2229 anni fa: il 24 giugno 217 a.C., nella battaglia del Lago Trasimeno, Annibale distrugge l’esercito Romano comandato dal console Gaio Flaminio

Arrivava la primavera, e Annibale era invaso dalla smania di andare avanti, sempre avanti verso Roma, anche perchè diffidava degli insubri e dei boi. Temeva attentati, perciò mascherava continuamente la sua figura per non essere riconosciuto. Aveva fretta. Marciava con gagliardia verso e oltre gli Appennini. Li aveva valicati al passo di Collina ed era entrato in Etruria. Andava ancora avanti spavaldo ed entusiasta. Eppure, a causa di un’infezione, non vedeva più dall’occhio destro, e per alcune settimane fu costretto a usare una lettiga. Aveva contratto l’infezione nelle paludi che si erano formate per il dilagare dell’Arno. Aver perso la vista da un occhio lo contrariava ma non lo scoraggiava.
Fra i tanti elefanti, aveva potuto salvarne uno, sul cui dorso penetrava nel cuore della penisola. Con una nuova abile manovra, colse alle spalle Caio Flaminio che in quel 217 era stato eletto console democratico per la seconda volta in seguito a una protesta della plebe che non condivideva come il Senato e la nobiltà conducevano la guerra contro l’invasore punico. Flaminio si muoveva con il favore del popolo che gli era grato per aver imposto una legge agraria con cui, assegnando nuove terre, si risollevavano le sorti di molti cittadini ridotti in miseria dall’avidità degli usurai.
Bisognava porre un freno all’avanzata punica. Perciò, mentre il console Caio Flaminio si predisponeva ad attestarsi intorno ad Arezzo, il collega Gneo Servilio Gemino prendeva le difese ad Ariminum. Lo scontro tra Annibale e Flaminio si ebbe intorno al lago Trasimeno sempre nel 217, in giugno, ancora una volta per iniziativa del generale punico che, con un agguato, aveva incapsulato il nemico in una strettoia collinare per altro chiusa dalle sponde nebbiose del lago. Il generoso Flaminio cadeva, colpito a morte dalla lancia di un cavaliere insubro, e di lui rimaneva il ricordo della meravigliosa via Flaminia. Anche l’esercito di Servilio, che arrivava con ritardo, fu sconfitto. A tutto ciò si aggiungeva un fragoroso terremoto che scosse l’Umbria e ne deviò i fiumi.
Nell’immane e disastrosa battaglia del Trasimeno avevano perso la vita quindicimila soldati romani, e altri dodicimila si erano dati alla fuga facendo perdere di loro ogni traccia. Ci fu l’annuncio drammatico del pretore nel Foro: “Siamo stati sconfitti in una grande battaglia”. Sul campo dello scontro si alzava ancora la polvere, e forte era il lezzo dei morti. La notizia di un evento così disastroso gettò più che mai Roma nella costernazione, sebbene anche al comune plebeo cominciasse a essere chiaro come Annibale facesse leva su una formidabile arma propagandistica per attrarre a sé le popolazioni delle terre da lui invase. Concedeva a tutte la libertà, dicendo che le liberava dalla schiavitù romana. Dichiarava che il suo vero scopo non era di combattere contro gli italici, ma di liberarli da Roma, la vergognosa capitale della prepotenza, della violenza e dell’usura. Faceva male i suoi conti, sulla base di errate informazioni che gli descrivevano debole il sistema di alleanze creato da Roma nella penisola.

Se volete potete approfondire le imprese militari di Annibale e le sue grandiose vittorie durante la Seconda guerra punica leggendo il libro di Antonio Spinosa La grande storia di Roma nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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