160 anni fa: il 14 settembre 1852 muore a Walmer il generale e politico britannico di origine irlandese Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington

Il “Duca di Ferro”, come è stato soprannominato dagli storici il duca di Wellington, nel 1815 aveva in comune con Napoleone l’età: entrambi avevano quarantasei anni. Arthur era il terzo figlio di Garret Wesley, primo conte di Mornington (nel 1798 la famiglia cambiò grafia al nome, ripristinando la più antica forma Wellesley), un importante seppur squattrinato pari anglo-irlandese, con una forte passione per la musica, che ebbe sei figli, cinque maschi e una femmina. Arthur nacque nel 1769, il medesimo anno in cui vennero alla luce molti personaggi destinati a diventare importanti come lui in età matura: ad esempio il generale Sir John Moore e, tra i suoi avversari, i marescialli Ney, Lannes e Soult, oltre naturalmente a Napoleone. In un primo momento sembrò che si potesse cavar fuori ben poco da quel ragazzo. Alquanto delicato di salute, si dilettava a suonare il violino e non si era mostrato particolarmente brillante né a Eton né all’Accademia Reale di Angers, in Francia.
La sua carriera militare iniziò quasi per caso, più che per specifica scelta, nel 1787, quando fu nominato alfiere nel 73° Highland Regiment, dal quale l’anno successivo venne trasferito, con il grado di tenente, al 41° reggimento, diventando aide-de-camp del viceré d’Irlanda. Fu il primo di una lunga serie di trasferimenti da un reggimento all’altro che continuò finché, grazie agli appoggi di cui poteva godere e al suo rango sociale, fu nominato, a venticinque anni, tenente colonnello del 33° reggimento di fanteria (più tardi ribattezzato reggimento del duca di Wellington), malgrado avesse al suo attivo soltanto sette anni di servizio. La sua carriera non avrebbe mai avuto soste. L’adesione della Gran Bretagna alla Prima Coalizione contro la Francia nel 1793 offrì a Wellington l’opportunità di un servizio attivo e nel 1794 fu per qualche tempo al comando di una brigata durante la sfortunata campagna condotta nelle Fiandre agli ordini del “Grande Vecchio Duca di York”. Quell’esperienza gli insegnò almeno, come annotò in seguito, “ciò che non si dovrebbe fare, ed è già qualcosa”. Il 3 maggio 1796, un mese dopo che Napoleone aveva assunto il comando dell’Armata d’Italia, Arthur Wellesley fu promosso al grado di colonnello e il mese successivo s’imbarcò per l’India al comando del 33° reggimento di fanteria.
Gli otto anni trascorsi in India (1797-1805) furono un momento fondamentale per la sua formazione, sia come militare che come uomo. Nell’aprile del 1802 ottenne i gradi di maggior-generale e la sua rapida promozione fu non tanto la conseguenza della protezione del suo brillante fratello maggiore Richard Wellesley (dal 1798 governatore generale in India) quanto un riconoscimento per le sue qualità di soldato, amministratore e diplomatico. Attraverso continue e dure esperienze – e non pochi errori iniziali – imparò moltissimo sul modo di guidare una campagna militare in qualsiasi condizione: come agire quando soffiano i monsoni, l’attraversamento dei fiumi in presenza del nemico, il modo di trattare gli astuti avversari e gli scaltri principi alleati del subcontinente indiano, e, forse più importante di tutto, la realtà dell’amministrazione militare e l’importanza delle ricognizioni fatte di persona. Si guadagnò una certa fama nella battaglia di Seringapatam, nel 1799, e in seguito si mise in luce come il vincitore della Guerra dei Mahratti con i successi di Assaye e di Argaum, entrambi conseguiti nel 1803. I tre fratelli Wellesley, Richard, Henry e Arthur, fecero molto per estendere il dominio britannico in India e il governo che imposero si dimostrò saldo, severo e giusto.
L’esperienza in India fece di Arthur Wellesley un uomo maturo e un vero capo. Il duro servizio e la vita semplice avevano irrobustito la sua costituzione fisica. La totale e feroce avversione alla corruzione, in un paese in cui era facile accumulare immense fortune agendo con pochi scrupoli, unita alle doti di diplomazia e alla capacità amministrativa sviluppate dalla necessità di organizzare e far funzionare i territori conquistati, furono le fondamenta dei successi ottenuti in seguito sia come militare sia come uomo politico e primo ministro della Gran Bretagna. Austero e aristocratico, non favorì mai il malgoverno né adottò metodi tirannici e pretese che i suoi collaboratori avessero la sua stessa integrità morale. Perciò di solito era molto duro con i suoi ufficiali, di cui criticava inesorabilmente il comportamento rilevando ogni mancanza e ogni errore. Era altrettanto critico nei confronti degli alleati e non nascondeva il suo occasionale disprezzo per le proprie truppe. Comunque le sue provate qualità militari e la sua vivace intelligenza ne rendevano tollerabile la freddezza e il distacco a chi gli stava vicino, tanto più che, a detta di tutti, era più duro e severo con se stesso che con gli altri.
Così il “generale sepoy”, tornato finalmente in Inghilterra nel 1805, era pronto ad assumere il comando supremo contro i francesi conquistatori dell’Europa, e infine a sfidare lo stesso Napoleone. Prima che fosse chiamato all’alto compito passarono però altri tre anni, durante i quali si verificarono alcuni avvenimenti importanti: s’incontrò casualmente con l’ammiraglio Nelson, poco tempo prima che questi salpasse per Trafalgar; fu designato, al comando di una brigata, a compiere esercitazioni nelle regioni del fiume Elba, dal dicembre 1805 al febbraio 1806; fu eletto in Parlamento nell’aprile del 1806 e infine sposò Kitty Pakenham, figlia di Lord Longford. Il loro matrimonio fu purtroppo poco felice, comunque ebbero un erede maschio. Gli impegni militari lo assorbivano ormai completamente. Dapprima ebbe l’incarico di sovrintendere alla difesa di una parte della costa sudorientale dell’Inghilterra, sotto la minaccia di un’invasione francese, quindi nel 1807 partecipò alla spedizione contro Copenaghen. In questo periodo fu nominato anche segretario di Stato per l’Irlanda, nel ministero conservatore del duca di Portland.
Il periodo più significativo della sua carriera militare ebbe inizio nel 1808. Nominato tenente-generale in aprile, venne inviato poche settimane dopo in Portogallo, al comando temporaneo di un corpo di spedizione britannico. Vittorioso a Vimeiro, evitò a malapena la censura della cosiddetta capitolazione di Sintra e venne sostituito da alcuni generali più anziani, appena arrivati sul teatro di guerra. In conseguenza della morte di Sir John Moore a La Coruña e dell’evacuazione dell’esercito britannico dalla penisola iberica, Wellesley fu poi nominato comandante in capo del corpo di spedizione che ritornò in Portogallo nell’aprile del 1809. Vale la pena di riassumere gli episodi più salienti dei sei anni di guerra che seguirono. Anzitutto Sir Arthur si dimostrò molto abile nella difesa del Portogallo durante le operazioni militari nella zona del fiume Duero e nello sfruttare le fortificazioni dal Tago all’Atlantico note come “linee di Torres Vedras” per arrestare l’avanzata del maresciallo Massena nel 1810. Nel prosieguo della campagna offrì la più stretta cooperazione ai gruppi di guerriglieri, fece il possibile per sostenere i resti dell’esercito regolare spagnolo (come a Talavera de la Reina nel luglio del 1809) e riuscì a tenere impegnate per tutto il 1811 le forze del maresciallo Soult nella Spagna meridionale. Nel 1812, quando Napoleone ritirò molte delle sue migliori truppe dalla penisola per preparare l’attacco alla Russia, Wellington (il titolo di visconte Wellington di Talavera gli era stato conferito nel 1809) mutò strategia passando all’offensiva e, dopo aver espugnato le piazzeforti di Ciudad Rodrigo e di Badajoz, nei pressi del confine col Portogallo, iniziò la riconquista della Spagna infliggendo ai francesi sonore sconfitte – Salamanca nel 1812, Vitoria e Sorauen l’anno successivo. Infine, dopo una lunga fase di aspri combattimenti nella regione pirenaica, la battaglia conclusiva di Tolosa (10 aprile 1814), quando ancora non era giunta ai due eserciti la notizia che Napoleone aveva abdicato sei giorni prima a Fontainebleau. In tutti questi anni Wellington, con le sue sole forze o con l’aiuto degli alleati, sconfisse uno dopo l’altro tutti i marescialli francesi inviati contro di lui. La sua fama di condottiero salì alle stelle.
Dopo la battaglia di Vitoria del 1813 gli fu conferito il bastone di feldmaresciallo e al suo ritorno in patria, nella tarda primavera del 1814, fu ammesso alla Camera dei Lords dove gli vennero riconosciuti, in uno stesso giorno, i titoli di visconte, conte, marchese, e duca – assegnatigli in tempi successivi dopo Talavera senza che avesse mai potuto riceverli ufficialmente perché lontano dall’Inghilterra. Dall’agosto 1814 al marzo 1815 fu ambasciatore britannico presso la corte dei Borboni a Parigi, poi si trasferì prima a Vienna e in seguito nelle Fiandre, di nuovo con l’incarico di comandare un esercito.
Wellington si dimostrò in ogni circostanza un vero maestro nell’arte militare. E’ vero, la sua concezione della guerra era condizionata più da preconcetti settecenteschi che da idee nuove, ma nessuno, neppure Federico il Grande, era riuscito a concretizzarla sul campo altrettanto bene. Aveva una visione pragmatica delle cose: era consapevole di poter disporre a suo piacimento del solo esercito britannico perché sugli alleati non sempre si poteva far affidamento. Lo aveva sperimentato a Talavera nel 1809 – e da allora non si fidò più delle promesse spagnole di rifornimenti o di trasporti, ma mise a punto il famoso “triplice sistema” logistico (l’uso del naviglio fluviale, di convogli di carri trainati da buoi e di colonne di muli per trasportare i rifornimenti dalla base di Lisbona – e in seguito di Santander – al fronte attraverso una serie di depositi e magazzini intermedi). Fin dall’inizio intuì l’importanza strategica delle operazioni combinate d’intesa con i guerriglieri spagnoli e portoghesi. Per i francesi era impossibile impegnare forze nel controllo del territorio nemico e nello stesso tempo concentrarle per contrastare le azioni dell’esercito regolare anglo-portoghese: e Wellington cominciò a trarre profitto da questa debolezza, dall’inadeguato sistema nemico di rifornimenti e dai rapporti astiosi fra i vari comandanti napoleonici. I membri della resistenza gli fornivano poi preziose notizie sui movimenti dell’avversario ed egli sapeva sfruttarle con estrema prontezza. Come tattico non aveva rivali fra i contemporanei: l’accorta disposizione delle sue truppe nelle battaglie di Talavera, Salamanca e Vitoria dimostrò la sua maestria nel manovrare sul campo, sia in fase d’attacco che nel difendersi. E grazie anche alla sua assoluta padronanza degli aspetti tattici complementari – come l’impiego della fanteria leggera in copertura e la scelta delle posizioni migliori per le batterie – passò di successo in successo. Per di più si era documentato alla perfezione sul nemico. Prima di partire per il Portogallo, nel 1808, dichiarò di considerare il “nuovo sistema” francese inadatto “… contro solide truppe” e che a suo giudizio il segreto delle vittorie francesi stava nel fatto che gli avversari erano già sconfitti in partenza dalla propria inferiorità psicologica, prima che fosse stato sparato un solo colpo. “Io almeno non avrò paura.” Ecco il segreto dei suoi successi – ottenuti però senza aver mai avuto di fronte Napoleone.
Conosciuto come Monsieur Villainton (per assonanza francofona del nome Wellington) dai francesi, che quasi lo ammiravano, come “Il Pari” dai suoi ufficiali, come “Vecchio Nasone” (con riferimento al suo naso) o “il Tipo che le suona ai francesi” dai suoi soldati, sovraccarico di onori e titoli nobiliari, Wellington stava per affrontare l’ultima decisiva prova della sua carriera militare – il confronto diretto con “Boney” (Bonaparte) in persona.

Quello che avete letto è il ritratto che David Chandler fa del Duca di Wellington nel suo splendido libro Waterloo. Se volete approfondire la vita dell’irriducibile avversario di Napoleone potete farlo prelevando il volume dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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