67 anni fa: il 6 agosto 1945 una bomba atomica chiamata in codice Little Boy viene sganciata dal B-29 statunitense Enola Gay sulla città di Hiroshima in Giappone, alle 8:16 di mattina (ora locale). Esplose ad un’altitudine di 576 metri con una potenza pari a 12.500 tonnellate di TNT uccidendo all’istante 80.000 persone (altre 60.000 moriranno entro la fine dell’anno a causa delle malattie causate dal fallout nucleare) e distruggendo circa l’80% dell’area edificata della città

La mattina del 6 agosto 1945 Hiroshima, nell’isola più grande dell’arcipelago giapponese, Honshu, era in allarme. Fino a quel giorno alla città, benché centro industriale e deposito di rifornimenti di primaria importanza, erano state risparmiate le devastazioni che le bombe incendiarie dei B 29 americani avevano prodotto a Tokyo e in altri centri. Ma un bombardamento aereo era previsto, perciò circa 245.000 dei 400.000 abitanti erano stati evacuati.
Poco dopo le 7 suonò un allarme aereo, per un isolato ricognitore meteorologico americano che sorvolava la città. La comparsa di tali aerei era un fatto frequente e la maggior parte degli abitanti non si preoccupò di andare nei rifugi. Alle 7.32 suonò il cessato allarme. Subito dopo le 8 gli operatori radar giapponesi localizzarono tre aerei che si avvicinavano a Hiroshima, volando a grande altezza, ma, supponendo che fossero altri ricognitori, non fu dato un secondo allarme.
Pochi secondi dopo le 8.15 due degli aerei fecero una virata di 180 gradi in picchiata, prendendo rotte opposte. Durante la virata, uno degli apparecchi lasciò cadere tre paracadute che portavano l’attrezzatura per registrare dati e trasmetterli automaticamente all’altro aereo; e questo sganciò una bomba regolata in modo da esplodere 563 metri sopra la città. Era la bomba atomica. Scoppiò in un abbagliante lampo di luce, seguito dal dilatarsi di un globo di fuoco così intenso da ridurre in cenere migliaia di persone vicino al centro di Hiroshima e ustionarne altre fino a una distanza di 4 km. Al fuoco seguì l’onda d’urto dell’esplosione, che sviluppò un vento di 800 km l’ora e rase al suolo quasi ogni cosa entro un raggio di oltre 3 km. Frammenti di legni, mattoni, tegole e vetro divennero proiettili mortali; le colonne di pietra di un ospedale, che si trovava proprio sotto il punto dell’esplosione, andarono a conficcarsi d’un colpo nel suolo. Le condutture dell’acqua saltarono e gli incendi originati da migliaia di fornelli rovesciati e stufe a carbonella ancora accese per il pasto del mattino completarono l’opera che il calore e l’esplosione avevano iniziato. Tutti gli edifici in un’area di 13 km² furono distrutti. Hiroshima era rasa al suolo.
Enormi gocce di vapore condensato caddero, in una pioggia nera e oleosa, dalla nuvola a fungo che si innalzava per 15.000 m sopra la città. Infine, quanti si erano precipitati verso i fiumi e i giardini per sfuggire alle fiamme furono inghiottiti da un grande “vento di fuoco” che soffiava verso il centro della città, sradicando alberi e sollevando nei fiumi alte onde che annegarono molte persone.
Almeno 78.000 persone furono uccise o riportarono lesioni mortali a Hiroshima; altrettanti furono gli ustionati, quasi tutti condannati a essere corrosi dalla contaminazione radioattiva. Il 75% delle abitazioni fu danneggiato o distrutto. La guarnigione militare della città fu annientata. Solo un piccolo numero di medici rimase in vita, ma la maggior parte degli ospedali e del materiale sanitario andò perduta. Gli abitanti delle città vicine descrissero le vittime del fuoco, vive o morte, come esseri che non avevano più nulla di umano: la carne scoperta e annerita, i capelli scomparsi, i lineamenti disfatti.
Il giorno successivo al bombardamento, il generale Seizo Arisue fu mandato a Hiroshima dal comando supremo giapponese. Così descrisse le conseguenze della bomba: “Mentre l’aereo sorvolò Hiroshima, c’era soltanto un nero albero morto, come se un corvo si fosse appollaiato sopra [la città]. Non c’era più nulla, tranne quell’albero. Quando atterrammo all’aeroporto, tutta l’erba era rossa come se fosse stata bruciacchiata. Non c’erano più incendi. Tutto era andato a fuoco nello stesso momento […] la città stessa era stata completamente cancellata”.
Arisue non sapeva nulla della natura della bomba, ma un fisico nucleare giapponese, che giunse nella città l’8 agosto, riconobbe la causa della distruzione. Il Consiglio supremo di guerra nipponico si riunì il 9 agosto per discutere la resa, ma era troppo tardi per evitare un altro disastro. Alle 11.02 di quel giorno una seconda bomba atomica fu fatta esplodere sopra la città di Nagasaki, anche se il bersaglio prescelto era la città di Kokura, che il maltempo aveva impedito di raggiungere.
Più tardi, quando fu nota pubblicamente la natura della bomba, i Giapponesi l’avrebbero chiamata con neologismi, alcuni bizzarramente poetici. Altri nuovi termini, come hibakusha (“persona colpita da esplosione”) e higaisha (“vittima” o “persona ferita”), sono usati ancora oggi a preferenza della parola seizonsha (“sopravvissuto”), perché viene giudicata sconveniente, nei confronti di coloro che sono rimasti uccisi, l’accentuazione della “vita” presente in quest’ultima espressione.

Se volete potete approfondire le conseguenze della bomba nuova e crudelissima, come la descrisse l’imperatore Hirohito, leggendo il libro Ventesimo secolo – i grandi avvenimenti che gli hanno dato un volto nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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