Viaggio in Francia – Scritti inediti di una bella vacanza di 5 anni fa (settima parte)

Venerdì 3 agosto 2007: Dato che l’obiettivo è quello di arrivare a Langeais alle 9, orario di apertura del castello, ci alziamo come al solito presto e dopo una gustosa colazione ci mettiamo in viaggio. Il piccolo villaggio a ovest di Tours, sulla riva destra della Loira, dista solo una cinquantina di chilometri da Chandon e riusciamo così ad essere puntuali: alle 9.15 siamo già sul ponte levatoio dell’imponente maniero. Il castello di Langeais, celebre principalmente per aver ospitato le nozze fra Carlo VIII e Anna di Bretagna, è uno splendido esempio di architettura militare tardo-medievale. Precisamente fu fatto costruire da Luigi XI nella seconda metà del XV secolo, proprio sul luogo ove si trovava una preesistente fortificazione distrutta dagli inglesi durante la guerra dei Cent’anni, della quale restano peraltro le rovine. Gli interni, su tre piani e in gran parte visitabili, conservano ricchi arredi con mobili antichi, arazzi, sculture e dipinti, fra i quali una preziosa Natività di Bernardino Luini. Di grande effetto scenografico il salone in cui ebbe luogo il matrimonio fra il futuro protagonista delle guerre in Italia e la duchessa bretone, allora tredicenne: un gruppo di manichini dai volti molto realistici e dai costumi del tutto uguali agli originali ricostruiscono nei minimi dettagli l’elaborata cerimonia del 6 dicembre 1491 che portò all’unione delle corone di Bretagna e di Francia. Dopo aver completato la visita delle sale interne usciamo nel cortile e attraversiamo il grazioso giardino per raggiungere i ruderi della fortezza del X secolo. Dalla collinetta su cui sorgono i resti dell’antico dongione si ha un bel panorama del borgo con la sua caratteristica chiesa dal campanile romanico; ai piedi del  mastio, in posizione riparata, si trova la tomba in cui giace Jacques Siegfried, l’uomo d’affari che fu l’ultimo proprietario del castello ed al quale si devono i lavori di restauro e di ammobiliamento, nonché la sua donazione testamentaria all’Istituto di Francia.

La nostra seconda meta è il castello di Azay-le-Rideau, a soli dieci chilometri da Langeais. Dopo un quarto d’ora siamo già all’ingresso di quella che è senza dubbio una delle dimore più famose e visitate della Valle della Loira, forse per l’aspetto romantico della magnifica costruzione che si specchia nelle acque dell’Indre. “Un diamante sfaccettato incastonato sul fiume”: la definizione di Honoré de Balzac descrive perfettamente questo edificio del primo Rinascimento voluto dal finanziere Gilles Berthelot, tesoriere di Francesco I. La residenza che abbiamo di fronte è veramente particolare: formata da due corpi di fabbrica disposti ad angolo retto e abbelliti da piccole torri angolari sporgenti, con due piani di finestre, finestroni mansardati e un cammino di ronda essenzialmente ornamentale, ci conquista subito grazie al suo gusto tipicamente italiano. Gli interni naturalmente non ci deludono: arazzi, quadri, mobili e oggetti d’arte cinquecenteschi e seicenteschi danno a questa stupenda dimora un’aria molto signorile e ricercata. Al primo piano troviamo la grande camera che nel 1619 ospitò Luigi XIII e l’immenso salone con la salamandra dipinta a trompe-l’oeil, dove un tempo si tenevano sontuosi balli e festini esclusivi. Ma le sale del pianterreno esprimono forse ancor di più l’arte del ricevere nel XIX secolo: la biblioteca con i suoi preziosi volumi, la sala da biliardo e soprattutto il salone Biencourt, dal nome della dinastia di marchesi che acquistò il castello durante i rischiosi anni della Rivoluzione e lo conservò fino ai primi anni del XX secolo, restituiscono perfettamente l’atmosfera di quell’epoca ormai lontana. Tornati all’esterno aggiriamo l’edificio e prima di lasciare il parco ammiriamo ancora una volta le strutture architettoniche che si specchiano dove l’Indre forma una specie di placido laghetto.

Abbiamo ancora negli occhi l’incanto di Azay-le-Rideau quando raggiungiamo il nostro terzo castello, a Villandry, i cui giardini rimarranno per sempre impressi nella nostra memoria. Fatto costruire nel 1536 da Jean le Breton, ministro delle Finanze di Francesco I, sulle vestigia di una fortezza medievale di cui oggi resta solo il torrione, nel Settecento fu acquistato dal marchese De Castellane, che lo rese più confortevole adattandolo ai gusti del secolo. Confiscato durante la Rivoluzione, successivamente fu acquisito da Napoleone per il fratello prediletto Jérôme. La fase storica più importante ha però avuto inizio nel XX secolo, precisamente nel 1906, quando il castello venne acquistato dal dottor Joachim Carvallo, bisnonno dell’attuale proprietario, l’uomo a cui si devono gli imponenti lavori di ristrutturazione e la realizzazione di quelli che oggi sono considerati tra i più bei giardini esistenti in assoluto. E’ impossibile non rimanere colpiti dalla vita di questo medico spagnolo che insieme alla moglie, l’americana Ann Coleman, decise di abbandonare Parigi e la brillante carriera scientifica per realizzare il sogno di riportare Villandry ai suoi antichi splendori. Il castello venne acquistato quando stava per essere demolito e subito cominciarono gli ampi restauri che proseguirono fino allo scoppio della Grande Guerra. Durante il primo conflitto mondiale Carvallo, divenuto nel frattempo cittadino francese, trasformò parte della proprietà in ospedale militare e servì nell’esercito come medico da campo. Nel dopoguerra i lavori ripresero e si concentrarono nei giardini: nel 1934 la proprietà del dottor Carvallo era già diventata monumento storico e oggi è stata dichiarata dall’UNESCO, con tutti gli altri castelli della Valle della Loira, Patrimonio dell’umanità. Cominciamo dunque la visita dai giardini e naufraghiamo subito in un mare di colori, fiori e profumi. Tra il castello e il paese di Villandry si trovano gli orti ornamentali del Rinascimento, composti da nove quadrati della stessa dimensione ma con motivi geometrici diversi l’uno dall’altro. Ci perdiamo in questa magnifica scacchiera multicolore, fra il rosso del cavolo e della barbabietola, il blu del porro e il verde delle foglie delle carote, mentre un esercito di giardinieri, seguendo le antiche consuetudini dei monaci medievali, si prende cura delle aiuole e delle siepi. Fra l’orto e la chiesa passeggiamo lungo il giardino dei semplici, che come nella migliore tradizione medievale è riservato alle erbe aromatiche ad uso alimentare e medico, e dall’ombra del pergolato colmo di grappoli d’uva ammiriamo lo splendore policromo e sgargiante della tenuta. All’estremità del sentiero costeggiamo l’area giochi riservata ai bimbi e il labirinto di carpini bianchi pieno di turisti inutilmente chiassosi e arriviamo nel giardino d’acqua, punto ideale per rilassarsi e meditare, al centro del quale si trova un laghetto a forma di specchio. Ci sediamo per qualche istante su una panchina e osserviamo questo luogo incantato, dove tutto sembra in armonia e il tempo pare essersi fermato. Attraversiamo quindi il canale che alimenta il laghetto e giungiamo al giardino ornamentale, vero e proprio prolungamento ideale dei saloni interni del castello. E’ diviso in tre aree: quella più vicina all’edificio racchiude i quattro quadrati del giardino d’amore; attigua a questa la sezione con le tre croci di Malta, di Linguadoca e dei Paesi Baschi; oltre il canale la parte dedicata al tema della musica, con triangoli stilizzati a rappresentare lire, arpe e candelabri per illuminare gli spartiti. Il punto panoramico che consente la miglior visione d’insieme è senza dubbio il cosiddetto Belvedere, proprio sopra il giardino d’amore: appoggiati alla ringhiera, proviamo ad immaginare Carvallo e sua moglie nella nostra stessa posizione, mentre osservano il loro sogno divenuto realtà, e ci sentiamo pervasi da un senso di totale ammirazione. La nostra stima e considerazione per i due scienziati-sognatori aumenta ulteriormente una volta entrati nel castello: attraversato il grande salone nel quale si trovano le foto di famiglia arriviamo nello studio del dottor Carvallo, situato al pianterreno del torrione. Quello che era il suo luogo di lavoro preferito si trova infatti nella parte più antica del castello, ove il 4 luglio 1189 fu sancita la pace di Colombiers fra Enrico II Plantageneta e Filippo Augusto. La sala da pranzo, color rosa salmone e arredata in stile Luigi XV, rispecchia invece i gusti provenzali del marchese De Castellane: su una parete notiamo persino una curiosa fontana. La cucina, con i suoi utensili in rame e le piastrelle in terracotta, è l’unico ambiente rustico del castello. Saliamo al primo piano dalla stupenda scalinata d’onore che con la sala da pranzo fu classificata monumento storico nel 1934 e raggiungiamo la stanza del principe Jérôme, dai colori vivaci e arredata naturalmente in stile Impero, dalle cui finestre si ha una vista mozzafiato sui giardini ornamentali e in particolare sui giardini dell’amore. Entriamo quindi nella biblioteca, aperta al pubblico soltanto nel 2006, dove si trovano molti oggetti appartenuti ai coniugi Carvallo. E’ in un certo senso l’ingresso alla loro dimensione più intima e privata: nel loro insieme quegli oggetti raccontano molto sulle loro motivazioni e sulle azioni per una corretta gestione del castello. Se le due stanze da letto e la camera degli orti completano idealmente questa dimensione, la galleria dei dipinti introduce un nuovo aspetto della vita dei coniugi Carvallo: il collezionismo delle opere d’arte. Appassionati di quadri antichi, con una predilezione per la pittura spagnola del Seicento, fu proprio per esporre la loro importante collezione di tele che acquistarono il castello di Villandry. L’amore per l’arte è ribadito dallo stupefacente salone orientale, decorato da uno dei quattro soffitti originali del palazzo dei duchi di Maqueda, una prestigiosa dimora di Toledo costruita nel XV secolo. Questa magnifica volta in stile mudejar, composta da 3.600 pezzi di legno policromo e dorato, per essere ricostruita fedelmente richiese addirittura un intero anno di lavoro. La nostra visita, dopo aver visto le camere dei bambini al secondo piano, si conclude inevitabilmente sul mastio, da dove fissiamo indelebilmente l’ultimo panorama coi giardini e la valle ove Cher e Loira scorrono paralleli per molti chilometri.

Sicuri del fatto che d’ora in poi qualsiasi giardino dovrà misurarsi con Villandry riprendiamo l’auto e torniamo verso Tours, dove arriviamo verso le quattro e un quarto del pomeriggio. La capitale storica della Turenna, patria di Honoré de Balzac e san Martino, è un grosso centro di circa 130 mila abitanti, molto attivo da un punto di vista culturale, commerciale e naturalmente turistico. Tre castelli in un giorno non sono pochi e le scarse energie residue ci costringono a puntare su una comoda visita della città vecchia a bordo dell’immancabile trenino. Una rapida sosta davanti alla bellissima cattedrale gotica di St-Gatien ci permette di apprezzarne anche gli interni e soprattutto le meravigliose vetrate policrome del Trecento e del Quattrocento. Il nucleo più vecchio della città, in gran parte pedonale, è formato da una serie di vie strette e tortuose ed è assai suggestivo per le numerose case a graticcio che si incontrano. Il cuore pulsante del quartiere è senza ombra di dubbio la medievale place Plumereau, affollata di studenti e turisti e incorniciata da una successione di splendide abitazioni quattrocentesche, che raggiungiamo a piedi dopo aver lasciato l’auto nelle vicinanze. Sono le 18 e pare che tutti i Tourangeaux si siano dati appuntamento nella piazza per un aperitivo in piacevole compagnia. Dopo aver dato un ultimo sguardo al complesso di edifici monumentali progettati dal famoso architetto Victor Laloux alla fine del XIX secolo  – la stazione ferroviaria, l’Hôtel de Ville e la basilica moderna – ripartiamo per Chandon, dove arriviamo all’ora di cena. Lì troviamo ad aspettarci i nostri gentilissimi ospiti, che ci invitano a bere un bicchiere del loro miglior Vouvray, curiosi di sapere come ci siamo trovati nella loro casa e di conoscere tutti gli aspetti della nostra vacanza, prima della partenza prevista per l’indomani.

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