157 anni fa: il 16 agosto 1855, in Crimea, viene combattuta la battaglia della Cernaia

In questo volume dedicato alle battaglie che hanno fatto l’Italia unita, un solo episodio combattuto fuori dalla penisola merita di essere riportato: la battaglia della Cernaia nella guerra di Crimea. La partecipazione al conflitto, infatti, fortemente voluta dal primo ministro del Piemonte, conte di Cavour, e dal re Vittorio Emanuele II, costituisce un importante banco di prova per l’esercito del regno sabaudo, mortificato dalle deludenti prove della prima guerra d’indipendenza; consente al Piemonte di affacciarsi nel consesso delle potenze internazionali e, nel successivo Congresso di Parigi, di porre all’attenzione delle stesse potenze la questione italiana. Inoltre, incrina definitivamente il fronte reazionario emerso dal Congresso di Vienna del 1815, ampliando le possibilità indipendentistiche delle nazioni sotto il giogo austriaco.
Il conflitto nasce per iniziativa dello zar Nicola I, che intende approfittare della debolezza dell’impero turco per assumerne il controllo. Francia e Inghilterra si oppongono e dichiarano guerra alla Russia, mentre l’Austria tende a mantenere una posizione ambigua, che scontenta entrambi gli schieramenti. A lungo corteggiato dalle potenze occidentali, il Piemonte finisce con lo scendere in campo nonostante non siano state accolte le sue condizioni sulla questione italiana, e nonostante la Francia di Napoleone III si sia fatta garante degli interessi italiani dell’Austria, schieratasi alfine a fianco degli occidentali.
Durante la fase delle trattative piemontesi, il baricentro della guerra si è spostato in Crimea, e gravita su Sebastopoli, fortezza in mano ai russi che gli alleati tengono sotto assedio. Il Piemonte vi destina un consistente corpo di spedizione, composto di cinque reggimenti di fanteria, cinque battaglioni di bersaglieri, un reggimento di cavalleria leggera, trentasei cannoni da campagna. In tutto, 18.058 uomini, al comando del generale Alfonso La Marmora. Alla testa delle due divisioni sono suo fratello e fondatore dei bersaglieri, Alessandro La Marmora, e l’immarcescibile Giovanni Durando, mentre al comando delle brigate troviamo altre vecchie conoscenze, come Manfredo Fanti, Enrico Cialdini e Rodolfo di Montevecchio.
Il contingente piemontese si imbarca a Genova il 25 aprile 1855 alla volta di Costantinopoli. All’inizio di maggio l’armata raggiunge Balaklava in Crimea, e di lì si porta a Kadıköy, dove si trova il contingente inglese, di grandezza pressoché equivalente. E gli uomini cominciano presto a morire, ma non di pallottole bensì di colera: si ammalano in 3000 e ben 1300 ci lasciano la pelle, tra i quali lo stesso Alessandro La Marmora.
Passata l’ondata più virulenta della malattia, l’esercito viene trasferito sul fiume Cernaia, a copertura delle operazioni di assedio di Sebastopoli. L’impresa è sulle spalle principalmente dei francesi, che nella guerra hanno impegnato ben 120.000 uomini. Le truppe di La Marmora si insediano sulla destra dello schieramento alleato, immediatamente a sud-est del ponte di Traktir, in una zona le cui alture offrono posizioni ben difendibili. Ma nel complesso, non succede nulla di rilevante fino a metà agosto, quando i russi scatenano un’offensiva per liberare Sebastopoli dal blocco alleato.
L’attacco dell’esercito zarista si scatena il 16 agosto con due colonne da 18.000 uomini l’una, supportate da una riserva e dalla cavalleria che fanno ascendere il totale delle truppe a 60.000 uomini. Le posizioni avanzate piemontesi, costituite dal battaglione da 350 uomini del maggiore Corporandi, attestato sul colle detto “Zig-Zag”, vengono investite alle 4:00 del mattino dall’attacco sulla sinistra russa del generale Liprandi. I russi cannoneggiano la ridotta piemontese e, grazie a passerelle mobili, attraversano il fiume e il canale dell’acquedotto che gli corre accanto. Corporandi è costretto a ripiegare, ma solo quando gli attaccanti sono a ridosso della posizione.
La Marmora è posizionato sul monte Hasford, appena dietro la Cernaia. Ha la divisione Durando a sinistra e quella di Ardingo Trotti (che ha sostituito Alessandro La Marmora) a destra. Dietro di riserva, la brigata Giustiniani. I piemontesi sono pronti ad arginare l’assalto nemico, ma questo si concentra sull’ala sinistra francese, a ovest del ponte di Traktir. I russi attaccano più volte le posizioni dei transalpini, saldamente attestati sul colle di Fediukhine, esponendosi al tiro dell’artiglieria e ai contrattacchi degli zuavi. Poi il combattimento si sposta al centro, finendo per gravitare intorno al ponte.
La Marmora tiene impegnati nello scontro sette battaglioni e con metà dell’artiglieria martella il fianco nemico, mandando poi un battaglione all’attacco con la baionetta a sostegno dei francesi. Prima ancora delle 9:00 del mattino, i russi sono costretti a tornare sulla riva opposta del fiume, e solo un ordine del comando generale impedisce a francesi e piemontesi di coronare l’inseguimento. La battaglia si risolve in un fiasco per l’esercito di soccorso alla città, che lascia sul campo, nel complesso, 8000 uomini tra morti e feriti, a fronte dei 181 morti, 1224 feriti e 46 dispersi francesi. I piemontesi, dal canto loro, hanno avuto 14 morti (tra i quali, a seguito delle ferite riportate, il generale Montevecchio), 170 feriti e 2 dispersi.
La battaglia costituisce anche la chiave di volta della guerra. I russi non avranno più modo di rompere l’assedio. Poche settimane dopo, l’8 settembre, i francesi raggiungono le mura di Sebastopoli e possono entrare in città. Si apre la lunga e complessa fase diplomatica che porta al Congresso di Parigi, durante il quale, come dichiarava Cavour:

Per la prima volta nella storia nostra la questione italiana è stata portata e discussa avanti a un congresso europeo, non come le altre volte, non come al congresso di Lubiana e al congresso di Verona per aggravare i mali d’Italia e di ribadire le sue catene, ma con l’intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, col dichiarare altamente le simpatie che sentivano per essa le grandi nazioni.

Forse non un risultato che valesse gli oltre 1300 morti della Crimea, ma abbastanza per proiettare la penisola verso la seconda guerra d’indipendenza e, quindi, verso l’unità.

Se volete ripercorrere la successione di scontri sanguinosi che hanno portato all’unificazione del nostro Paese potete farlo sfogliando il bel libro di Andrea Frediani 101 battaglie che hanno fatto l’Italia unita nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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