119 anni fa: il 6 luglio 1893 muore a Parigi lo scrittore, drammaturgo, reporter di viaggio, saggista e poeta francese Guy de Maupassant

Quando la cassiera gli ebbe dato il resto dei cinque franchi, Georges Duroy uscì dal ristorante. Siccome aveva un bel portamento, sia per natura, sia per posa di ex sottufficiale, si impettì, si arricciò i baffi con un gesto militaresco abituale, e lanciò su quelli che stavano a tavola uno sguardo rapido e circolare, uno di quegli sguardi da bel giovane, che si stendono intorno come una rete nell’acqua.
Le donne si erano voltate dalla sua parte, tre modeste operaie, una maestra di musica di mezza età, mal pettinata, trascurata, con un cappello sempre polveroso e coi vestiti sempre di traverso, e due borghesucce coi loro mariti, clienti abituali di quella trattoria a prezzo fisso.
Quando fu sul marciapiede, rimase un istante immobile domandandosi che cosa poteva fare. Era il 28 giugno, e in tasca gli restavano esattamente tre franchi e quaranta per arrivare alla fine del mese. Il che voleva dire due colazioni senza cena, o due cene senza colazione, a scelta. Calcolò che il pasto della mattina costava ventidue soldi, e quello della sera trenta; perciò contentandosi della colazione, gli restavano in più un franco e venti, che rappresentavano altri due pasti con pane e salsiccia, più due boccali di birra sul boulevard. Era quella la sua spesa maggiore, e il suo maggior piacere notturno: e cominciò a scendere rue Notre-Dame-de-Lorette.
Camminava come al tempo in cui indossava la divisa di ussaro, il petto in fuori, le gambe un po’ divaricate come se fosse appena sceso da cavallo; e andava avanti brutalmente nella strada piena di gente, spingendo e urtando i passanti per non scostarsi. Teneva leggermente inclinata su un orecchio la tuba piuttosto sciupata, e batteva i tacchi sul marciapiede. Sembrava sempre sfidare qualcuno, i passanti, le case, la città intera, per un capriccio di bel soldato decaduto a borghese.
Sebbene indossasse un vestito da sessanta franchi, vi era in lui una certa eleganza; vistosa, un po’ volgare, ma c’era. Alto, ben fatto, biondo, di un biondo castano vagamente fulvo, coi baffi ritti, che sembrava gli spumeggiassero sulle labbra, gli occhi azzurri, chiari, bucati da una piccolissima pupilla, i capelli naturalmente ricciuti e divisi nel mezzo, somigliava perfettamente al cattivo soggetto dei romanzi popolari.
Era una di quelle sere d’estate in cui a Parigi manca l’aria. La città, calda come una stufa, pareva sudasse nella notte soffocante. Le fogne esalavano dalle bocche di granito aria pestilenziale, e dalle basse finestre le cucine sotterranee rovesciavano nella strada miasmi infami di rigovernatura e salse rancide.
I portieri, in maniche di camicia, a cavalcioni sulla sedia di paglia, fumavano la pipa sulla soglia dei portoni, e i passanti si muovevano fiaccamente, a testa scoperta, col cappello in mano.
Quando Georges Duroy arrivò sul boulevard, si fermò di nuovo, incerto su quello che doveva fare. In quel momento aveva voglia di arrivare fino ai Champs-Elysées e al viale del Bois de Boulogne per trovare un po’ d’aria fresca sotto gli alberi; ma lo tormentava anche un desiderio, quello di un’avventura amorosa.
Come gli si sarebbe offerta? Non lo immaginava, ma l’aspettava da tre mesi, tutti i giorni, tutte le sere. Qualche volta, grazie al bel viso e alla figura elegante, carpiva qua e là un po’ d’amore, ma sperava sempre in qualcosa di più e di meglio.
A tasche vuote, e col sangue bollente, si sentiva eccitare passando vicino alle passeggiatrici che agli angoli delle strade mormoravano: “Volete venir con me, bel giovanotto?”; ma non osava seguirle, perché non le poteva pagare; d’altronde, aspettava qualche altra cosa, altri baci meno volgari.
Gli piacevano, però, i luoghi brulicanti di ragazze pubbliche, i loro balli, i loro caffè, le loro strade: gli piaceva sfiorarle, parlare con loro, dar loro del tu, aspirarne i profumi violenti, sentirsele vicino. Erano donne, infine, donne d’amore. Non le disprezzava col disprezzo innato negli uomini di famiglia.
Svoltò verso la Madeleine e seguì il flusso della folla che camminava oppressa dal caldo. I grandi caffè, pieni di gente, traboccavano sul marciapiede, mettendo così in mostra, sotto la luce vivida e cruda delle vetrine illuminate, la clientela dei bevitori. Sedevano davanti a tavolini rotondi o quadrati dove erano posati i bicchieri pieni di liquidi rossi, gialli, verdi, bruni, di tutte le sfumature; e dentro le brocche si vedevano brillare i cubi del ghiaccio, grossi e trasparenti, che mantenevano fresca la bell’acqua limpida.
Duroy aveva rallentato il passo, il desiderio di bere gli seccava la gola.
Lo aveva preso una sete calda, sete da sera estiva, ed egli pensava alla deliziosa sensazione delle bevande fredde che colano in bocca. Ma se nella serata avesse bevuto soltanto due boccali di birra, addio magra cena del giorno dopo, e conosceva troppo bene le ore affamate della fine del mese.

Questo è l’incipit del secondo romanzo realista di Guy de Maupassant Bel Ami, pubblicato per la prima volta nel 1885 a puntate sulla rivista “Gil Blas“. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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