare con i miei rimproveri reazioni disdicevoli da parte sua, mi decisi, un sabato pomeriggio (al sabato era peggio che negli altri giorni), ad accennargli, con molto garbo, che, forse, ora che invecchiava, avrebbe ben potuto ridurre l’orario di lavoro; insomma non era necessario che venisse in ufficio dopo le dodici, ma, una volta finito il pranzo, gli sarebbe convenuto ritornarsene a casa a riposarsi fino all’ora del tè. Niente da fare: insistette nel dedicarmi i suoi servizi pomeridiani. il volto gli si infervorò da far paura, mentre con piglio oratorio mi assicurava – gesticolando con un lungo righello all’altro capo della stanza – che, se erano utili i suoi servizi mattutini, non erano forse indispensabili quelli pomeridiani? «Con tutto il rispetto, signore», disse Tacchino in questa occasione, «mi considero il suo braccio destro. Al mattino mi limito a ordinare in grande spiegamento le mie schiere, ma nel pomeriggio mi metto alla loro testa e audacemente attacco il nemico, così», e con il righello vibrò una violenta stoccata.
«Ma le macchie, Tacchino», insinuai timidamente.
«Vero, signore, ma con tutto il rispetto, guardi questi capelli! Sto invecchiando. Di sicuro non si può rimproverare a questi capelli grigi una macchia o due in un pomeriggio caldo, signore. La vecchiaia, anche quando imbratta una pagina, è onorevole. Con rispetto, signore, tutti e due stiamo invecchiando».
Difficile resistere a quell’appello alla mia solidarietà. Capivo in ogni caso che di andarsene non se ne parlava. Risolsi, perciò, di lasciarlo stare, decidendo tuttavia di provvedere a che nel pomeriggio trattasse documenti di minor conto.

Quello che avete letto è l’incipit del racconto di Herman Melville Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street, uno dei racconti più famosi della letteratura nordamericana. È considerato un precursore della letteratura esistenzialista e dell’assurdo anche se non ebbe fortuna all’epoca della pubblicazione. “Bartleby” anticipa molti temi dell’opera di Franz Kafka, in particolare Il Processo, Albert Camus cita Melville come una delle sue principali influenze in una lettera a Liselotte Dieckmann che fu pubblicata sulla French Review nel 1998. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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