69 anni fa: il 25 luglio 1943 Benito Mussolini viene costretto a lasciare l’incarico dal Gran Consiglio del Fascismo che vota l’ordine del giorno Grandi, e successivamente viene arrestato a Villa Savoia dai capitani dei Carabinieri Paolo Vigneri e Raffaele Aversa e sostituito al governo da Pietro Badoglio; questo fatto segna la caduta del fascismo

Alle cinque di quel torrido pomeriggio tutti i convocati si ritrovarono nella Sala del Pappagallo, che, adiacente alla Sala del Mappamondo, serviva normalmente da anticamera per le udienze del Duce, ma ospitava anche le riunioni del Gran Consiglio. Ne facevano parte i membri vitalizi (i quadrumviri), i membri divenuti tali per le cariche che ricoprivano (i presidenti del Senato e della Camera, i ministri, il presidente della Accademia d’Italia Federzoni, il Capo di Stato Maggiore della Milizia, il presidente del Tribunale speciale, i presidenti delle confederazioni fasciste) e infine i membri cooptati per meriti speciali, come Bottai, Ciano, Buffarini Guidi, Farinacci, De Stefani, Alfieri, Marinelli, Rossoni. I sottosegretari agli Esteri e agli Interni, Bastianini e Albini, convocati, non avevano diritto di voto, ma finirono per votare entrambi a favore dell’ordine del giorno Grandi.
A un invito del commesso Navarra tutti si sistemarono ai loro posti, quindi entrò – erano le 17.14 – Mussolini, che non rivolse la parola ad alcuno, e fece appena un cenno quando Scorza intimò il saluto al Duce, e gli altri risposero con il rituale e corale “A noi!” alzando il braccio nel saluto romano. Senza indugi, Mussolini si rivolse ai “camerati che hanno ritenuto fosse loro dovere esporre a me personalmente il loro punto di vista sulla situazione del Paese”; la sua voce era calma, con qualche punta sarcastica, a tratti stanca. Da una cartella traeva documenti che via via citava.
La guerra, ammise il Duce, era in una fase “estremamente critica”, il territorio metropolitano era stato investito, e questo aveva dato fiato agli oppositori, compresi i fascisti imborghesiti che vedevano in pericolo le loro personali posizioni. “In questo momento – riconobbe – io sono l’uomo più detestato, anzi odiato in Italia, il che è perfettamente logico… La verità è che nessuna guerra è popolare all’inizio: lo diventa se va bene, e se va male diventa impopolarissima.” “E’ questo – continuò – il momento di stringere le file, e di assumersi le responsabilità necessarie. Non ho alcuna difficoltà a cambiare uomini, a girare la vite… Nel 1917 furono perdute province del Veneto, ma nessuno parlò di resa, allora si parlò di portare il Governo in Sicilia. Oggi, qualora fosse inevitabile, lo porterò nella valle del Po.” Infine, pose il dilemma: guerra o pace? Capitolazione o resistenza?
Il discorso, durato due ore, era finito. L’autodifesa era stata debole. Dopo alcuni interventi senza rilievo alle 21, mentre il caldo opprimente si stava un po’ attenuando, gli occhi dei gerarchi si volsero a Dino Grandi. Era il turno del conte di Mordano – questo il titolo nobiliare concessogli dal Re – che presentò l’ordine del giorno, e per un’ora lo illustrò, dopo aver professato, a mo’ d’introduzione, la sua fedeltà al Duce. Spiegò che era proprio nell’interesse del Duce di essere alleviato di “una parte del pesante fardello che attualmente pesa solo su di te”.
“Restituiteci Duce – perorò – la nostra vecchia cara indimenticabile camicia nera, senza aquile e galloni e fronzoli” e concluse citando una frase pronunciata nel 1924 da Mussolini stesso: “Periscano tutte le fazioni, anche la nostra, purché si salvi la Patria”.
Grandi sedette. Mussolini, impassibile, diede la parola a Polverelli (ministro del Minculpop), e subito dopo a Galeazzo Ciano. Ancora pallido per una recente malattia, il genero del dittatore cominciò esitante, ma divenne sempre più sicuro a mano a mano che procedeva nel suo intervento, dedicato ai rapporti con i tedeschi, e alla doppiezza di cui essi si erano resi colpevoli nei riguardi dell’Italia. Il tono era deferente verso Mussolini, che tuttavia seguiva il discorso con crescente malumore, roteando gli occhi e stringendo le mascelle. Solo quando Ciano ricordò che la Germania s’era buttata in guerra nel 1939 dopo aver assicurato che non l’avrebbe fatto se non in epoca molto successiva, Mussolini mormorò: “Verissimo”.
La Germania aveva nel Gran Consiglio un difensore a oltranza, Farinacci, che balzò in piedi, massiccio, greve, la voce tonante, e presentò un suo ordine del giorno che alla prima lettura poteva sembrare assai vicino a quello di Grandi. Suggeriva anch’esso di attribuire agli organi dello Stato i compiti istituzionali, e di restituire al Re il Comando supremo, ma aveva la sua chiave in questa frase: il Gran Consiglio “afferma il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere fino all’estremo il sacro suolo della Patria, rimanendo fermi nell’osservanza della alleanza conclusa”.
Passate le 23, il capo di Stato Maggiore della Milizia Galbiati suggerì qualcosa a Scorza che passò un biglietto a Mussolini. “Alcuni camerati, data l’ora tarda e il prolungamento della seduta – disse Mussolini – ne propongono il rinvio a domani.” Grandi insorse: “Per la Carta del lavoro ci tenesti qui sette ore. Adesso che si tratta della salvezza della Patria possiamo rimanere a discutere per tutto il tempo necessario”. Con strana docilità, il Duce accettò l’obbiezione. “Va bene – disse – sospenderemo per mezz’ora.” A passi decisi si avviò verso la Sala del Mappamondo.
I membri del Gran Consiglio si erano trattenuti a bere surrogato, a masticare qualche panino – il buffet era sguarnito perché nessuno aveva previsto la lunghezza della riunione – e a fumare. Grandi aveva lasciato su un tavolo due copie del suo ordine del giorno: lo firmarono De Bono e De Vecchi, e dopo di loro altri, anche Ciano. “No, tu no” tentò di dissuaderlo Grandi, che oltre tutto lo detestava. Ma l’altro firmò ugualmente. La diciannovesima firma fu quella di Alfieri: con Grandi, 20 su 28 presenti.
Trascorsero tre quarti d’ora prima che la discussione riprendesse. In quel momento Mussolini dovette avere la sensazione che fosse possibile domare il pronunciamento, e parlò con efficacia. “Chi chiede la fine della dittatura – osservò – sa di volere la fine del fascismo. Grandi può porre in giuoco l’esistenza del Regime.” Allarmato dall’effetto che Mussolini aveva ottenuto, Grandi si affrettò a respingere il “ricatto sentimentale” implicito nelle sue parole, ma anche a dichiarare che “noi abbiamo sempre inteso di porre la tua persona al di fuori e al di sopra non solo di questa, ma di tutte le discussioni e di tutti gli esami che abbiamo fatto”.
Fu a questo punto che Scorza presentò il suo ordine del giorno che esaltava i combattenti “insieme coi valorosi camerati germanici”, e proclamava la urgente necessità di “attuare quelle riforme e innovazioni nel Governo, nel Comando supremo, nella vita interna del paese le quali… possano rendere vittorioso lo sforzo unitario del popolo italiano”. Lo sviluppo del dibattito aveva fatto capire anche ai più tardi che l’ordine del giorno Grandi era una sfida a Mussolini. Si ebbero così le prime defezioni. Cianetti, ministro delle Corporazioni, espresse delle perplessità, che avrebbe formalizzato l’indomani in una lettera di ritrattazione a Mussolini e che gli salvarono la vita nel processo di Verona. Il presidente del Senato Suardo, che aveva spesso la testa appannata dall’alcool, ritirò la firma già apposta, e propose una fusione tra il testo Grandi e il testo Scorza, idea questa che trovò consenziente Ciano. Se solo si fosse data la briga, in quel frangente, di formulare un suo ordine del giorno, e presentarlo come una sintesi degli altri, Mussolini avrebbe probabilmente ottenuto una maggioranza. Rinunciò a farlo, e alle 2,30 diede inizio alla votazione, cominciando dall’ordine del giorno Grandi. I sì furono 19, i no 8, gli astenuti uno, Suardo. Votare gli altri documenti era ormai superfluo. “Chi porterà al Re questo ordine del giorno?” domandò Mussolini raccogliendo le sue carte. “Tu” rispose Grandi. “Signori – sentenziò Mussolini – … voi avete aperto la crisi del Regime.” Quando Scorza barrì il suo “saluto al Duce” Mussolini troncò secco: “Ve ne dispenso”, e il solo Polverelli non riuscì a frenare il suo flebile “A noi!”.
La notte fu ancora lunga per Grandi, che Acquarone aspettava con ansia accanto a Montecitorio. Per due ore il promotore del pronunciamento fascista mise al corrente il ministro della Real Casa sullo svolgimento della seduta, gli consegnò una copia dell’ordine del giorno con le firme, infine suggerì che il nuovo governo fosse presieduto da Caviglia, e includesse l’industriale Alberto Pirelli come ministro degli Esteri, nonché elementi antifascisti come Alcide De Gasperi e Marcello Soleri. Perché Caviglia e non Badoglio? volle sapere Acquarone. Perché,  spiegò Grandi, Badoglio era un antifascista che aveva accettato onori, cariche, titoli e denari dal fascismo, facendosi complice di Mussolini: ed era il responsabile della guerra perduta. Lasciato Grandi, Acquarone si recò immediatamente a riferire a Vittorio Emanuele III. D’accordo con lui fece preparare il decreto che nominava Badoglio Capo del governo e che, firmato dal Re, fu portato da Ambrosio e Castellano al maresciallo. Questi lo controfirmò.

Se volete approfondire le tappe che portarono alla caduta del fascismo potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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