94 anni fa: il 19 giugno 1918 muore a Nervesa della Battaglia l’asso italiano della prima guerra mondiale Francesco Baracca

E’ l’alba del 7 aprile 1916. A 3 mila metri di altezza, non lontano da Gorizia, un piccolo velivolo italiano insegue un Brandenburg austriaco. I due aerei danzano in cielo, giocano a nascondino fra le nuvole, si incrociano in “uno spettacolo di luci meraviglioso“. Il duello di sguardi e manovre dura qualche minuto. Poi il velivolo italiano, un Nieuport con la fusoliera in legno e un motore da 80 cavalli, riesce a piazzarsi in coda al nemico: 45 colpi di mitragliatrice e, tra le urla di gioia del vincitore, il Brandenburg precipita. Il pilota del Nieuport, un ufficiale di cavalleria di 28 anni, è Francesco Baracca: l’abbattimento del biplano da ricognizione, raccontato dal militare in una delle tante lettere alla madre, è il primo successo nella storia della nostra aeronautica.
Signorile. Sceso a terra per accertarsi delle sorti dell’avversario, Baracca scoprì che il pilota del Brandenburg era “per miracolo” scampato alla morte: “L’apparecchio era tutto intriso di sangue coagulato” scriverà “e dava una triste impressione della guerra. Ho parlato a lungo col pilota austriaco, stringendogli la mano e facendogli coraggio, poiché era molto avvilito“. Basterebbero queste poche immagini per spiegare il mito del più celebre aviatore italiano di tutti i tempi, l’asso dell’aria che scelse il cavallino rampante nero come proprio emblema. Nato a Lugo di Romagna (RA) nel 1888, figlio di una contessa e di un ricco uomo d’affari, Baracca frequentò l’Accademia militare di Modena e nel 1910 fu assegnato al reggimento di cavalleria Piemonte Reale, di stanza nella capitale. Fantino eccellente (partecipò a diverse competizioni ippiche), affascinante, di idee laiche e patriottiche, ebbe grande fama fra le dame della nobiltà romana. Nel 1912 chiese di entrare in aviazione, la nuova arma schierata durante la campagna di Libia. Seguì un corso di pilotaggio in Francia e in una manciata di mesi ottenne il brevetto: il battesimo dell’aria, a bordo di un Henriot, fu per Francesco “un magnifico sogno a occhi aperti“. Annotò: “E’ una cosa piacevolissima guardare giù, mi sono assicurato di non soffrire affatto di capogiri“.
Pionieri. L’aviazione era agli esordi:  i velivoli (di legno e tela) erano malfermi, i motori riuscivano a stento a tenerli in quota (toccavano appena i 150 km/h), l’autonomia era scarsa (un paio d’ore di volo), le mitragliette si inceppavano spesso. Ma Baracca domava gli aerei come fossero cavalli. Scrisse un giorno: “A 1.100 metri […] d’un tratto mi sento i comandi molli. L’apparecchio piega a sinistra, cade, si avvita nell’aria e gira su se stesso cadendo. Ho pensato che i comandi fossero rotti: era finita, ho guardato quanto v’era ancora prima di arrivare a terra. Ma dolcemente sento di nuovo in mano il timone, l’apparecchio si equilibra, scendo con tutte le precauzioni. […] Dovevo essere ben pallido“.
Allo scoppio del conflitto Baracca fu trasferito sul fronte orientale e il 25 agosto 1915 effettuò la sua prima missione di guerra: con un Nieuport disarmato (l’aviatore aveva con sé un soldato col fucile) si alzò in volo per intercettare un apparecchio nemico. Ma, distratto dalla caccia, entrò in vite. Per il primo trionfo dovette aspettare l’aprile del ’16. E da quella volta fu un crescendo rossiniano.
“Rispetto alla guerra di trincea, che era anonima e labirintica, nella guerra aerea il pilota poteva controllare il territorio” dice lo storico Antonio Gibelli dell’Università di Genova “e vedere dall’alto un mondo che agli altri pareva confuso. Baracca sentiva e interpretava alla perfezione questo senso di dominio, ci teneva a costruire il proprio mito, interveniva sulla stampa e si preoccupava di come l’opinione pubblica parlava dei suoi duelli”.
Intraprendente, entusiasta, ebbe la meglio in 34 o forse 36 combattimenti. Nel ’17 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare: “campione indiscusso di abilità e coraggio, sublime affermazione delle virtù italiane di slancio e di audacia“. Poi, il 19 giugno 1918, la morte (ancora avvolta nel mistero). Francesco, fu la versione ufficiale, venne ucciso da un colpo di fucile sparato dal Montello (TV) mentre stava mitragliando i nemici a bassa quota, o forse fu abbattuto da un Phoenix austriaco. Secondo altre ipotesi, potrebbe essersi suicidato per non cadere prigioniero, o essere morto per gli effetti di un incendio a bordo.
Dai cieli alla F1. Ma la storia dell’eroe dell’aria non era finita. Nel 1923 Enzo Ferrari conobbe i genitori dell’aviatore e la madre, la contessa Paolini, propose al pilota di mettere il cavallino rampante che era stato l’emblema del figlio sulle sue auto. “Vedrà” disse la donna a Ferrari “le porterà fortuna“.

Se volete approfondire le imprese del barone tricolore potete farlo sfogliando le pagine 53-55 del n. 14 di Focus Storia nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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