142 anni fa: il 20 settembre 1870 le truppe del Regno d’Italia entrano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, sancendo così l’unificazione del Paese e la fine del potere temporale dei Papi

Negli anni successivi all’unità d’Italia non c’è nessuno che dubiti che la sopravvivenza del regime temporale della Chiesa sia strettamente legata a quella dell’impero di Napoleone III. E quando la Francia entra in conflitto con la potente Prussia, l’Italia si divide tra chi pensa che Roma si possa acquisire aiutando la Francia, chi attendendo la sua sconfitta. Ma l’andamento delle operazioni militari è talmente rapido da non lasciare adito a dubbi. E’ l’inizio di agosto del 1870 quando da Roma partono gli ultimi soldati francesi, richiamati al fronte per arginare l’avanzata nemica; neanche un mese dopo, il 2 settembre, la disfatta di Sedan annienta il Secondo Impero.
Il governo italiano, presieduto da Quintino Sella, non ha atteso il crollo francese per mobilitarsi. Così, all’indomani della disfatta transalpina, è già pronto un “Corpo d’osservazione dell’Italia centrale” di 50.000 uomini, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, che si dispone proprio lungo il confine dello Stato pontificio, alla confluenza tra Tevere e Nera.
I tentativi diplomatici non vengono tuttavia meno. Vittorio Emanuele II chiede a Pio IX l’autorizzazione a far entrare pacificamente le truppe in città, ma il papa rifiuta decisamente, anche se ai suoi generali ordina di aprire trattative di resa ai primi colpi di cannone. Questo non impedisce che entro le mura venga proclamato lo stato d’assedio, alcune porte murate e allertato l’intero esercito, che assomma a 13.147 militari, di cui almeno 3000 volontari francesi.
Considerazioni politiche obbligano Cadorna a procedere a occidente del Tevere, lungo la Cassia, e già il 15 settembre tre divisioni a capo, rispettivamente, di Gustavo Mazé de la Roche, Enrico Cosenz ed Emilio Ferrero, si portano all’altezza di Tomba di Nerone e della Giustiniana. I ponti sono stati tagliati dai papalini, ma il genio ne getta altri e, il giorno seguente, le tre divisioni raggiungono Ponte Salario e Ponte Nomentano.
Dopo altri due giorni di inutile attesa, nella speranza che le trattative giungano a buon fine, da Firenze arriva l’ordine di procedere all’occupazione della città. Cadorna, allora, mobilita altre due divisioni, quella di Diego Angioletti sul confine napoletano, e quella di Nino Bixio, proveniente da Civitavecchia. Il piano di attacco concepito dallo stato maggiore di Cadorna prevede che le divisioni agiscano a coppie: a nord, Cosenz e Mazè l’uno a fianco dell’altro, rispettivamente contro Porta Salaria e Porta Pia, per l’azione principale; a sud, Angioletti e Ferrero, l’uno contro Porta San Giovanni, l’altro contro le porte San Lorenzo e Maggiore; a Bixio viene assegnata l’azione di disturbo a ovest, verso Porta San Pancrazio. Ordini tassativi vengono emanati sulle modalità di occupazione e il rispetto della proprietà.
Il cannoneggiamento ha inizio alle 5:15 del 20 settembre. I difensori replicano blandamente, con il solo tiro di fucileria, permettendo alle colonne d’attacco di avvicinarsi alla cinta muraria. Presto si forma una breccia sulla destra di Porta Pia, che gli assalitori rendono praticabile, intorno alle 9:00, per una trentina di metri di larghezza. Mezz’ora dopo, Cadorna manda i suoi all’assalto del varco. Il 39° di fanteria si riversa contro la porta, mentre verso la breccia procedono due colonne di bersaglieri e fanti di linea.
Sono sufficienti due cariche per spingere gli zuavi al ripiegamento. Già alle 9:20 Hermann Kanzler, il comandante in capo, insediato a Palazzo Wedekind col Comitato di difesa, si era dichiarato disposto alla resa; ma uno dei suoi subordinati gli aveva fatto sapere che i difensori tenevano bene. Lo stato maggiore pontificio perde altro tempo per verificare la situazione, solo per constatare, intorno alle 10, che ogni resistenza è inutile. Di fatto, lo zelo dei comandanti ha trasceso l’ordine di Pio IX, prolungando oltremisura dei combattimenti di cui nessuno sentiva il bisogno. Il papa va su tutte le furie e fa subito issare la bandiera bianca sul pinnacolo della basilica vaticana.
Tuttavia, mentre i bersaglieri entrano attraverso la breccia sfilando davanti agli zuavi disarmati, proprio lì accanto, dietro Porta Pia, un manipolo di papalini continua a sparare, uccidendo un ufficiale, il maggiore Pagliari. Del resto anche Bixio, insofferente per il limitato compito che gli era stato assegnato, stenta a fermarsi. Al momento della firma della capitolazione, alle 3:00 pomeridiane, lo scontro che non doveva aver luogo ha causato 32 morti e 143 feriti tra gli italiani, 15 morti e 68 feriti tra i papalini.
La decennale attesa per dare al nuovo Stato Roma come capitale induce governo e re a non por tempo in mezzo. Formata subito da Cadorna una “Giunta di Governo di Roma e sua Provincia”, in capo a due settimane si procede al plebiscito, che sancisce l’annessione. La proclamazione di Roma come nuova capitale avviene il 21 gennaio 1871, il trasferimento dei ministeri da Firenze il 30 giugno. Il re, infine, si insedia al Quirinale il 1° luglio, mentre il papa, chiuso in Vaticano, si considera prigioniero politico e respinge come atto unilaterale del governo italiano la legge delle Guarentigie, che regola i rapporti tra Italia e papato. E’ stato facile: ma dietro, c’è mezzo secolo di sforzi, lotte e sacrifici.

Se volete ripercorrere le tappe che hanno portato all’unificazione del nostro Paese potete farlo sfogliando il bel libro di Andrea Frediani 101 battaglie che hanno fatto l’Italia unita nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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