87 anni fa: il 6 settembre 1925 nasce a Porto Empedocle lo scrittore, sceneggiatore e regista italiano Andrea Camilleri

Ora comu ora, i Zosimo se la passavano bona. Ma sidici anni avanti, quanno erano di frisco maritati, Gisuè e Filònia la fame nìvura avevano patito, quella che ti fa agliuttiri macari il fumo di la lampa. Erano figli e niputi di giornatanti e giornatanti essi stessi, braccianti agricoli stascionali che caminavano campagne campagne a la cerca di travaglio a sicondo del tempo dei raccolti e quanno lo trovavano, il travaglio, potevano aviri la fortuna di mangiare per qualiche simanata, pre sempio una scanata di pane con la calatina, il companaticu ca poteva essere un pezzo di cacio, una sarduzza salata, una caponatina di milanciani. La notte, se si era di stati, dormivano a sireno, a celu stiddrato; se si era di ‘ nvernu, s’ arriparavano in quattro o cinco dintra a un pagliaro e si quadiavano a vicenda con il sciato. Una matina che la truppa stascionale, una trintina di pirsone tra màscoli, fìmmini, vecchi e picciliddri, si stava spostando dal feudo Trasatta al feudo Tumminello, Gisuè e Filònia avevano intiso una voci luntana luntana che s’ avvicinava e s’ allontanava per come il vento girava. Pareva la voci di uno in punto di morti. Faciva: «Pi l’ animi santi di lu Priatòriu, salvatemi! Accorruomo! Aiuto, genti! In nomu di Diu tiratemi fora di ccà!». Gisuè disse a Filònia ch’ era scantata assà da quella voci lamentiosa ca le pareva di fantasima o d’ un’ arma addannata, di raggiungere la truppa, che caminava avanti senza avere sentito nenti, e di non parlari con nisciuno. S’ avviò di corsa verso il loco da cui veniva la chiamatina sempre cchìù dispirata. Arrivò sopra lo sbalanco del sciume Pirrera, che fiume era solamenti quanno gli pareva e piaceva a lui, per il resto dell’ anno era una spaccatura, una cicatrice nella terra. E s’ addunò che a mezza costa, una quinnidina di metri cchiù sutta, c’ era un omo che era arrinisciuto a fermare la sò caduta afferrandosi a un cespuglio, una troffa di saggina, mentre che il cavaddro era andato a spaccarsi l’ ossa una trentina di metri ancora cchiù in basso, supra le pietre ferrigne e i massi puntuti e bianchigni che facevano lettu al fiume. Gisuè di prescia sciogliette la fanci affilata che teneva attaccata alla vita, con essa a colpi violenti tagliò un ramo d’ àrbolo d’ aulivo, si fece un bastone resistente. Rimise la fanci alla cinta, si levò il gilecco, lo gettò a terra e principiò la scinnuta difficoltosa e perigliosa assà. Se metteva un pedi a vacante, nisciuno doppo avrebbe saputo arriconoscere la carne so cristiana da quella del cavaddro. Ci mise una mezzorata bona per arrivare a paro dell’ omo che con le mano s’ artigliava alla troffa e appoggiava tutto il peso del corpo sulla punta del pedi mancino che aveva inchiovato a una radice sporgente. Lo sbintorato, doppo tanto vociare, pareva avere perso la parola. Taliava il suo soccorritore con occhi d’ agnidduizzo orfano. Era un riccone, vestito di panno fino intrassuto d’ oro, stivaloni di capretto che dovevano costare quanto mai Gisuè avrebbe potuto guadagnari in tutta la porcazza vita sò, grossi anelli d’ oro e petri priziuse alle dita di tutt’ e due le mano, una catina d’ oro massiccio al collo con una patacca sparluccicante che gli posava sul petto. Madunnuzza biniditta! A Gisuè gli mancò il sciato. Quello non era un omo di carne e sangue, ma una minera, una trovatura che avrebbe assistimato per tutti gli anni che gli restavano da campare la famiglia sò e i figli che ancora c’ erano da fare! Signuruzzu santu, chi fortuna ca gli stava capitando! Stava addiventando riccu! «Salvatemi!» fece l’ omo con un filu di voci. «Sta minchia!» pinsò Gisuè. Ma non disse nenti, stava ragionando, abbisognava tirarsi il paro e lo sparo. Qual era la migliori convinienza? Ammazzarlo in loco forse sarebbe stato errore, non c’ era lo spazio necessevole per l’ opira; capace che quello, al colpo di fanci, mollava la presa senza che lui avesse avuto modo d’ agguantarlo a mezz’ aria e andava a catafottersi allato al cavaddro e capace macari che nella caduta si perdeva la catina d’ oro o si strazzava il vestito. E allura ti saluto, ricchizza! Non c’ era che da armarsi di forza e pacienza, portare l’ omo a salvamento e, appena fora dallo scalanco, scannarlo con un colpo di fanci. Però Gisuè non sapeva da dove principiari.

Questo è l’incipit de Il re di Girgenti, il romanzo storico di Andrea Camilleri pubblicato dall’editore Sellerio nel 2001 e dedicato a un curioso episodio accaduto ad Agrigento quando nel lontano 1718 si chiamava ancora Girgenti, allorché la città divenne, seppur per pochissimo tempo, una monarchia retta da un contadino. Se volete continuare a leggere questo sorprendente libro potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera, insieme a tutta la sterminata produzione letteraria del grande scrittore siciliano.

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