50 anni fa: il 9 agosto 1962 muore a Montagnola lo scrittore, poeta, aforista e pittore tedesco naturalizzato svizzero Hermann Hesse

Nell’ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche,
nell’ombra del bosco di Sal, all’ombra del fico crebbe Siddharta, il bel figlio
del Brahmino, il giovane falco, insieme all’amico suo, Govinda, anch’egli
figlio di Brahmino. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre
abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti. Ombre
attraversavano i suoi occhi neri nel boschetto di mango, durante i giochi
infantili, al canto di sua madre, durante i santi sacrifici, alle lezioni di
suo padre, così dotto, durante le conversazioni dei saggi. Già da tempo
Siddharta prendeva parte alle conversazioni dei saggi, si esercitava con
Govinda nell’arte oratoria, nonché nello esercizio delle facoltà di osservazione
e nella pratica della concentrazione interiore. Già egli sapeva
come si pronuncia impercettibilmente 1’Om, la parola suprema, sapeva
assorbirla in se stesso pronunciandola silenziosamente nell’atto di inspirare,
sapeva emetterla silenziosamente nell’atto di espirare, con l’anima
raccolta, la fronte raggiante dello splendore che emana da uno spirito luminoso.
Già egli sapeva, nelle profondità del proprio essere, riconoscere
l’Atman, indistruttibile, uno con la totalità del mondo.
Il cuore del padre balzava di gioia per quel figlio così studioso, così
avido di sapere; era un grande sapiente, un sommo sacerdote quello ch’egli
vedeva svilupparsi in lui: un principe fra i Brahmini.
La gioia gonfiava il petto di sua madre quand’ella lo guardava, quando
lo vedeva camminare, quando lo vedeva sedere e alzarsi: Siddharta, così
forte, così bello, che procedeva col suo passo snello, che la salutava con
garbo così compìto.
L’amore si agitava nel cuore delle giovani figlie dei Brahmini, quando
Siddharta passava per le strade della città, con la sua fronte luminosa,
con i suoi occhi regali, così slanciato e nobile nella persona.
Ma più di tutti lo amava l’amico suo Govinda, il figlio del Brahmino.
Amava gli occhi di Siddharta e la sua cara voce, amava il suo passo e il
garbo perfetto dei movimenti, amava tutto ciò che Siddharta diceva e faceva,
ma soprattutto ne amava lo spirito, i suoi alti, generosi pensieri, la
sua volontà ardente, la vocazione sublime. Sapeva bene Govinda: questo
non diventerà un Brahmino come ce n’è tanti, un pigro ministro di sacrifici,
o un avido mercante d’incantesimi, un vano e vacuo retore, un prete
astuto e cattivo, e non sarà nemmeno una buona, sciocca pecora nel
gregge dei molti. No, e anch’egli, Govinda, non voleva diventare tale, un
Brahmino come ce ne son migliaia. Voleva seguire Siddharta, il prediletto,
il magnifico. E se un giorno Siddharta fosse diventato un dio, se fosse
asceso un giorno nella gloria dei celesti, allora Govinda l’avrebbe seguìto,
come suo amico, suo compagno, suo servo, suo scudiere, sua ombra.
Così tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano
piacere.

Questo è l’incipit di Siddharta, il romanzo che Hermann Hesse pubblicò nel 1922. Considerato dallo stesso Hesse come un “poema indiano”, il romanzo presenta un registro molto originale che unisce lirica ed epica, ma anche narrazione e meditazione, elevazione e sensualità, e che lo rende tuttora affascinante. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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