65 anni fa: il 21 settembre 1947 nasce a Portland, nel Maine, lo scrittore e sceneggiatore statunitense Stephen Edwin King

«Sally.»
Un borbottio.
«Svegliati, Sally.»
Un borbottio più forte: ‘sciami in pace.
La scosse più bruscamente.
«Svegliati. Devi svegliarti!»
Charlie.
La voce di Charlie. La stava chiamando. Da quanto tempo?
Sally emerse dal sonno.
Prima guardò la sveglia sulcomodino e vide che erano le due e
un quarto. Charlie non sarebbe dovuto neppure essere lì: aveva il
turno di notte. Poi lo guardò per bene per la prima volta e sentì
qualcosa che le balzava dentro, un’intuizione funesta.
Suo marito era pallido come un morto. Aveva gli occhi fuori
dalle orbite. Le chiavi dell’auto in una mano. Con l’altra continuava a scuoterla, benché ormai avesse gli occhi ben aperti. Sembrava che
non riuscisse a rendersi conto che si era svegliata.
«Charlie, che cosa c’è? Che cosa succede?»
Era come se lui non sapesse che cosa dire. Il suo pomo
d’Adamo continuava ad andare su e giù, ma nel piccolo bungalow
non si sentiva altro suono che il ticchettio della sveglia.
«Un incendio?» gli domandò stupidamente. Che cosa altro
avrebbe potuto ridurlo così? I genitori di Charlie erano morti
nell’incendio di un palazzo.
«In un certo senso,» rispose lui. «In un certo senso è peggio.
Devi vestirti, amore. Prendi Baby LaVon. Dobbiamo andarcene.»«Perché?» chiese lei, scendendo dal letto. Una paura nera l’aveva attanagliata. Niente sembrava normale. Era come un sogno.
«Dove? Dici nel cortile?» Ma sapeva che non intendeva il cortile.
Non aveva mai visto Charlie così terrorizzato. Aspirò
profondamente e non sentì odore di fumo o di bruciato.
«Sally, amore, non farmi domande. Dobbiamo andarcene
lontano. Molto lontano. Tu prendi Baby LaVon e vestila.»
«Ma posso…c’è tempo per fare le valigie?»
Questo parve arrestarlo. Farlo come deragliare. Lei pensava di
aver raggiunto il culmine della paura, ma evidentemente non era
così. Si rese conto che quello che lui provava, più che paura, era
panico totale. Charlie si passò una mano tra i capelli in un gesto
distratto e rispose: «Non lo so. Devo vedere com’è il vento.»
E la lasciò con questa bizzarra dichiarazione che per lei non
aveva alcun senso, la lasciò lì infreddolita e impaurita e disorientata,
a piedi nudi e in baby doll. Sembrava ammattito. Che cosa
c’entrava il vento con l’avere o no tempo di fare le valigie? E
dov’era, questo molto lontano? A Reno? Las Vegas? Salt Lake
City? E…
Si portò una mano alla gola quando una nuova idea le attraversò
la mente.
Assente ingiustificato. Partire in piena notte significava che
Charlie stava progettando di scomparire senza permesso.
Andò nella piccola stanza che fungeva da cameretta per Baby
LaVon e rimase lì per un momento, indecisa, a guardare la bimba
che dormiva nella sua tutina rosa. Si aggrappò alla fievole speranza
che potesse trattarsi soltanto di un sogno straordinariamente vivido. Sarebbe finito, si sarebbe svegliata alle sette del mattino come
sempre, avrebbe fatto colazione con Baby LaVon guardando la
trasmissione Today, avrebbe preparato le uova a Charlie quando lui
fosse rientrato alle otto, concluso il turno di notte nella torre nord
della Riserva. E di lì a due settimane gli sarebbe toccato il turno di
giorno e non sarebbe stato più così teso, e se avesse dormito con
lei di notte lei non avrebbe più fatto sogni pazzeschi come quello e…
«Sbrigati!» la richiamò, spezzando quella debole speranza.
«Abbiamo appena il tempo di tirar su l’indispensabile… ma per
l’amor di Dio, donna, se le vuoi bene,» e indicò la culla, «vestila!»
Tossì nervosamente coprendosi la bocca con il pugno e cominciò a
tirar fuori roba dai cassetti e ammucchiarla alla rinfusa in un paio di
vecchie valigie.
Lei svegliò Baby LaVon, cercando di tenerla buona; la piccolina,
di tre anni, era agitata e spaventata per quel risveglio in piena notte,
così scoppiò a piangere mentre Sally le infilava le mutandine, una
camicetta e una salopette. Il pianto della bambina la impaurì ancora
di più. Lo associava alle altre occasioni in cui Baby LaVon,
solitamente la più angelica delle creature, aveva pianto di notte:
un’irritazione da pannolino, i primi denti, la laringite, una colica. La
paura lentamente si mutò in rabbia quando vide Charlie che passava
davanti alla porta quasi di corsa con due manciate della sua biancheria. Le spalline dei reggiseni svolazzavano come le stelle filanti di una festa dell’ultimo dell’anno. Gettò il tutto in una delle valigie, che poi chiuse con violenza. L’orlo della sua sottoveste migliore rimase fuori penzolante,e lei fu certa che gliel’aveva strappato.
«Ma che cosa c’è?» gridò, e il tono della sua voce fece scoppiare di nuovo in lacrime Baby LaVon proprio ora che si era
quasi calmata. «Sei impazzito? Ci manderanno dietro i soldati,
Charlie! I soldati!»
«No, stanotte no,» rispose lui, e c’era nella sua voce una
sicurezza orribile. «Il punto è, dolcezza, che se non mettiamo in
moto le chiappe, non ce la faremo maia uscire dalla base. Non so
nemmeno come diavolo ho fatto a venir via dalla torre. Una
disfunzione da qualche parte, evidentemente. E perché no? Ci sono
disfunzioni dappertutto, quant’è vero Iddio.» Ed emise un’acuta
risata da matto che la terrorizzò più che mai. «È vestita la piccola?
Bene. Metti un po’ di cose sue in quell’altra valigia. Usa la borsa
della spesa azzurra che è nell’armadio per il resto. Poi dobbiamo
squagliarcela. Credo che ce la faremo. Il vento soffia da est a ovest.
Grazie a Dio.»
Tossì di nuovo nel pugno.
«Papà,» chiamò Baby LaVon tendendo le braccia. «Voglio
papà! Cavalluccio, papà! Cavalluccio!»
«Adesso no,» rispose Charlie e scomparve in cucina. Un attimo
dopo, Sally sentì un tintinnio. Stava prendendo il denaro che lei
aveva messo da parte nella ciotola azzurra sul ripiano in alto. Trenta
o quaranta dollari messi via a un dollaro, a volte cinquanta
centesimi, alla volta. I suoi soldi per le spese di casa. Allora era
vero. Di qualsiasi cosa si trattasse, era proprio vero.
Baby LaVon, vistosi rifiutato il giro a cavalluccio dal papà, che
ben raramente le rifiutava qualcosa, riprese a piangere. Sally le infilò frettolosamente il giubbino e poi riempì la borsa con gli altri
indumenti della bambina. Pensare di mettere altro nella seconda valigia era assurdo. Sarebbe scoppiata. Dovette inginocchiarvisi
sopra per chiuderla. E meno male che Baby LaVon non usava più i
pannolini.
Charlie rientrò nella camera da letto e ora correva davvero. Si
stava ancora riempiendo le tasche anteriori della divisa con i biglietti accartocciati e le monete tolte dalla ciotola. Sally prese in braccio Baby LaVon. Ormai la piccola era completamente sveglia e
perfettamente in grado di camminare, ma Sally preferiva tenerla in
braccio. Si chinò e prese la borsa.
«Dove andiamo, papà?» chiese Baby LaVon. «Stavo facendo la
nanna.»
«Puoi farla in macchina, la nanna,» rispose Charlie, afferrando le
due valigie. L’orlo della sottoveste svolazzava. Gli occhi di Charlie
avevano ancora quello sguardo vuoto, fisso. Un’idea, una certezza
crescente,cominciò ad affacciarsi nella mente di Sally.
«C’è stato un incidente?» bisbigliò. «Oh, Gesù, Giuseppe e
Maria,c’è stato, vero? Un incidente. Laggiù.»
«Stavo facendo un solitario,» spiegò lui. «Ho alzato lo sguardo e
ho visto che il quadrante era passato dal verde al rosso. Ho acceso
il monitor. Sally, erano tutti…»
Si interruppe, guardò gli occhi di Baby LaVon, spalancati e,
benché ancora lacrimosi, pieni di curiosità.
«Sono tutti emme-o-erre-ti-i laggiù,» riprese. «Tutti tranne uno o
due e ormai probabilmente sono andati anche quelli.»
«Che cosa vuol dire emmeoerreti, papà?» volle sapere Baby
LaVon.
«Niente, niente, tesoro,» disse Sally. Le parve che la propria voce provenisse dal fondo di un lunghissimo canyon.
Charlie inghiottì. Qualcosa gli arrochiva la voce. «Dovrebbe
chiudersi ermeticamente quando il quadrante diventa rosso. C’è un
computer che regola la faccenda e dovrebbe essere a prova di
guasti. Ho visto quello che c’era sul monitor e sono corso fuori dalla
porta. Pensavo che quella dannata cosa mi avrebbe troncato a
metà. Si sarebbe dovuta chiudere nell’attimo in cui le cifre
diventavano rosse, e chissà da quanto tempo erano già rosse prima
che io alzassi lo sguardo e me ne accorgessi. E invece ero quasi
arrivato al parcheggio quando l’ho sentita chiudersi con un tonfo
dietro di me. Capisci, se avessi alzato gli occhi anche solo trenta
secondi dopo, in questo momento mi troverei chiuso in quella torre
di controllo, come una mosca in una bottiglia.»
«Che cosa è? Che cosa…»
«Non lo so. Non lo voglio sapere. Quello che so è che li ha
ucc… che li ha u-ci-ci-i-esse-i di colpo. Se mi vogliono, che
vengano a prendermi. Mi pagano l’indennità di rischio, ma non è
abbastanza per farmi rimanere qui. Il vento soffia verso ovest. Noi
ci dirigiamo a est. Dai, andiamo.»
Sempre con la sensazione di essere ancora mezzo addormentata,
prigioniera in uno spaventoso sogno opprimente, lei lo seguì sul
vialetto dove sostava la loro vecchia Chevy, silenziosa nel buio
profumato della notte californiana.
Charlie gettò le valigie nel bagagliaio e la borsa sul sedile
posteriore. Sally rimase per un momento ferma accanto allo
sportello del passeggero con la bambina in braccio, a guardare la
casa dove avevano passato gli ultimi quattro anni. Quando vi si erano trasferiti, rifletté, Baby LaVon stava ancora crescendo dentro
di lei e tutte le sue corse a cavalluccio erano ancora lontane.
«Andiamo!» la richiamò lui. «Sali, donna!»
Lei salì. Lui innestò la retromarcia e i fari della Chevy spazzarono
per un momento la casa. Il riflesso della luce sulle finestre fu come
lo sguardo di una bestia braccata.
Charlie era curvo sul volante, teso, con la faccia contratta nella
fioca luce del cruscotto. «Se il cancello della base è chiuso, devo
cercare di sfondarlo.» E intendeva farlo davvero. Sally ne era certa.
Improvvisamente si sentì le ginocchia molli.
Ma non ci fu bisogno di ricorrere a una misura così disperata. Il
cancello era spalancato. Una delle guardie era china su una rivista.
L’altra non si vedeva; forse era in bagno. Quella era la parte esterna
della base, un normale deposito veicoli dell’esercito. Quanto
accadeva nel cuore della base non riguardava quei due.
Ho alzato gli occhi e ho visto che il quadrante era diventato
rosso.
Rabbrividì e gli posò una mano sulla gamba. Baby LaVon si era
riaddormentata. Charlie le sfiorò la mano in una rapida carezza:
«Andrà tutto bene, tesoro.»
All’alba stavano attraversando il Nevada diretti verso est e
Charlie tossiva di continuo.

Questo è il primo capitolo del libro di Stephen King L’ombra dello scorpione, romanzo post-apocalittico pubblicato nel 1978 e considerato insieme a It uno dei più apprezzati dai lettori. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo, insieme a molti altri volumi della vastissima produzione del prolifico scrittore americano, nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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