223 anni fa: il 14 luglio 1789 la popolazione di Parigi insorge e viene assaltata la prigione della Bastiglia, simbolo del potere assolutista del re. Da questa data si fa cominciare la rivoluzione francese

La data d’inizio della rivoluzione francese, il 14 luglio 1789, ha più che altro un valore convenzionale. Quel giorno, un migliaio di parigini – nella confusione generale della città – espugnarono la prigione della Bastiglia, puntando a impossessarsi dei suoi cannoni. Ma per gli insorti, che lanciarono l’attacco dopo un fallito tentativo di mediazione, quell’edificio era anche il simbolo dell’ancien régime, causa prima di tutte le motivazioni del popolo francese: la voglia di giustizia, la fame, la rabbia, una crisi economica senza via di uscita. Gli obiettivi politici (l’abbattimento della monarchia, la democrazia) sarebbero venuti dopo, provocando un terremoto destinato a protrarsi per un decennio.
Quel giorno, però, qualcosa era davvero accaduto per la prima volta. La “madre di tutte le rivoluzioni” segnò il passaggio delle masse da sudditi a cittadini (anche se le donne e i più poveri restarono esclusi dal voto e la schiavitù nelle colonie francesi fu abolita solo nel 1794).
Volendo fare tabula rasa di tutto il passato, gli uomini che presero la guida della rivoluzione puntarono da subito, insieme a una nuova forma di Stato, a costruire anche una nuova mentalità comune. Non fu solo una rivoluzione politica, ma anche culturale, per la quale si usò, rivolgendosi alle masse popolari, una efficace propaganda, ricorrendo a ogni mezzo di persuasione, dai più violenti fino a quelli più pittoreschi.
Propaganda. La stampa (anche quella clandestina) fu un potente alleato. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 26 agosto 1789 sancì per tutti il pieno diritto di “parlare, scrivere, stampare liberamente” incoraggiando in tal modo una diffusione dei giornali (nati circa un secolo prima) senza precedenti. Nell’arco di pochi mesi videro la luce nella sola Parigi circa 250 nuove testate. Ma alcuni fogli, come le Moniteur universel, riuscirono a mantenere una certa autonomia dal nuovo potere politico, in generale buona parte della stampa finì per diventare quasi organi di partito, non destinati a formare un’opinione pubblica critica, bensì a indurre all’azione secondo la linea delle fazioni di riferimento.
Istigatori. Tra i giornali più radicali c’era Le père Duchesne (fondato da Jacques Hébert nel settembre 1790, raggiunse fino a 200 mila lettori) e L’ami du peuple, uscito per la prima volta il 12 settembre 1789, interamente curato da Jean-Paul Marat, medico e scienziato svizzero convertito alla causa della rivoluzione. Nel dicembre del 1790 Marat prese a sostenere la necessità di far cadere alcune centinaia, se non migliaia, di teste dei “nemici del popolo“. Esaltava i frequenti tumulti popolari, chiamandoli “effervescenze momentanee che agghiacciano di terrore i nostri nemici“. E sempre attraverso il suo giornale Marat, dopo il fallito tentativo di fuga della famiglia reale a Varennes (giugno 1791), invocò una dittatura che provvedesse a condannare a morte tutti coloro che avevano  aiutato il sovrano (due anni dopo, il Comitato di salute pubblica metterà in pratica il suo suggerimento). Queste campagne di stampa si rivolsero prima contro i nemici interni e contro le potenze straniere che tentarono di rimettere sul trono Luigi XVI. Poi passarono a chiedere l’uso della forza contro il complotto internazionale controrivoluzionario: un copione che si ripeterà, per esempio, nella Russia del 1917.
Rivoluzione a fumetti. Insieme agli articoli incendiari (che non tutti leggevano, dato l’analfabetismo diffuso) si moltiplicarono le immagini-simbolo dell’insurrezione: la picca, su cui era stata infilata la testa mozzata del comandante della Bastiglia, divenne l’emblema dei sanculotti (i miliziani della rivoluzione); la lanterna evocava i lampioni di Parigi a cui erano stati impiccati gli aristocratici; il correggiato (il bastone contadino) era segno della punizione che non avrebbe risparmiato nobili, accaparratori e preti che si rifiutavano di giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana.
Sottosopra. Il nuovo mondo stava nascendo all’insegna del rovesciamento dei ruoli e della rivincita sul passato. Così, una delle immagini più popolari divenne quella del “tempo andato” (un contadino gravato dal peso del nobile e del prete a cavalcioni sulla sua schiena) e del “tempo presente” (un contadino che cavalca allegramente una bestia a quattro zampe che è un incrocio di un abate e un aristocratico). “Bisogna rimpicciolire i giganti, e ingrandire i piccoli, tutti alla stessa altezza, ecco la felicità” recitava il canto rivoluzionario La Carmagnole; “Chi s’innalza sarà abbassato” faceva eco una strofa del Ça ira, altro inno dell’89.
L’idea del “livellamento” delle diseguaglianze trovò il suo simbolo più forte nell’esecuzione capitale di Luigi XVI, il 21 gennaio 1793 (seguita a ottobre da quella dell’odiatissima regina Maria Antonietta). “Siamo finalmente approdati all’isola della Libertà, e abbiamo bruciato il vascello che ci ha portato fin qui” scrisse in quei giorni il deputato Cambon. Dopo la condanna a morte del re, la rottura tra i più moderati girondini (chiamati così perché erano in gran parte deputati originari della regione della Gironda) da una parte e i giacobini (dal convento dei Giacobini dove ebbero la loro sede) guidati da Robespierre dall’altra degenerò in scontro aperto: la vittoria di Robespierre fu seguita dal primo arresto di massa tra i rivoluzionari.
Fantasia di nomi. In questa seconda più drammatica fase della rivoluzione, con il potere quasi tutto nelle mani del Comitato di salute pubblica e di Robespierre, la “rivoluzione culturale” accelerò. L’operazione più vistosa fu la “ristrutturazione del tempo”, ovvero l’invenzione di un nuovo calendario. Fu stabilito che il giorno di inizio dell’anno primo fosse il 22 settembre 1792, data di proclamazione della Repubblica; alla settimana subentrò il “decadì” (basato sul sistema metrico decimale, giudicato il più razionale); i mesi, suddivisi in tre decadi di 10 giorni (chiamati primdi, duodi, tridi, quartidi…) assunsero nuovi nomi (Vendemmiaio, Fiorile, Messidoro, Brumaio, Ventoso…) in omaggio ai ritmi della natura e ai lavori agricoli. Ogni giornata era composta di 10 ore e ogni ora era divisa in decimi e in centesimi. Un’ora repubblicana corrispondeva dunque a 2 ore e 24 minuti vecchi. Entrato in vigore il 5 ottobre 1793, e abbandonato ufficialmente il 1° gennaio 1806, il calendario rivoluzionario fu praticato ben poco nella vita quotidiana delle città, e ancor meno nelle campagne. Ma l’idea di contare gli anni a partire da quello della nascita del nuovo regime fu ripresa da molti. Per esempio, da Mussolini, che fece contare gli anni dall’inizio dell'”era fascista”.
Ugualmente radicali, ma più effimeri, furono gli effetti della tabula rasa sul territorio. Dopo la rivoluzione furono soppressi e sostituiti i nomi delle città e dei paesi che si riferivano a santi, re e nobili. Stesso destino per piazze e vie delle città. Gli antichi la chiamavano damnatio memoriae: la cancellazione da iscrizioni e monumenti dei nomi di re e potenti caduti in disgrazia. Ma i rivolgimenti più vistosi riguardarono le feste pubbliche.
Riti collettivi. Il 14 luglio 1790, primo anniversario della presa della Bastiglia, venne celebrata a Parigi, nel Campo di Marte, la Festa della federazione. In un mix di rito cristiano e festa laica, davanti a una folla di oltre 300 mila persone sfilò una processione di 50 mila uomini armati, 300 preti celebrarono sull’altare della patria una messa solenne, e anche il re prestò giuramento di fedeltà alla nazione. Al di là del gigantismo, quella festa aveva una straordinaria carica simbolica: fu la prima festa civile in cui tutto il popolo francese festeggiava se stesso. In provincia, identiche liturgie si svolsero in contemporanea con l’evento parigino.
In quella circostanza e in molte altre – compresa la Festa dell’Essere Supremo istituita da Robespierre poche settimane prima di finire sulla ghigliottina, il 28 luglio 1794 – le cerimonie promosse dalle nuove istituzioni non erano mero folklore. Avevano una funzione precisa: rendere accessibili a tutti i valori della rivoluzione. Si diffusero feste popolari come il corteo dell'”asino mitrato”, sfilate mascherate nelle quali gli animali, bardati con abiti sacerdotali, trascinavano carri dove erano stati ammassati alla rinfusa i simboli del feudalesimo, dell’aristocrazia e della superstizione. Queste dissacranti feste anticlericali si concludevano con un rogo simile a quello del fantoccio di Carnevale.
L’antica tradizione popolare (di derivazione medioevale e pagana) e la nuova liturgia rivoluzionaria si fusero nella festa dell’Albero della Libertà. Alberi veri o pali, decorati col tricolore (sintesi cromatica del motto Liberté, Egalité, Fraternité), si cominciarono a piantare nella regione del Périgord a partire dal gennaio 1790. La pratica si diffuse presto in tutta la Francia e fu esportata in Europa con l’avanzata dell’esercito napoleonico.
Nuovi dèi. Fu però il culto della Ragione il tentativo più estremo (e paradossale) di sostituire i “superstiziosi cerimoniali religiosi” con riti laici. Nella rappresentazione pubblica del Trionfo della Ragione su diciotto secoli di pregiudizio, l’incarnazione della Ragione, vittoriosa sul fanatismo, era affidata a una donna che, rimanendo a seno nudo, con la propria luce metteva in fuga le ombre dell’oscurantismo.
La prima Festa della Ragione fu celebrata nella cattedrale di Notre-Dame nel 1793. Il Pantheon, consacrato alla patrona di Parigi Sainte Geneviève, fu invece trasformato in mausoleo degli eroi laici. Vi furono traslate le ceneri dei filosofi Voltaire e Rousseau e dei “martiri” (altro termine preso a prestito dalla religione) Marat e Louis-Michel Lepeletier, il primo pugnalato nel suo bagno dalla girondina Charlotte Corday, l’altro – un marchese – ucciso da un’ex guardia del corpo di Luigi XVI dopo aver votato per la condanna a morte del sovrano. Allo stesso modo, nell’Unione Sovietica del XX secolo, molte chiese divennero musei della rivoluzione (e altre piscine).
Escalation. Il clima festoso non servì però a sedare gli animi dei rivoluzionari più accesi. “Tutto deve essere concesso a coloro che vanno nella direzione della rivoluzione“: la violenza, giustificata così dal giovane tribuno Saint-Just (detto “L’arcangelo del Terrore”), accompagnò l’intera parabola rivoluzionaria.
Prima, i tumulti di strada servirono a influenzare le decisioni degli organi istituzionali: il 10 agosto 1792 l’assalto al palazzo reale delle Tuileries indusse a sciogliere l’Assemblea legislativa, mentre a settembre l’attacco della folla alle prigioni parigine della Force e dell’Abbaye, con l’esecuzione sommaria di 1.500 persone fra cui centinaia di preti (in seguito proclamati beati dalla Chiesa), accelerò l’abolizione formale della monarchia.
Poi, la violenza divenne uno strumento di lotta politica: dal 1792 al 1794 furono condannati alla ghigliottina come nemici della rivoluzione molti di quelli che l’avevano guidata: i girondini, i seguaci di Danton e infine il leader dei giacobini Robespierre.
Madame Guillotine. E pensare che la ghigliottina, invenzione del medico Joseph-Ignace Guillotin, era figlia del pensiero filantropico dell’Illuminismo: assicurava alla vittima una fine rapida, al contrario delle torture inflitte al condannato nell’epoca del dispotismo assolutista. Questa macchina di morte fu esaltata soprattutto dai giacobini, come strumento essenziale per la salvezza della rivoluzione. Si stima che furono 50 mila (lo 0,2 per cento della popolazione francese) le persone mandate alla ghigliottina dai tribunali rivoluzionari. “Il deputato Guillotin, in medicina molto esperto e astuto, costruì un aggeggio per purgare il corpo della Francia” si cantava per le strade di Parigi mentre lo strumento di morte lavorava a pieno ritmo. Anche questa fase della rivoluzione sarà destinata a tornare, sotto forma di epurazioni, dalla Russia alla Cina.
Nel 1797 la ghigliottina toccò ai seguaci di Babeuf, fedeli a un’applicazione radicale dei principi di uguaglianza, per ordine del Direttorio. La rivoluzione era diventata reazione, l’impero di Napoleone era alle porte e al Congresso di Vienna (autunno del 1814) e alla Restaurazione mancavano 17 Vendemmiai.

Se volete approfondire l’epoca della Rivoluzione Francese potete farlo sfogliando le pagine 38-45 del n. 35 di Focus Storia o consultando l’ampio numero di volumi ad essa dedicati nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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4 risposte a 223 anni fa: il 14 luglio 1789 la popolazione di Parigi insorge e viene assaltata la prigione della Bastiglia, simbolo del potere assolutista del re. Da questa data si fa cominciare la rivoluzione francese

  1. Quattrofili ha detto:

    Grazie per questo bellissimo articolo.
    Lavorando in Francia leggerlo oggi lo rende per me ancora più speciale.

    Felicissimo di leggerti.

    Ciao e buona giornata

    • anticafrontierabb ha detto:

      Sono stato a Parigi 6-7 volte e in molti altri posti della Francia, che praticamente considero la mia seconda patria avendo una vera e propria passione per la storia napoleonica. Spero che un giorno ci si possa incontrare in un qualsiasi luogo della Gallia Cisalpina o di quella Transalpina. Grazie e buona giornata anche a te.

      • Quattrofili ha detto:

        Bé, io sto a Lille. In Italia invece sono di Bologna.

        Nelle mie passeggiate storiche qui uno dei miei luoghi preferiti è Bouvines, luogo dell’omonima battaglia e villaggio molto tipico dove consiglio prendere un caffé.

      • anticafrontierabb ha detto:

        Magari! Negli ultimi anni ho visitato diversi campi di battaglia (come avrai intuito la strategia militare è un’altra mia passione), da Waterloo a Omaha Beach, da Canne al Trasimeno, ma Bouvines, dove Ottone IV le buscò sonoramente da Filippo II, mi manca. Sai che sono anch’io di Bologna? Ci ho vissuto 40 anni, poi mi sono trasferito sull’Appennino, precisamente a Monghidoro, dove con mia moglie ho creato un bed & breakfast, di cui peraltro il blog è una costola. Puoi farti un’idea più precisa dal sito http://www.anticafrontiera.it e quando sarai di nuovo dalle mie parti mi farebbe molto piacere se venissi a trovarmi. Ciao e vive la révolution!

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