38 anni fa: il 4 agosto 1974 sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna, in prossimità dell’uscita dalla lunga galleria appenninica, in località San Benedetto Val di Sambro, un ordigno ad alto potenziale, a base di “termite”, esplode nella ritirata della vettura numero 5 del treno Italicus, affollato di gente che si sposta per le vacanze estive. I soccorsi, difficilissimi nel buio del tunnel, estraggono dalle lamiere del treno 12 morti e 44 feriti. Tale attentato, noto come tragedia dell’Italicus, è riconducibile alla strategia della tensione

La notte del 4 agosto 1974, a San Benedetto Val di Sambro, lungo il tratto ferroviario appenninico, una bomba esplose all’interno della vettura numero 5 dell’espresso Roma-Monaco, causando 12 morti e una cinquantina di feriti.
Una strage ben più grave fu evitata solo per pochi secondi; infatti se lo scoppio fosse avvenuto all’interno della successiva galleria, le conseguenze dell’attentato sarebbero state sicuramente più gravi e nefaste. Dopo l’esplosione il treno, avvolto dalle fiamme, continuò ancora un poco la sua corsa per forza d’inerzia, mentre al suo interno i passeggeri tentavano di trovare una via di fuga e di salvezza. La rivendicazione della strage, attraverso un volantino di Ordine nero, indicò immediatamente gli ambienti eversivi neofascisti del Fronte nazionale rivoluzionario come i responsabili dell’orribile atto. Sarà poi il gruppo di Mario Tuti a essere individuato come possibile esecutore materiale. All’inizio del 1975, contro l’esponente dell’area sovversiva di estrema destra venne emesso un mandato di cattura, a cui egli si sottrasse uccidendo due carabinieri e rifugiandosi in Francia, dove venne poi arrestato. Anni dopo, nel 1987, fece parlare nuovamente di sé, capeggiando una violenta rivolta nel carcere di Porto Azzurro.
L’attentato al treno Italicus avrebbe dovuto dare vita, a partire da quell’agosto, a una serie di atti terroristici volti a dare forma alle strategie golpiste della Rosa dei venti, un raggruppamento di organizzazioni di estrema destra. Le indagini furono rese più complesse dai continui depistaggi messi in atto dai vertici dei servizi segreti e non permisero mai di giungere ad alcuna condanna. L’iter giudiziario vide, infatti, in primo grado l’assoluzione per insufficienza di prove di Tuti e dei principali coimputati Franci e Malentacchi, anche se la corte giudicante sottolineò il peso e l’importanza degli indizi a loro carico e il coinvolgimento della Loggia P2. La sentenza d’appello del 1987 annullò il precedente giudizio, comminando tre condanne all’ergastolo. Nel 1989, poi, la prima sezione di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, invalidò la precedente sentenza, mentre il secondo giudizio di appello, 1991 – ben sedici anni dopo la strage – decretò l’assoluzione di tutti gli imputati.

Se volete approfondire una delle tante stragi impunite italiane potete farlo sfogliando il 23° volume de La Storia d’Italia – Dagli anni di piombo agli anni Ottanta nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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