197 anni fa: il 18 giugno 1815 la battaglia di Waterloo porta all’abdicazione di Napoleone Bonaparte dal trono di Francia per la seconda volta

Nessuna battaglia ha attirato l’attenzione dei militari e degli storici o ha suscitato l’interesse e la curiosità popolari più di Waterloo. Eppure nella lunga storia della civiltà occidentale le battaglie di Zama (202 a.C.) e di Poitiers (732 d.C.) sono state altrettanto importanti e quella di Gettysburg (1863) ha esercitato enorme richiamo su storici e scrittori.
Il perenne fascino di Waterloo è dovuto probabilmente a parecchi fattori concomitanti. Fu una lotta fra titani, dotati di differenti qualità militari e di diverso talento – il genio strategico e il carisma di Napoleone contrapposti all’abilità tattica e alla tenacia di Wellington, e alla lealtà e alla combattività di Blücher. Inoltre, la battaglia segna la fine di un’epoca nella storia europea, e perciò acquista ancora maggior fascino. Winston Churchill definì una volta le battaglie come “segni di interpunzione sulle pagine della storia”, e pochi grandi eventi hanno portato a risultati più significativi: la consacrazione della Gran Bretagna e della Prussia come leaders prestigiosi dell’Europa, l’eclisse militare della Francia, la temporanea stasi nel progresso del liberalismo in tutto il continente, un serio tentativo (purtroppo sfortunato) da parte delle potenze europee di trovare, nel Congresso di Vienna, il modo per evitare in futuro il ricorso alla guerra come mezzo per risolvere i problemi internazionali… tutti avvenimenti che, con le loro conseguenze politiche e sociali, avrebbero caratterizzato la storia europea per quasi mezzo secolo. A proposito di Waterloo, infine, si può sottolineare come gli episodi essenziali della vicenda si siano svolti in quattro giorni, dal 15 al 18 giugno 1815. Straordinari e terribili eventi si concentrarono in un periodo così breve: non meno di quattro scontri violentissimi, cinque grossi errori di valutazione, due “decisioni fortuite” che influirono moltissimo sull’esito finale della battaglia, alcuni sconvolgenti colpi di fortuna nel corso dei combattimenti e una spaventosa emorragia di vite umane, 115.000 caduti in quattro giorni. Il risultato fu altrettanto drammatico – la disfatta di un impero, la completa eclissi del più grande condottiero della storia moderna – e tutto nel pomeriggio di una domenica.
Poche vicende storiche sono state finora tanto controverse e soggette a interpretazioni così divergenti. L’inevitabile contrasto tra i fatti e le fantasie romanzesche, fra realtà e mito, persiste fin da quei giorni di giugno del 1815 e il fatto che la battaglia, come evento storico, sia stata esaminata da almeno tre punti di vista diversi, tutti influenzati da orgoglio nazionalista, ha certo contribuito a renderla ancora più complessa. I francesi considerano di solito la sconfitta di Napoleone con incredulità e ancor oggi a chi visita la zona di Waterloo, a sud di Bruxelles, in Belgio, può capitare di avere qualche dubbio sull’esito finale della grande battaglia, tanto è forte la suggestione del mito napoleonico. Del resto lo stesso Napoleone commentò più tardi: “Tutto fallì proprio quando ogni cosa stava andando per il meglio”. Perciò i francesi considerano spesso la disastrosa sconfitta come un evento storico sfortunato, un ingiusto destino. In Inghilterra, parecchi storici esagerano il ruolo britannico nella campagna e nella battaglia; belgi, olandesi e soldati di Hannover – che costituivano quasi i due terzi delle forze effettive della coalizione antinapoleonica – spesso non vengono neppure ricordati, e l’intervento dei prussiani è ritenuto di scarsa importanza. D’altra parte i tedeschi rappresentano talvolta l’esercito prussiano come l’unico che abbia sostenuto il peso dell’intera campagna, e accusano Wellington di non essere andato in aiuto di Blücher a Ligny, il 16 giugno, in evidente contrasto con la lealtà dimostrata dai prussiani due giorni dopo verso la causa comune.
L’assoluta obiettività è difficile da conseguire, forse quasi impossibile, ma si può giungere a una ricostruzione equilibrata dei fatti – che ignori tutte le interpretazioni estremiste.
Naturalmente chi vuole esaminare con rigore storico un evento complesso come una battaglia importante, deve affrontare enormi difficoltà. Come scrisse Wellington a un cronista contemporaneo, John Croker, l’8 agosto 1815: “… Lo scopo che vi proponete è difficile da conseguire e, se anche raggiunto, di scarsa soddisfazione. La storia di una battaglia non è dissimile da quella di un ballo. Qualcuno può ricordare tutti i piccoli episodi il cui risultato finale è la vittoria o la sconfitta; ma nessuno può ricordare la successione degli eventi o i momenti esatti in cui essi accaddero, e proprio in ciò consiste la differenza che dà la misura del loro valore e della loro importanza”. Questo fu forse il motivo per cui il duca, a differenza di Napoleone, esitò a scrivere la propria versione degli avvenimenti. Forse, al contrario di Napoleone che poté ripensare al passato nei lunghi anni di esilio, non trovò il tempo per farlo. E certamente ebbe poco rispetto per i presunti storici del suo tempo; ad esempio, rivolgendosi a Sir John Sinclair, nel 1816, commentò: “Sono veramente disgustato e infastidito per tutto ciò che sento su Waterloo. Gli scritti sull’argomento sono così numerosi da far pensare che l’esercito britannico non abbia mai combattuto una battaglia prima di allora”. Aggiungere un altro volume alle centinaia già disponibili può quindi far sorgere in uno scrittore qualche esitazione.

Quella che avete letto è la prima parte dell’introduzione del libro di David Chandler Waterloo. Se volete rivivere quella che Victor Hugo definì la giornata del destino dovuta a una forza superiore all’uomo potete farlo prelevando il volume dalla biblioteca dell’Antica Frontiera.

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