Viaggio in Francia – Scritti inediti di una bella vacanza di 5 anni fa (seconda parte)

Domenica 29 luglio 2007: Apro gli occhi terrorizzato sentendo l’urlo di mia moglie Silvana che grida “sono le 9,30, la sveglia non ha suonato!”. Il primo pensiero è rivolto a Place Bellecour, dove abbiamo appuntamento con la guida per le 10,30, e il secondo riguarda le condizioni pietose in cui si trovano ancora gli arti inferiori e la schiena. Quindici minuti per prepararsi, dieci per l’ottima colazione con pain au chocolat e croissant, e poi via di corsa, si fa per dire, verso l’Ufficio del Turismo, che incredibilmente raggiungiamo in orario. Felici facciamo conoscenza con la nostra guida, scambiandola erroneamente per una fragile e inerme fanciulla e non per quello che è in realtà, ovvero un rude sergente avvezzo a marce interminabili. Con una certa crudeltà il giorno precedente ci era stato assicurato che la visita guidata sarebbe stata al massimo di un’ora e mezza e così, non potendo immaginare che la prima escursione sarebbe invece durata più di tre ore, ne abbiamo prenotate due, la seconda nel pomeriggio. Ma andiamo per ordine. Il nostro giro comincia dal monumento dedicato al genocidio degli Armeni compiuto dai Giovani Turchi durante la Prima Guerra Mondiale (un milione e mezzo di morti), vicino alla Tour de la Charité, e prosegue davanti alla facciata dell’Hôtel-Dieu, il grande ospedale cinquecentesco che fu così importante per la città di Lione e che lo è tuttora, essendo oggi un centro universitario ed anche un museo storico contenente documenti e ricordi dell’antico istituto. La nostra instancabile e sadica guida ci accompagna poi davanti al severo portone del prestigioso Liceo Ampère, dedicato all’illustre fisico lionese che studiò l’elettromagnetismo, e da Rue de la Republique fino allo splendido palazzo della Camera di Commercio ed Industria e della Borsa. Lì ci mostra il punto dove il 24 giugno 1894 il Presidente della Repubblica Marie François Sadi Carnot venne pugnalato a morte dall’anarchico milanese Sante Caserio: siamo gli unici italiani del gruppo, ma gli altri non lo sanno e quindi dev’essere un caso che tutti ci stiano osservando. Con noncuranza volgiamo lo sguardo verso la chiesa gotica di St-Bonaventure, che si trova proprio di fronte al Palais du Commerce, poi torniamo in Rue de la Republique dove la nostra guida ci fa strada fino a Place de la Comédie, dove a destra scorgiamo il teatro de l’Opéra, un bell’edificio del XIX secolo al quale fu aggiunto nel 1993 un moderno cupolone semicilindrico, e sulla sinistra l’Hôtel de Ville, considerato uno dei più bei palazzi municipali di Francia e purtroppo in restauro, con la facciata parzialmente coperta da una pesante impalcatura. Quasi senza accorgercene – non è vero, le nostre gambe se ne sono accorte eccome – siamo giunti in Place Terraux, molto scenografica grazie a decine di piccoli zampilli che fuoriescono dalla pavimentazione e, soprattutto, alla colossale Fontana dei Cavalli di Bartholdi, lo scultore della celeberrima Statua della Libertà. Senza concederci un attimo di riposo al nostro Cicerone viene la brillante idea di farci apprezzare le ripide salite della sua città e così, dopo averci mostrato l’austera facciata del Liceo de la Martinière, ci porta a Place Sathonay, dove una lunga scalinata conduce ai resti dell’Anfiteatro delle Tre Gallie, il luogo in cui nel II secolo d.C., durante le persecuzioni di Marco Aurelio, furono martirizzati i primi cristiani in terra gallica.  Da lì ci inoltriamo nei quartieri della Croix Rousse e dei Traboules, famosi nel XIX secolo per la lavorazione artigianale della seta e per l’impronta popolare delle case che si affacciano sulle pittoresche viuzze e sui numerosi passaggi coperti. Da una terrazza con un bel giardino all’interno di un convitto ammiriamo il panorama di Lione e ci rendiamo conto di quanto ci siamo inerpicati da quando abbiamo lasciato la zona pianeggiante della città. Una scalinata lunghissima e tortuosa ci riporta sulla riva destra del Rodano, che sfiniti attraversiamo dal ponte Winston Churchill. Giunti davanti all’elegante cancellata del gran parco della Testa d’oro notiamo con stupore che la nostra guida si ferma e abbiamo l’impressione che stia per prendere congedo dal gruppo. Certo è strano, perché siamo molto distanti dal punto dal quale siamo partiti più di tre ore prima, ma pensiamo e speriamo che per lei sia la prassi. Ma le nostre attese durano lo spazio di un attimo: con orrore la vediamo attraversare il vialone della Gran Bretagna, con tutto il gruppo disciplinatamente implotonato al seguito, per poi proseguire verso la parte moderna e periferica di Lione. Ci guardiamo esterrefatti, attraversiamo anche noi, ma anziché seguirli ci nascondiamo dietro il primo angolo e decidiamo di porre fine alle nostre sofferenze abbandonandoli al loro destino di maratoneti inconsapevoli. Una panchina, un autobus, l’insegna dell’albergo e il letto della nostra camera: a volte basta poco per essere felici.

Nel tardo pomeriggio, dopo aver incerottato le vesciche e riallineato le vertebre, e soprattutto dopo aver evitato la seconda visita guidata, prendiamo un altro autobus che ci riporta in centro, proprio a due passi dalla cattedrale, con l’intento di percorrere Rue St-Jean, la via più caratteristica della città vecchia. In effetti è davvero bella: case con facciate gotico-fiammeggianti, torri e cortili la rendono molto gradevole, ideale per una passeggiata. Al termine della strada, nelle vicinanze, si trova il Museo Storico di Lione, che però troviamo chiuso. Decidiamo così di visitare il Museo delle Miniature e delle Scenografie Cinematografiche, veramente unico nel suo genere. I tre piani della Casa degli Avvocati che lo ospita sono interamente dedicati al paziente e abilissimo lavoro dei migliori miniaturisti del mondo e alle fantastiche collezioni iperrealiste di Dan Ohlmann, architetto d’interni nonché fondatore del museo. Gli allestimenti cinematografici e i costumi originali al piano terra riguardano il film “Le Parfum”, tratto da un romanzo di Patrick Süskind e uscito in Italia col titolo “Profumo – Storia di un assassinio”. Insomma, il museo è proprio imperdibile, vale la pena di andarci anche solo per osservare i dettagli del celebre ristorante parigino Maxim’s, riprodotto con cura maniacale dal genio di Ohlmann, e delle altre 50 sue opere realizzate in 15 anni di lavoro.

Ritorniamo all’Ibis col proposito (poi tradito) di uscire dopo cena per ammirare Place Terreux di notte e rimaniamo ancora una volta nel ristorante dell’albergo, convinti dal già sperimentato buffet di verdure e da un invitante menu a base di carne. Dopodichè doccia e letto, l’indomani ci attendono Amboise e 450 km di guida.

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