66 anni fa: il 2 giugno 1946 con un referendum istituzionale gli italiani decidono di trasformare l’Italia da monarchia a repubblica (12.717.923 voti contro 10.719.284). Dopo questo referendum il Re d’Italia Umberto II di Savoia lascia il Paese

Così venne il 2 giugno, e gli italiani scelsero. Anche il Re votò già rassegnato alla sconfitta. La mattina stessa incaricò infatti il generale Infante di concordare con De Gasperi le modalità della partenza per l’esilio. Gli premeva inoltre sapere se – stando ai precedenti – fosse opportuno o no che si recasse a votare: uno dei più vecchi maggiordomi della Casa Reale rammentò d’avere accompagnato al seggio elettorale – almeno un quarto di secolo prima – Vittorio Emanuele III, e il figlio si regolò allo stesso modo. Raggiunse, accompagnato dall’aiutante di campo generale Infante, la sezione di via Lovanio, non lontana da Villa Savoia. Verso sera, nella sezione di largo Brazza, votò Maria Josè. Si vuole che, infilata una scheda bianca per il referendum, per la Costituente avesse invece scelto il socialismo, e dato la preferenza a Saragat.
A Nenni che gli chiedeva, il 1° giugno, per chi avrebbe votato, De Gasperi aveva risposto: “Il voto è segreto. Ma sono pronto a scommettere con te che il mio Trentino nero darà più voti alla Repubblica della tua rossa Romagna” (l’azzeccò). La figlia Maria Romana attestò poi che sia il padre, sia lei avevano votato Repubblica. Il Paese si mantenne, nella prova, calmo, la partecipazione alle urne fu alta, l’89 per cento.
Nella notte fra il 3 e il 4 giugno, quando i dati elettorali che affluivano al Viminale prendevano già consistenza, Romita temette che la Repubblica fosse stata sconfitta. “Il guaio – ricordò poi – fu che anziché dal Nord i primi dati arrivarono dal Sud. Una vera beffa della sorte. A conoscenza di quanto accadeva, in quelle prime ore, fummo soltanto De Gasperi, Nenni e io.” Il ministro s’illudeva, per quanto concerneva la segretezza. De Gasperi stesso, attento a non compromettere le chances sue e del suo partito in caso di successo monarchico, aveva informato il ministro della Real Casa Falcone Lucifero della tendenza iniziale. “Signor ministro – gli scrisse il 4 giugno – le invio i dati pervenuti al Ministero dell’Interno fino alle 8 di stamane. Come vedrà si tratta di risultati assai parziali che non permettono nessuna conclusione. Il ministro Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana. Io personalmente non credo che si possa – rebus sic stantibus – giungere a tale conclusione.”
Anche i giornalisti avevano avuto sentore della iniziale prevalenza monarchica, ma, cedendo alla dietrologia nazionale, rifiutarono la spiegazione più semplice e ne elaborarono una sofisticata. Il socialista Romita aveva di proposito lasciato trapelare, supposero, notizie favorevoli alla Monarchia, per poi tirar fuori dal cassetto un milione di voti repubblicani che vi aveva accantonato, e godersi il colpo di scena. Secondo la versione di Romita, che nella sostanza è stata confermata da testimonianze autorevoli e insospettabili, l’altalena dei risultati dipese unicamente dal modo in cui pervennero al centro. Non appena divenne massiccio il peso del Settentrione, la Repubblica passò in vantaggio, tanto che il computo finale le diede 12.182.000 voti contro i 10.362.000 della Monarchia. Un milione e mezzo, ma lo si seppe dopo, le schede bianche o nulle (che nella successiva contestazione tra il Re e il governo acquisteranno importanza decisiva).
Il referendum aveva tuttavia dimostrato, caso mai ce ne fosse bisogno, che esistevano due Italie, e che il periodo dopo l’8 settembre 1943 – con il Regno del Sud e la Repubblica di Salò – aveva accentuato le loro dissomiglianze. In tutte le province a nord di Roma, tranne due, aveva prevalso la Repubblica, in tutte quelle a sud di Roma, tranne due, aveva prevalso la Monarchia. Le eccezioni furono Cuneo e Padova a nord, Latina e Trapani a sud. All’85 per cento che la Repubblica ebbe a Trento, al 77 per cento che ebbe in Emilia Romagna, si contrapposero il 77 per cento che la Monarchia ebbe in province come Napoli e Messina (ma la sua punta massima fu a Lecce, 85 per cento).
La pubblicistica monarchica continua ad alimentare, dopo mezzo secolo, i dubbi sulla correttezza del conteggio. Il recupero repubblicano fu preceduto – osserva l’Artieri – da un lungo silenzio, e da minacce di sciopero generale se la Monarchia avesse prevalso. Era logico, con questi precedenti, che la successiva valanga repubblicana suscitasse qualche sospetto. Ma al di là di questa sensazione di sconcerto e al di là di qualche minore episodio locale, la tesi monarchica della manipolazione delle schede o dei numeri non ha validi sostegni.
La mattina del 5 la vittoria repubblicana era data già per certa, anche se con qualche residua cautela. Alle 10,30 De Gasperi, che aveva chiesto l’appuntamento alcune ore prima, fu introdotto al Quirinale nello studio di Umberto: lo accompagnavano il suo capo di gabinetto Bortolotta e Giulio Andreotti. Professandosi “dolorosamente sorpreso”, De Gasperi informò il Re della “considerevole maggioranza per la Repubblica”, leggendo le cifre che Romita gli aveva fornito. Tra breve, disse, il governo avrebbe fatto una dichiarazione ufficiale: la proclamazione spettava comunque alla Corte di Cassazione. Il Presidente del Consiglio illustrò anche la procedura che a suo avviso doveva essere seguita per il trapasso dei poteri. Avutosi il responso dalla Corte, De Gasperi, il primo Presidente Giuseppe Pagano e il procuratore generale Pilotti ne avrebbero solennemente riferito al Re (o ex-Re) al Quirinale. De Gasperi avrebbe quindi scortato Umberto alla partenza. Umberto espresse il desiderio di rivolgere un messaggio d’addio al Paese, e De Gasperi acconsentì. A sua volta aveva in animo di pronunciare due brevi discorsi, l’uno a suggello della cerimonia con cui la Cassazione doveva avallare l’esito del referendum, l’altro per esprimere a Umberto in partenza per l’esilio il riconoscimento, da parte del governo, della sua correttezza costituzionale e democratica.
Questo progetto protocollare pareva non solo realizzabile, ma certo, a contrassegno di una unanime volontà distensiva. Alla Corte premeva soprattutto di ridurre al minimo la durata della “situazione penosa” in cui era il Re. Nel tardo pomeriggio, al Viminale, i rappresentanti dei partiti che avevano presentato liste nazionali e una folla di giornalisti ascoltarono Romita – dopo un perfetto uppercut a George Brian dell’Associated Press, perchè gli stava troppo addosso – che dava lettura dei risultati. Quando i partiti di sinistra proposero che il 2 giugno fosse dichiarato festa nazionale, perfino Enzo Selvaggi, segretario generale del Partito democratico italiano, che era stato uno dei più battaglieri fra gli intimi di Umberto, si associò.

Se volete rivivere gli umori e gli stati d’animo di quei lontani giorni del mese di giugno del 1946 in cui nacque la nostra Repubblica potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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