72 anni fa: il 10 luglio 1940 la Luftwaffe inizia a colpire i convogli britannici nella Manica dando il via alla battaglia d’Inghilterra

Gli inglesi credono all’invasione e Churchill si impegna a prevenirla. “La battaglia di Francia è finita, comincia la battaglia d’Inghilterra.” I suoi discorsi sono qualche volta triviali (“Vi attendiamo, e vi attendono anche i pesci!”), qualche volta epici (“Noi combatteremo sulle nostre spiagge, sulle nostre colline, combatteremo nei nostri villaggi e nelle nostre città, e non ci arrenderemo mai.”) Il suo tema è sempre lo stesso: la Germania avrà vinto la guerra soltanto dopo aver piegato l’Inghilterra, e a questo non arriverà mai. Il suo scopo è di preparare il popolo inglese per le prove che lo attendono. La sua speranza: che l’America non resterà neutrale quando il mare della sua democrazia e la culla della sua civiltà saranno attaccati dalla barbarie nazista. Guardando il cielo puro di luglio, arriva a desiderare che si riempia di croci nere e che il crollo di Canterbury, di Oxford, di Westminster rechi un segnale d’allarme irresistibile fino agli Stati Uniti. Scrive ogni giorno a Roosevelt, chiede disperatamente armi, accetta in regalo 900 vecchi pezzi da 75 francesi della prima guerra mondiale, sollecita il prestito di 50 vecchi cacciatorpediniere. L’America è la stella verso la quale, durante la lunga lotta solitaria, il pensiero di Churchill non cesserà mai di orientarsi.
Lui stesso si mette a servizio. A Saint James Park, sotto il palazzo d’angolo di Storey’s Gate, è stato previsto un rifugio per il primo ministro. Winston lo visita, lo trova tetro, ordina di ingrandirlo, di riammobiliarlo, di corredarlo di un bar con liquori, e completarlo con un appartamento per lui e la moglie. “Non ne uscirò che vincitore, o, se Hitler vince, coi piedi avanti.” Poi fa affiggere un cartello con le parole pronunciate dalla regina Vittoria durante i rovesci della guerra boera.

Desidererei si capisse che non vi è pessimismo in questa casa; non prendiamo in considerazione possibilità di disfatta: non ne esistono.

Accettando il pericolo, Churchill non accetta la mancanza di comfort. Egli continuerà, nei suoi battle apartments, la vita pingue, il consumo di sigari contrassegnati dalle sue cifre, i pasti generosamente annaffiati, il lavoro a letto nella vestaglia scarlatta e oro. Però è sempre pronto a ispezionare un luogo pericoloso, a salire in aeroplano nel cielo infestato di nemici, a sfidare i pericoli fisici della guerra che la maggior parte di condottieri fugge vergognosamente.
E’ senza incrinature la risolutezza britannica? Problema difficile. Poiché gli avvenimenti hanno avuto l’esito che sappiamo, i fiori del disfattismo non hanno potuto sbocciare e, d’altronde, nessuno si è levato, a cose fatte, per rivendicarne i boccioli appassiti. Sappiamo tuttavia che esistettero nell’aristocrazia, nella più grande banca d’Inghilterra, nei grandi affari, nella Chiesa d’Inghilterra, spiriti realisti portati a inchinarsi dinanzi all’inevitabile e a concludere almeno una nuova pace di Amiens, una tregua di ricupero, col nuovo Boney sorto dal pericoloso continente.
Sappiamo anche che, nelle isole anglo-normanne, unico territorio britannico conquistato dalla Wehrmacht, l’invasore non è stato accolto dalla guerriglia disperata raccomandata da Churchill ai francesi, ma, al contrario, con riguardo. Anche Churchill non si fa troppe illusioni. Si inorgoglisce perché il problema di una pace di compromesso non è mai stato contemplato dal suo Governo, ma, al suo ambasciatore a Washington, lord Lothian, così scrive: “Non cessate mai di imprimere nello spirito del Presidente che, se questo paese sarà invaso e occupato, vi si costituirà un governo Quisling per concludere la pace riducendo l’Inghilterra alla condizione di un protettorato tedesco”. Contro il pericolo di un venir meno delle élites, si appoggia sull’orgoglio insulare delle masse, a quel cemento di invincibilità che una lunga storia ha colato nelle vene del popolo inglese.
Esagera la sua fiducia per diffonderla. Ma sa meglio di chiunque altro che poche migliaia di paracadutisti, lanciati sugli aeroporti ad aprire la strada all’invasione, potrebbero creare in Inghilterra condizioni analoghe a quelle che, in poche ore, hanno generato la confusione nella difesa olandese e, in qualche giorno, la capitolazione dell’Olanda. Ogni mattina trascorsa senza notizie di sbarchi, costituisce un rinvio benedetto.
Mentre Churchill si meraviglia della tregua accordatagli, Hitler comincia ad intuire di che qualità sia il realismo britannico. Se l’Inghilterra non si deciderà a chiedere la pace egli dovrà costringervela con le armi. E’ una situazione nuova e imprevista. Ci si è rifiutati lungamente di ammettere che Hitler possa essere giunto fino a Calais senza aver previsto l’invasione dell’Inghilterra. Questa inverosimiglianza è tuttavia vera. L’uomo aveva tratto dalla sua immaginazione i progetti più stravaganti, ivi compreso quello di una nuova guerra di Secessione con le popolazioni americane di origine tedesca. Ma non aveva mai pensato che i suoi soldati avrebbero potuto mettere piede sulle spiagge del Kent, a 30 chilometri da Calais! Non aveva assolutamente preparato nulla per ottenerlo.

Se volete ripercorrere i giorni che videro l’Inghilterra resistere vittoriosamente al tentativo di invasione della Germania nazista potete farlo sfogliando il 1° volume de La seconda guerra mondiale di Raymond Cartier nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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