112 anni fa: il 25 agosto 1900 muore a Weimar il filosofo, aforista, saggista, poeta, compositore, accademico e filologo tedesco Friedrich Nietzsche

Io non sono un uomo, sono dinamite“. Era il 1888 e Friedrich Nietzsche (che si pronuncia “nice”) si definiva così nel suo libro Ecce homo. E non a torto: il suo pensiero fu effettivamente esplosivo. Un anno dopo la pubblicazione della sua opera nasceva Hitler, che del filosofo fu grande estimatore e che manipolando alcune delle sue idee costruì l’ideologia del Terzo Reich. Ma non solo: anche scrittori e musicisti senza alcuna simpatia per il nazismo furono affascinati dai libri del filosofo tedesco. Prova ne è che molte sue considerazioni sono ancora attuali. Forse ancor più che a fine ‘800, quando Nietzsche si presentò come un autentico outsider, visionario e profetico.
Illusioni. Precorrendo i tempi, mise in discussione quasi tutte le certezze della sua epoca: fede in Dio, fiducia nei progressi della scienza e rispetto dei valori della morale. Tutto ciò, diceva, è un’illusione: il mondo procede senza senso, in modo contraddittorio e irrazionale. I valori del bene e del male sono un’invenzione e non vanno rispettati. Anzi, l’uomo deve diventare protagonista della propria vita, esercitando la sua innata “volontà di potenza”, incluso il dominio sui più deboli. “Nietzsche ha saputo cogliere e interpretare un elemento essenziale dell’età moderna: l’aspirazione collettiva a essere unici e straordinari, la ricerca di distinzione e superiorità a tutti i costi” dice Maurizio Ferraris, docente di Filosofia teoretica all’Università di Torino. “Ha insomma colto il paradosso del superuomo nella società di massa”.
Controverso. Di lui si è detto e scritto di tutto: che era sifilitico, affetto da sindrome bipolare (alternava esaltazione e depressione), omosessuale. Che ispirò il nazismo, che la sua opera più famosa, l’esaltante Così parlò Zarathustra (1883), fosse nello zaino di ogni soldato tedesco della Prima guerra mondiale: tutte affermazioni da prendere con le pinze. Ma non sempre prive di fondamento.
Quel che è certo è che scrisse la maggior parte dei suoi libri tra gli Anni ’70 e ’80 dell’Ottocento. Dopodiché, a 45 anni, rimase vittima di una violenta crisi psicologica che lo portò alla pazzia. In quei giorni si trovava a Torino, dopo aver trascorso lunghi periodi in Italia. Solo, senza una famiglia e soprattutto senza aver raggiunto i riconoscimenti pubblici sperati, scrisse le cosiddette “lettere della follia”. La più nota la spedì nel gennaio 1889 a un famoso storico di allora, suo ex collega all’Università di Basilea (Svizzera), Jacob Burckhardt: “Caro signor professore, alla fine sarei stato molto più volentieri professore basileese che Dio; ma non ho osato spingere così lontano il mio egoismo privato, da tralasciare, per causa sua, la creazione del mondo“. La leggenda narra che negli stessi giorni, dopo aver visto un cocchiere frustare e prendere a calci il suo cavallo, abbia inveito contro l’uomo abbracciando e baciando sconvolto il cavallo: “Tu, disumano massacratore di questo destriero!“. Erano i primi giorni dell’anno e di lì a breve l’amico Friedrich Overbeck lo avrebbe portato in Svizzera per farlo curare: si dice che il filosofo lasciò Torino cantando in piena stazione ferroviaria canzoni napoletane, convinto di essere il re d’Italia.
I suoi disturbi psicologici furono probabilmente aggravati dal peso del fallimento: giunto alla mezza età, il bilancio dei risultati ottenuti era negativo. Le sue opere, pubblicate spesso a sue spese, divennero oggetto di culto troppo tardi, dopo la sua morte.
Un giovane brillante. Se la fine di quella vita fu un disastro, il suo inizio era stato promettente. Nato a Röcken (Sassonia) nel 1844, figlio di un pastore protestante che morì quando lui aveva 4 anni, crebbe con una solida formazione religiosa, studiò lettere classiche e teologia e ottenne, a 25 anni, la cattedra di filologia all’Università di Basilea. Allo scoppio della Guerra franco-prussiana (1870-1871) partecipò al conflitto come infermiere addetto al trasporto dei feriti. Ma l’esperienza fu breve: dopo appena una settimana al fronte si ammalò di difterite e fu congedato. La sua salute da allora non fece che peggiorare: le frequenti emicranie si accompagnavano a dolori agli occhi che lo indussero ad abbandonare l’insegnamento.
Quando rinunciò all’incarico aveva 34 anni. Iniziò un periodo di vagabondaggio intellettuale che lo portò in Italia per approfondire i suoi studi filosofici, vivendo di quella che oggi chiameremmo una “baby pensione”. Le sue ambizioni, tutt’altro che da pensionato, erano però sconfinate. “Aveva una profetica sensibilità per il legame tra filosofia e comunicazione di massa” spiega Ferraris. “Se leggiamo le sue lettere balza agli occhi la cura con cui preparava l’aspetto grafico e il lancio dei suoi libri, o come auspicasse tirature enormi, traduzioni in tutte le lingue, proprio come per un best-seller di oggi. Nell’autobiografia Ecce homo (un titolo che si rifà alle parole di Pilato presentando Gesù al popolo, nel Vangelo di Giovanni, ndr) si raccontò al pubblico con la stessa “automitizzazione” e mancanza di riservatezza che richiede, oggi, il sistema dello spettacolo. L’ironia è che raggiunse la notorietà a cui aspirava quando non poteva rendersene conto, perché era ormai impazzito”.
Grandi domande. Il suo chiodo fisso era trovare la collocazione dell’uomo nella società. Anche in questo fu moderno. “Nietzsche leggeva molti libri di divulgazione, soprattutto scientifica, e prendeva un po’ da tutte le idee che circolavano allora, che rielaborava e criticava” dice Ferraris. “Divenne un avversario dell’Illuminismo e dell’idea che la ragione e il progresso portassero virtù e felicità. Considerava questa idea banale e soprattutto falsa. E non aveva del tutto torto, se consideriamo la morale borghese di fine ‘800, per esempio quella sentimentale e ipocrita del libro Cuore di De Amicis”.
Nietzsche proponeva invece di tornare al modo di vedere dei filosofi greci vissuti prima di Socrate. Quelli cioè che celebravano i riti dionisiaci e accettavano il lato istintivo, sensuale, caotico e irrazionale dell’uomo. Così, sosteneva Nietzsche, è infatti la vita. Un mondo tragico e passionale, tramandato dalle stesse tragedie greche che aveva letto e che avevano ispirato, nello stesso periodo, il compositore Richard Wagner, “rivoluzionario” del melodramma e per qualche anno suo grande amico.
Ma perché ce l’aveva tanto con la cultura razionalista (che lui chiamava apollinea)? Perché secondo lui, attraverso quel modo di spiegare il mondo, i filosofi, da Socrate in poi (cristiani inclusi), avevano nascosto il senso tragico della vita. “Vi scongiuro, fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Essi sono degli avvelenatori, che lo sappiano o no. Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure” scrisse in Così parlò Zarathustra. Dio, insomma, per lui era morto e sepolto. Ma, aggiungeva, questa era un’enorme fortuna: la religione consegna infatti agli uomini una morale da perdenti, illudendoli con un aldilà che non c’è: nessun paradiso aspetta chi si comporta bene.
Ma quale progresso! Idee così radicali non nacquero però dal nulla. Dio, in Francia, era già “morto” con la rivoluzione del 1789, mentre in Germania se ne parlò soltanto un secolo dopo, anche grazie a Nietzsche. I tedeschi, che con la Riforma protestante del Cinquecento avevano avuto in eredità una religione più razionalista del cattolicesimo, scoprirono allora che la modernità aveva dato sì nuove conoscenze all’uomo in campo tecnico, medico e scientifico, ma li aveva privati della loro spiritualità.
La seconda metà dell’Ottocento fu un’epoca di svolte, vissute in Germania come grandi shock. La tradizione aristocratica e monarchica – restaurata dopo le guerre napoleoniche nel 1815 – era in crisi profonda: i valori elitari ai quali lo stesso Nietzsche era stato educato (si chiamava Friedrich in omaggio a Federico Guglielmo IV di Prussia) erano al tramonto. A dimostrarlo furono i moti democratici del 1848, la nascita dei partiti di massa e, nel 1871, la Comune di Parigi. Come uscire da quel vicolo cieco? Affidandosi a uomini nuovi, ovvero a superuomini. Nietzsche non poteva immaginare che trent’anni dopo la sua morte queste idee sarebbero diventate la bibbia del Reich.
Profeta del nazismo? La questione è complessa. A lungo si è ritenuto che la sorella di Nietzsche, Elizabeth, simpatizzante di Hitler e custode dei manoscritti del filosofo, avesse falsificato il pensiero del fratello. Negli ultimi anni Nietzsche si chiuse in effetti in un mutismo quasi assoluto, dovuto all’aggravarsi della sua follia, affidandosi totalmente alla madre prima e alla sorella poi, fino alla morte, avvenuta nel 1900. “Ma in realtà non fu così” precisa Ferraris. “Elizabeth manipolò talvolta la corrispondenza per accreditarsi (falsamente) come interlocutrice privilegiata di Nietzsche, ma senza modificarne il pensiero. Del resto le affermazioni più terribili sulla disuguaglianza tra gli uomini e sulla necessità della violenza Nietzsche le scrisse in opere che pubblicò lui stesso, quando era ancora nel pieno delle sue facoltà. Ma questo, va sottolineato, decenni prima del nazismo, che non ebbe alcun bisogno di Nietzsche per mettere in pratica le sue dottrine aberranti”.
Superuomini da gossip. Se la sua influenza sul nazismo resta indiscutibile, quella su scrittori, registi teatrali e musicisti che vennero dopo di lui è una certezza, specie tra i tedeschi: dal romanziere Thomas Mann al compositore Richard Strauss, che da Così parlò Zarathustra trasse un poema sinfonico diventato poi la celebre colonna sonora del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio.
Un filo rosso, insomma, sembra legare Nietzsche ai giorni nostri. “Era un accanito lettore di giornali e se fosse vissuto oggi sarebbe sul Web tutto il giorno, nonostante i problemi di vista” conclude Ferraris. “Nietzsche conosceva molto bene il mondo della comunicazione. Il suo mito del superuomo non a caso è passato indenne attraverso oltre un secolo di sconvolgimenti arrivando fino a noi: basti pensare ai personaggi celebri fotografati sulle copertine dei settimanali. In fondo sono tutte incarnazioni di quell’idea, di cui però rivelano il lato comico e malinconico. Come disse l’artista americano Andy Warhol negli anni ’60: un giorno saremo tutti celebri per 15 minuti”. E il mito del superuomo, adottato dallo spettacolo e dalla comunicazione di massa, è andato anche oltre, dando vita alla “superdonna”. La prima fu Marilyn Monroe, resa immortale proprio da un quadro di Warhol.

Se volete approfondire la vita di Friedrich Nietzsche potete farlo sfogliando le pagine 102-108 del n. 64 di Focus Storia nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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