90 anni fa: il 25 maggio 1922 nasce a Sassari il politico Enrico Berlinguer

A Sassari i Berlinguer, d’origine spagnola, erano una delle tre o quattro famiglie che contavano: come i Segni, come i Delitala, come i Siglienti, come i Satta Bianca. Il nonno del segretario comunista, Enrico come lui, era un mazziniano acceso e uno di quei penalisti celebri, un po’ tonitruanti che richiamavano nelle aule di Corte d’Assise un pubblico avido di sensazioni forti. Avvocato, e bravo, era anche il padre mario, progressista in frac, sempre elegante con una punta di snobismo. Lui pure politicamente impegnato, tanto da essere eletto deputato nell’alleanza liberal-democratica di Giovanni Amendola, e da essere aggredito, durante un comizio, dai fascisti. Quello dei Berlinguer, che avevano diritto a fregiarsi del don nobiliare, era, ha osservato Chiara Valentini nella sua biografia del segretario del Pci, “un ambiente di anticlericali che però fanno battezzare e cresimare i figli (e anche Enrico lo fu regolarmente alla parrocchia San Giuseppe), di benestanti che detestano gli sprechi e la volgarità, di contestatori che si sposano sempre e solo all’interno del loro ambito sociale”.
Come studente, Enrico non valeva gran che. Nel liceo Domenico Alberto Azuni, dove Togliatti aveva studiato durante un soggiorno sardo della sua famiglia, meritandovi tutti nove, il giovanissimo Enrico faceva collezione di insufficienze. Può darsi che a questo sbandamento scolastico abbia contribuito la tragedia che aveva colpito lui e il fratello, con la malattia e l’agonia straziante della madre Mariuccia. Non si applicava sui libri, ma giuocava bene a poker, discretamente a biliardo. Non frequentò mai, nemmeno quando ne ebbe l’età, le case di tolleranza; una pruderie istintiva, e un’altrettanto istintiva ripugnanza per le conversazioni grassocce e sguaiate della provincia, furono tra le sue caratteristiche costanti. Si vuole che risalisse a quegli anni adolescenziali anche la sua iniziazione comunista, nell’estrema periferia sarda. S’era sottratto alla chiamata alle armi per una lieve malformazione ai piedi.
Iscritto all’Università (facoltà di giurisprudenza) rinunciò al proposito di laurearsi quando la politica divenne per lui assorbente come l’ingresso in un ordine religioso. Mentre molti futuri “quadri” comunisti facevano il loro apprendistato nella Resistenza, Berlinguer poteva iscrivere nel suo carnet di benemerenze antifasciste solo un episodio di modico rilievo. Il 13 gennaio del 1944 erano scoppiati a Sassari “liberata” tumulti popolari per la mancanza, sul mercato legale, di generi di prima necessità come l’olio, il carbone, il sapone, e per la scarsità di pane. Nella jacquerie, che ebbe connotati violenti, Berlinguer era in prima fila. La polizia fu sottoposta a una gragnuola di pietre (ma furono sequestrate anche bombe a mano), vennero devastati e saccheggiati alcuni forni. In questa atmosfera da carestia manzoniana dovette intervenire, per riportare la calma, l’esercito. Enrico Berlinguer fu additato come il maggior responsabile e istigatore della rivolta. Si voleva perfino che avesse progettato d’uccidere il prefetto buttandolo dalla finestra. Intervenne, in soccorso di Enrico, il padre, che aveva buone conoscenze e influenze dovunque: e che lo fece liberare, dopo tre mesi di galera.
Per cambiare aria, Enrico Berlinguer si trasferì a Roma; e lì si radicò, con qualche breve parentesi. A Roma conobbe la futura moglie, Letizia Laurenti: il matrimonio fu celebrato nel 1957. Tutta la parabola berlingueriana, da quel momento in poi, può essere riassunta in una definizione: togliattiano di ferro.

Se volete approfondire la vita di Enrico Berlinguer potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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