20 anni fa: il 23 maggio 1992 una bomba collocata nei pressi di Capaci fa saltare l’autostrada mentre transitavano le auto del giudice Giovanni Falcone e della scorta

La santificazione postuma di Falcone e Borsellino – del primo in particolare, che era personaggio di maggiore e controversa notorietà – fu per molti una riparazione verbosa ed eccessiva a precedenti attacchi e insinuazioni. Come Borsellino, Falcone era siciliano di nascita, anzi palermitano. Figlio d’un funzionario pubblico (il padre Arturo era direttore del laboratorio chimico provinciale) molto legato alla madre Luisa e alle sorelle Anna e Maria, aveva prestato servizio militare in Marina, come ufficiale, e si era quindi laureato in giurisprudenza. Frequentava – anche qui come Borsellino – l’Azione Cattolica. Vinto il concorso per entrare in magistratura, fu pretore a Lentini e sostituto procuratore a Trapani. Nel 1979 (aveva quarant’anni) il consigliere Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, lo volle al suo fianco. Una carriera, come si vede, tutta “locale”. La magistratura è zeppa di siciliani, e la Sicilia ha quasi esclusivamente magistrati siciliani. Il che aiuta i bravi, i forti, gli incorruttibili ad affrontare la mafia: perchè dei boss e dei loro manutengoli capiscono la psicologia, il linguaggio, gli avvertimenti e le debolezze. Per la massa mediocre dei magistrati la sicilianità è un handicap. Mandati ad amministrare giustizia là dove hanno famiglia, conoscenze, terre, interessi, si piegano facilmente ad una routine accomodante, quando non vile.
Falcone, come Rocco Chinnici, apparteneva alla schiera scelta dei bravi e dei forti. Entrambi non s’accontentavano di mettere le manette ai quacquaracquà le cui disavventure lasciano indifferenti i boss. Volevano ficcare il naso nei conti in banca, negli arricchimenti inspiegabili, magari anche in talune manovre di cavalieri del lavoro dalle alte frequentazioni. Falcone non mollò nemmeno quando, il 28 luglio 1983, un’autobomba fece strazio di Rocco Chinnici, insieme a due carabinieri della sua scorta e al portinaio dello stabile in cui abitava.
Un anno dopo la fine di Chinnici, nel luglio del 1984, in Brasile fu arrestato Tommaso Buscetta, e Falcone potè finalmente confrontarsi con un pentito in grado d’offrire alla giustizia italiana uno spaccato completo del pianeta mafia. Significative sono le prime parole che Buscetta, trovatosi davanti a Falcone, gli disse: “L’avverto signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla sia fisicamente che professionalmente. Il conto che apre con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E’ sempre deciso ad interrogarmi?” Falcone era decisissimo. Con i colleghi, raccolse un materiale enorme. Il maxiprocesso della mafia – durato, a Palermo, dal 10 febbraio 1986 all’11 novembre 1987 – si fondava su 500 mila pagine di verbali e interrogatori. Cosa Nostra – e lo stuolo degli avvocati che per l’occasione erano stati mobilitati – avevano presumibilmente cullato l’illusione che, proprio per il suo gigantismo, quel rito giudiziario finisse in una bolla di sapone, o quasi: e che comunque la decorrenza dei termini di custodia cautelare ridesse a molti killers e ai loro mandanti la libertà. Gli imputati erano 460, di cui 163 detenuti. Vi furono manovre dilatorie capziose, per non dire vergognose. Come quella con cui si pretese che, contro ogni consuetudine, verbali e documenti non fossero “dati per letti” ma dovessero essere effettivamente letti.

Se volete approfondire la vita di Giovanni Falcone potete farlo sfogliando le pagine del libro di Indro Montanelli Storia d’Italia – L’Italia del Novecento nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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