31 anni fa: il 3 agosto 1981 Roberto Peci, fratello del primo collaboratore di giustizia ex BR Patrizio, viene assassinato con 11 colpi di pistola. Il corpo verrà fatto ritrovare vicino l’ippodromo delle Capannelle, nei pressi di via di Casal Rotondo

Il terrorismo, per quanto cominciasse a essere preso nella morsa della controffensiva delle forze dell’ordine, continuava a disseminare la sua parabola di morte e violenza con un’intensità che allora non pareva decrescente. La svolta decisiva verrà, del resto, a seguito della normativa sul pentitismo, che proprio il primo governo Cossiga aveva varato assieme ad altre disposizioni quali il fermo di polizia e il termine massimo di carcerazione preventiva, portato per i reati di terrorismo a dodici anni. Ma già colpi notevoli gli erano stati inferti. Tra l’altro, un suo esponente di rilievo, Patrizio Peci, già capo della colonna genovese delle BR, arrestato dal generale dei carabinieri Dalla Chiesa, aveva preso a parlare, determinando lo smantellamento di parte dell’organizzazione: aveva fatto tra l’altro il nome di Marco Donat Cattin, quale affiliato a Prima Linea. Questi era figlio di Carlo, il leader forzanovista della DC, ispiratore del “preambolo” del gennaio precedente e ora vicesegretario del partito. Un altro terrorista di Prima Linea, Roberto Sandalo, arrestato poco dopo come organizzatore di alcuni attentati, rivelò di averli eseguiti con la collaborazione di Marco Donat Cattin. Dichiarò inoltre di aver conosciuto anche il padre, senatore Carlo, e di essersi fatto latore di un messaggio di questi al figlio in clandestinità, in cui lo invitava a espatriare, essendo a conoscenza di indagini in corso su di lui e prossimo il suo arresto, sulla base di notizie fornitegli dal ministro degli Interni Francesco Cossiga. Sia Donat Cattin, sia Cossiga, deponendo all’inquirente (la commissione che autorizzava la magistratura inquirente a procedere o meno contro i membri della camera dei deputati), respinsero ogni addebito. Ma questa era materia in cui il sospetto era sufficiente, non sotto il profilo giudiziario naturalmente, ma in relazione alla responsabilità politica che in particolare aveva Cossiga, come capo del governo. Anche un commendatore severo, quanto equilibrato, come Leo Valiani, dalle colonne del “Corriere della Sera” invitava quest’ultimo a farsi “a quattrocchi con se stesso, un severo esame di coscienza”, e a trarne “immediatamente le conclusioni, positive o negative che siano, giacché le furbizie non servivano più”. Lo stesso giorno che Cossiga deponeva davanti all’inquirente, Pertini dichiarava che avrebbe dovuto dimettersi da presidente del consiglio, qualora non vi fosse stato un giudizio di “manifesta infondatezza d’ogni sospetto”. Era una presa di posizione che aveva anche una chiara valenza politica. Mentre Donat Cattin si dimetteva da sottosegretario della DC, il PCI prendeva di mira Cossiga, aprendo la raccolta di firme per la sua messa in stato d’accusa davanti al parlamento, senza raggiungerne tuttavia lo scopo.

Se volete approfondire la difficile stagione del terrorismo dei primi anni Ottanta potete farlo sfogliando il 23° volume de La Storia d’Italia – Dagli anni di piombo agli anni Ottanta nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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