164 anni fa: il 30 maggio 1848 si combatte la battaglia di Goito, grande ma non sfruttata vittoria dell’esercito sardo sugli Austriaci del feldmaresciallo Radetzky

L’inazione del comando piemontese durante la battaglia di Curtatone e Montanara rischia di provocare un disastro ben peggiore di quello cui sono andati incontro i tosco-napoletani. Lo spostamento delle truppe piemontesi verso Volta, a sostegno arretrato delle forze schierate nella zona di Mantova, avviene infatti in ritardo, lentamente e alla spicciolata. Radetzky, nel frattempo, è in marcia con il 1° e il 2° corpo, ovvero con tre quarti del suo esercito, con l’intento di colpire il grosso dell’armata nemica impegnata nell’assedio di Peschiera: una sua rapida azione potrebbe consentirgli di sorprendere le colonne nemiche ancora separate e in numero esiguo, nel settore tra Valeggio e Goito.
Ma a Curtatone e Montanara il feldmaresciallo ha impegnato solo una parte delle proprie forze, impiegando quasi tutta la giornata per avere ragione degli avversari. Poi ha rinunciato a marciare verso Goito nelle ore di luce che gli rimanevano. Riprende la marcia verso nord, lungo il Mincio, solo la mattina successiva, dando al Bava, che comanda il 1° corpo piemontese, il tempo di concentrare su Goito tutte le truppe a disposizione: 21 battaglioni, 23 squadroni e 56 cannoni, oltre a un migliaio di toscani e agli scampati del 10° Abruzzi napoletano.
Nonostante tutto, i piemontesi sarebbero ancora in inferiorità numerica se le forze del maresciallo marciassero compatte. Invece, il comandante austriaco distacca il 2° corpo verso ovest, affidandogli una manovra avvolgente che si rivelerà troppo ampia e tardiva. In tal modo, quando giunge a contatto con l’armata del Bava, intorno alle 15:00 del 30 maggio, Radetzky non dispone che del 1° corpo e della riserva, mentre il 2° corpo è a 8 chilometri, troppo lontano per dargli manforte.
Bava non si aspettava più un combattimento per quella giornata. A ogni modo, le sue truppe si fanno trovare schierate, seppure in modo difensivo, per quasi 2 chilometri sulla riva sinistra del Mincio: davanti, in prima linea, a sinistra lungo la riva del fiume e a ridosso di Goito, il battaglione napoletano Abruzzi; al centro l’11° reggimento Casale; a destra tre battaglioni della brigata Cuneo, preceduti dalla artiglierie; subito dietro, rispettivamente, le brigate Guardie Aosta e Acqui (di quest’ultima solo due battaglioni); e in terza fila gli squadroni di cavalleria e l’artiglieria a cavallo.
Alle 15:30 gli austriaci avanzano lungo il Mincio ma l’ala destra, condotta da Benedek, viene rallentata dal tiro dell’artiglieria piemontese. Perde pertanto il contatto con il centro di Ludwig Wohlgemuth, che invece riesce a giungere a ridosso della prima linea nel settore dei battaglioni della Cuneo. Sull’ala opposta, avanza anche la brigata di Giulio Giuseppe Strassoldo, che procede in linea obliqua convergendo a sua volta verso il centro.
La prima linea piemontese si disunisce, ma in seconda subentra prontamente l’Aosta e ricaccia indietro gli austriaci, mentre il duca di Savoia riorganizza le file della Cuneo. Il contrattacco viene completato dalla sinistra, che aggredisce Benedek sul fianco destro, e anche la brigata Guardie avanza dalla seconda linea con movimento avvolgente sul fianco sinistro di Wohlgemuth. La riserva austriaca avanza a sostegno, ma la sua azione è poco produttiva, tanto da indurre Radetzky a dare l’ordine di ripiegamento per sottrarsi alla morsa piemontese.
Tuttavia la cavalleria del Bava incalza da presso gli austriaci, con due cariche che ne scompaginano ulteriormente i ranghi. Alle 19:00 gli scontri cessano, lasciando sul campo 68 morti e 331 feriti tra gli austriaci, che lamentano anche 223 dispersi (ovvero disertori, in gran parte di un reggimento italiano). Le perdite dei piemontesi sono appena più contenute: 43 morti e 253 feriti. Ma ciò che conta, per Carlo Alberto, è che la manovra avvolgente con cui Radetzky aveva progettato di liberare Peschiera e isolare l’esercito piemontese è fallita.
L’effetto immediato del ripiegamento austriaco, infatti, è la resa del caposaldo, che viene comunicata a Carlo Alberto durante l’ultimo contrattacco piemontese. Per la prima volta sul campo di battaglia, nelle file dell’esercito si ode il grido: “Viva il re d’Italia!”. Ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Radetzky ha impegnato nello scontro solo 14 battaglioni, Le sue forze, dunque, sono ancora intatte, e pronte a prendersi una rivincita.

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