126 anni fa: il 4 settembre 1886 a Skeleton Canyon, in Arizona, il capo apache Geronimo, dopo quasi 30 anni di lotte, si arrende assieme al suo ultimo gruppo di guerrieri al Generale Nelson Miles

In quattro settimane Ulzana e i suoi avevano percorso oltre duemila chilometri in territorio nemico, uccidendo trentotto persone, catturando e usando duecentocinquanta cavalli e muli, cambiando cavalcatura almeno venti volte e proseguendo a piedi in due occasioni. Inseguiti da più di duemila soldati e da centinaia di scouts e di coloni, gli Apache erano egualmente riusciti a rientrare nel Messico, perdendo un solo uomo: quello ucciso durante l’assalto al villaggio degli Apache delle White Mountains.
Dalle gesta di Ulzana, Crook trasse la convinzione che non poteva continuare a giocare a nascondino con gli indiani ogni volta che le bande penetravano nell’Arizona; riorganizzò pertanto le sue forze, e si dispose a inviare alcuni distaccamenti fino nel Messico.
Il miglior ufficiale di cui Crook disponeva era il capitano Emmett Crawford, e a lui venne affidato l’incarico di guidare gli scouts apache in territorio messicano. Crawford riuscì a localizzare il campo di Geronimo e a impadronirsi dei cavalli e delle provviste degli Apache. Poche ore dopo, una donna indiana giunse al campo di Crawford e gli disse che Geronimo era disposto a parlare di pace. Ma Crawford non incontrò mai Geronimo. Il giorno seguente, infatti, gli scouts avvistarono un distaccamento di soldati messicani, che li scambiarono per Apache ribelli; furono sparati alcuni colpi di fucile, uno dei quali raggiunse alla testa Crawford. Gli scouts apache uccisero due ufficiali e due soldati messicani.
Trasportando il loro capitano, che morì poche ore dopo, gli scouts si riunirono al grosso delle truppe americane. Durante la notte, però, Geronimo vide il tenente Marion Maus, succeduto a Crawford, e gli promise che avrebbe parlato con il generale Crook entro “due lune”. Invece il vecchio Nana, ormai quasi centenario, si consegnò immediatamente a Maus con la sua banda.
Fedele alla promessa, Geronimo incontrò Crook e il suo stato maggiore nel Canyon des Embudos, a sud del confine messicano. Il concilio durò tre giorni, e alla fine Geronimo strinse la mano di Crook e gli disse: – Due o tre parole sono sufficienti. Mi arrendo e questo è tutto.
Ma un commerciante avido e incosciente annullò il successo di Crook. Quella notte stessa infatti un certo Tribolet scivolò nel campo degli Apache e vendette loro alcuni barilotti di rum e di whisky. All’alba, Geronimo si era già pentito di aver fatto pace con gli americani ed era fuggito, con Nachite, venti guerrieri, tredici donne e sei bambini. Tutti gli altri Apache, Ulzana compreso, fecero invece ritorno alla riserva.
La fuga di Geronimo rovesciò un mare di critiche sull’azione del comandante militare dell’Arizona, che avrebbe dovuto arrestare il capo indiano invece di lasciarlo libero. Crook si dimise con un telegramma personale al comandante in capo dell’esercito americano, generale Phil Sheridan.
Il giorno seguente, 2 aprile 1886, il comando del Dipartimento dell’Arizona veniva affidato al generale Nelson A. Miles, l’uomo che dieci anni prima aveva sconfitto Capo Giuseppe dei Nez Percé. Miles era deciso a non dare tregua a Geronimo. Il compito non si presentava facile, ma il destino degli Apache era segnato. Miles divise le sue forze in venticinque distaccamenti e cominciò a setacciare il territorio, lasciando piccole guarnigioni presso ogni pozzo, su ogni crinale montano, ad ogni confluenza di vallate; ciascuna di queste guarnigioni era fornita di un eliografo, con il quale poteva comunicare a grande distanza informazioni e allarmi.
Ma, con tutto questo, Geronimo riuscì a rientrare nell’Arizona senza essere intercettato. Il 27 aprile, la sua banda uccise sette cow-boy dell’allevamento Peck nella valle del Santa Cruz, torturò il signor Peck fino a farlo impazzire, e rapì la figlia e la moglie dell’allevatore.
Gli inseguitori – una compagnia di scouts al comando del capitano Lawton – recuperarono la bambina e la donna, ma non riuscirono a catturare gli Apache che rientrarono nel Messico. Attraversato il confine, gli Apache di Geronimo uccisero sette soldati messicani, cinque o sei pastori e una diecina di taglialegna, poi scivolarono nello stato di Sonora. Nei giorni seguenti, sulle montagne Pinito, Geronimo respinse un attacco di cavalleria americana, mentre, fra il San Pedro e il Santa Cruz, batté i messicani. Ma era ormai braccato da presso, e la sua fuga non aveva alcuna speranza.
Il 6 giugno, gli scouts di Lawton invasero il campo di Geronimo, impadronendosi di quasi tutta la scorta di munizioni. Alla fine di luglio, due donne apache si recarono a Fronteras nel Messico e dissero che gli Apache si volevano arrendere. Al tenente Charles Gatewood e a due guide indiane venne affidata una missione molto rischiosa: trovare il campo di Geronimo e verificare il messaggio portato dalle due donne.
Gatewood riuscì nel suo incarico e comunicò a Geronimo l’ultimatum di Miles: “Arrendetevi e sarete inviati con le vostre famiglie in Florida, in attesa che il Presidente decida la vostra destinazione finale. Accettate questa proposta, o preparatevi a combattere”.
Geronimo si passò una mano sugli occhi e Gatewood lo vide tremare. – Va bene – disse. – Mi arrendo.
Il 3 settembre 1886, Geronimo e la sua banda incontrarono il generale Miles nel Canyon dello Scheletro e si arresero formalmente. I prigionieri vennero inviati a Fort Marion in Florida, dove restarono diversi anni, e di là a Fort Sill nell’Oklahoma.
Così Geronimo rievocava quei tempi e ricordava le nuove ingiustizie compiute dal governo americano contro la sua gente:

Quando mi arresi al governo, mi misero su un treno della “Southern Pacific” e mi mandarono a San Antonio nel Texas, dove fui processato con le leggi dei bianchi.
Dopo quaranta giorni, mi trasferirono a Fort Marion in Florida, dove mi misero a segare tronchi d’albero.
Ci costrinsero a queste dure fatiche per due anni, e non potemmo rivedere le nostre famiglie che nel 1988.
Questo modo di trattarci era un’aperta violazione del trattato concluso nel Canyon dello Scheletro.
Dopo di mandarono con le famiglie a Vermont in Alabama, dove restammo cinque anni a lavorare per il governo.
Non avevamo nessuna proprietà e aspettai invano che il generale Miles mi mandasse in quella terra che aveva promesso. Invano sperai di avere gli attrezzi, la casa, il bestiame che il generale ci aveva promessi…

Geronimo visse a Fort Sill nell’Oklahoma fino al 1909: una foto, in cui lo vediamo con il cilindro in testa al volante di un’automobile, ci offre una patetica immagine degli ultimi anni di vita del più selvaggio e irriducibile difensore della libertà degli indiani.

Se volete approfondire la vita di Geronimo potete farlo sfogliando il libro di Piero Pieroni e Riccardo Gatteschi Indiani maledetti indiani nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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