506 anni fa: il 20 maggio 1506 muore a Valladolid l’esploratore e navigatore italiano Cristoforo Colombo

Una moneta con la testa di Augusto era stata trovata a “Tierra Firme”, argomentava l’umanista Lucio Marineo Siculo: veniva così dimostrato che l’America era stata parte dell’impero romano, anche se non era stata registrata come tale. Gonzalo Fernàndez de Oviedo, il primo storico regio delle Indie, affermava che gli indigeni americani erano realmente i superstiti di una diaspora di visigoti, benchè Colombo fosse stato il primo vero e proprio scopritore dell’America. Ben poche di queste asserzioni furono prese sul serio e nessuna fu impiegata come prova formale per accampare diritti sul territorio americano. Ma rendono bene il disperato bisogno di collegare i limiti geografici del vecchio impero a quelli dei nuovi.
Una strategia per salvaguardare l’immagine antica dell’impero stava nel dimostrare, come aveva fatto Sant’Agostino, che “tutto il mondo” non era altro che una sineddoche, e il suo senso poteva perciò essere esteso fino a coprire tutte le terre di recente scoperta e, a questo riguardo, ogni terra che potesse venire scoperta in futuro. O si poteva dimostrare, come più tardi asserì il cardinale Bellarmino (meglio noto come colui che tentò di convincere Galileo a tacere sulle prove da lui raccolte a favore dell’eliocentrismo copernicano), che “si può dire che queste province non appartengano al mondo”. Se passate a un attento esame, tuttavia, queste affermazioni cadevano entrambe: l’ipotesi della totale inclusività appariva inconsistente; il tentativo di escludere dalla definizione di “mondo” tutto tranne i tre continenti conosciuti dagli antichi non era solo qualcosa di analogo al gesto di ignorare la prova delle macchie solari. Privava anche l’impero delle sue legittime ragioni di occupare l’America, e del suo significato come agente dell’escatologia cristiana.
Se nulla di più efficace si riusciva a escogitare per contrastare la semplice esistenza della geografia, se ne potrebbe dedurre che la pretesa dell’impero a una sovranità mondiale, con la sua forza prescrittiva, era stata irrimediabilmente perduta. Come tema di teoria politica non sembra meritare più attenzione di quella che Grozio fu disposto a concedergli. Tuttavia l’occupazione spagnola de facto di quella che, allora, appariva come la parte più cospicua delle Americhe accrebbe quell’impero fino al punto che esso parve includere il “mondo intero”. Fin dal 1526 Gonzalo Fernàndez de Oviedo, attento al ruolo che si era dato di iniziatore di una storiografia del Nuovo Mondo, aveva tentato, con grande disapprovazione di Richard Hakluyt, di integrare l’America in una monarchia spagnola di dimensioni mondiali, “sola e universale sovrana del mondo”. C’è poco da stupirsi se, alla fine del Cinquecento, teorici politici millenaristi come il profeta calabrese Tommaso Campanella (1568-1639) e anche, sulla stessa linea, il più sobrio piemontese ed ex gesuita Giovanni Botero speculavano sulla possibilità che l’America fosse solo una tappa verso l’Asia, e che presto gli interrotti sogni imperiali di Colombo si sarebbero realizzati, con la Spagna dominatrice di quello che era stato l’impero del Gran Khan. “Il nome Cristoforo”, scrive Campanella, “andrebbe interpretato ‘colui che porta Cristo'” (un’interpretazione già data da Colombo medesimo) e in quanto Columbus, come Columba, Chiesa. E in un altro passo: “tutto il mondo sarà al vostro servizio” (Salmo 71, 11). Portando Cristo, e con lui l’Europa, in America, Colombo (Columba, il Christum ferens) aveva messo in moto un processo politico che un giorno avrebbe condotto a un mondo in cui, nella più ecumenica visione di Botero, “dal momento che tutti sarebbero sudditi di un solo principe, uno potrebbe viaggiare dappertutto con una sola lingua e una sola moneta”.

Se volete approfondire le scoperte di Cristoforo Colombo e le ideologie dell’impero in Spagna, Gran Bretagna e Francia dal 1500 al 1800 potete farlo sfogliando le pagine del libro di Anthony Pagden Signori del mondo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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