202 anni fa: il 10 agosto 1810 nasce a Torino il politico e patriota italiano Camillo Benso conte di Cavour

Cavour era nato nel 1810 a Torino da una tipica famiglia di quella nobiltà piemontese, che integrava le rendite terriere col servizio di Stato. Il patrimonio di famiglia versava in pessime condizioni, quando la sua amministrazione fu assunta da Filippina de Sales, nonna di Camillo: una savoiarda discendente dal famoso Santo, ma per nulla bigotta, anzi allevata alla scuola del migliore e più spregiudicato Illuminismo francese, e dotata di molto senso pratico.
Il figlio Michele, che da lei aveva ereditato il culto dell’efficienza e il genio degli affari, era ufficiale quando Napoleone occupò il Piemonte e ne incorporò l’esercito in quello francese. Alcuni agiografi dicono che Michele accettò di servire il nuovo padrone controvoglia e solo su ordine del suo Re, Carlo Emanuele, che cercava d’ingraziarsi il vincitore; combatté contro gli austriaci sotto quel vessillo straniero; e fu ferito a Verona. Ma lo storico Rosario Romeo, cui si devono gli studi più approfonditi su Cavour e la sua famiglia, fornisce degli avvenimenti un’altra versione.
Michele effettivamente militò sotto Napoleone, ma ferite non ne riportò; e quando il Piemonte fu definitivamente annesso alla Francia, preferì emigrare con un suo zio prima a Firenze, e poi a Ginevra. Al nuovo regime era avverso non perché straniero, ma perché democratico, e quindi sovvertitore del vecchio ordine su cui l’aristocrazia basava i suoi privilegi. Tant’è vero che quando, salito sul trono imperiale, Napoleone gl’impresse una svolta conservatrice richiamando i nobili ai loro posti di comando, Michele s’affrettò a tornare e a riprendere quello suo. Egli fu uno di quei tenaci sostenitori dell’antico regime assolutistico che accettarono la realtà del nuovo mondo borghese, vi s’inserirono e ne profittarono largamente. S’iscrisse alla Massoneria, che rappresentava uno dei maggiori pilastri del “sistema”; fu in prima fila fra coloro che resero omaggio a Napoleone quando questi, nel 1805, venne in visita a Torino. E di queste manifestazioni collaborazionistiche fu compensato col titolo di “Barone dell’Impero” e con la concessione di molti favori, fra cui un grosso prestito che gli consentì di affittare la grande tenuta della Mandria per installarvi un allevamento di merinos, le pecore australiane che producevano la lana più pregiata.
Poco prima si era sposato con una ragazza di Ginevra, conosciuta al tempo del suo esilio in quella città: Adele de Sellon. E i motivi di quella scelta li spiegò in una lettera allo zio, sincera fino al cinismo: di Adele non era affatto innamorato, diceva, ma gli facevano gola i soldi e le “aderenze” dei Sellon, una famiglia calvinista di origine francese, da poco nobilitata, e quindi snob come tutte quelle di fresco blasone, ma ricchissima e imparentata con le più forti dinastie della finanza svizzera. Ma, aggiungeva, oltre a quella depositata in banca, Adele aveva anche altre doti: una morale rigorosa e un alto senso del dovere, cioè quelle virtù tipicamente borghesi che la vecchia aristocrazia aveva perso da un pezzo. Essa fornì al marito vaste “aperture” nel mondo degli affari, e due figli: Gustavo e Camillo.
La Restaurazione fu, per Michele, una catastrofe. Per il suo collaborazionismo coi francesi, la polizia lo aveva schedato come “giacobino”, la Corte lo teneva a distanza, e la concessione della Mandria gli venne revocata. “Ma – scriveva sua sorella con realistico buon senso – bisogna attaccarsi a quel che c’è, visto che c’è, mentre il resto non c’è più.” E fu con altrettanto realismo che Michele iniziò la marcia di riavvicinamento al nuovo regime, ch’era poi quello vecchio. Riuscì a catturare l’amicizia di Carlo Alberto che non poteva serbar rancore a chi aveva servito Napoleone perché da ragazzo lo aveva fatto anche lui, ed ebbe l’accortezza di restargli fedele anche nel lungo decennio della disgrazia, dopo i moti del ’21.
Quando il Principe tornò a Torino, reintegrato nei suoi diritti alla successione, l’ostracismo politico pesava ancora su Michele, ma la sua posizione economica si era riassestata, grazie anche ai denari della moglie e alle sue relazioni. Aveva acquistato la grande tenuta di Leri e ne aveva fatto una fattoria-modello, su cui aveva anche scritto una monografia. Con l’aiuto delle banche svizzere aveva condotto in porto qualche buona speculazione, e aveva stretto relazione col gruppo degl’imprenditori lombardi capeggiato da Confalonieri e Porro-Lambertenghi. Ma a vere e proprie iniziative industriali era rimasto estraneo: le considerava premature in un Paese così arretrato. Ed era proprio questo a differenziarlo dal figlio, il quale invece pensava che il Paese era arretrato appunto perché non vi fiorivano iniziative industriali, di cui vorrà dare egli stesso l’esempio.
Questo figlio non lasciava, per il momento, presagire nulla di buono. Lo avevano chiamato Camillo in onore di Camillo Borghese, il marito di Paolina Bonaparte, che lo aveva tenuto a battesimo, e che le male lingue gli attribuivano come padre naturale (ma non era che una diceria non suffragata da nessun elemento, e anzi smentita dall’austera morale di Adele). Tutte le speranze della famiglia erano investite in Gustavo, un po’ perché era il primogenito, un po’ perché passava per un genio. Studioso e diligente, i professori lo consideravano “promettentissimo”, e tale sarebbe rimasto, senza mantenere, per tutta la sua vita di mediocre filosofo, postillatore e commentatore di Rosmini. Camillo invece era ribelle a tutto, compreso l’alfabeto. E fu per questo che a dieci anni lo rinchiusero all’Accademia Militare, che anche allora veniva considerata il rifugio dei somari.
Il ragazzo su subito in guerra col regolamento di disciplina e diventò un ospite abituale della cosiddetta “squadra franca”, costretta per castigo a passare lunghe ore in ginocchio e in silenzio e a subire le vergate del sergente. Ma lo spirito di emulazione lo spinse a cercare una rivincita nel profitto. In pochi mesi colmò le lacune della sua preparazione, ottenne la menzione d’onore e fu insignito della “cifra reale”. Non per questo il suo carattere migliorò, anzi. Protervia, orgoglio, insolenza, sarcasmo, smania di supremazia e di comando lo rendevano inviso non soltanto ai superiori, ma anche ai compagni. A quattordici anni il padre gli procurò la nomina a “paggio” di Carlo Alberto. Era l’incarico più ambito dagli accademisti. Ma Camillo non lo apprezzò. Anzi, disse che non vedeva l’ora di liberarsi di quella “livrea da gambero”. Le insolenti parole furono riferite al Principe, che denunziò il ribelle al re Carlo Felice chiedendogli di degradarlo. Il Re, che avrebbe preferito degradare lui, non ne fece di nulla, e lasciò che Camillo terminasse l’Accademia.
La terminò a sedici anni con esami splendidi in tutte le materie, meno l’italiano. Lo parlava male perché la lingua di casa Cavour era il francese, lo scriveva peggio, e in seguito avrebbe dovuto molto faticare per impadronirsene. Per tutta la vita, anche da Primo Ministro dell’Italia unita (e unita da lui), egli seguiterà a parlare e a scrivere in italiano traducendo dal francese, e in francese a parlare e a scrivere in privato. Come del resto facevano tutti gli altri della sua famiglia e del suo ambiente.
C’è, di questi tempi, in una lettera – anch’essa in francese – di Michele alla moglie, questo ritrattino di Camillo: “Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto, ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiar altro! Dopodiché mi ha recitato parecchi canti di Dante, le canzoni di Petrarca, la grammatica di Corticelli, Alfieri, Filicaja, Ortis. E tutto questo passeggiando a grandi passi in vestaglia, con le mani affondate nelle tasche”. Tale era il giovane Cavour: estroverso, animato da una dirompente vitalità, ingordo di tutto, e non soltanto di cibi, donnaiòlo, e accanito giuocatore di whist e di goffo.

Se volete approfondire la vita di Camillo Benso conte di Cavour potete farlo sfogliando il libro di Indro Montanelli L’Italia del Risorgimento prelevandolo dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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