152 anni fa: l’11 maggio 1860 Garibaldi sbarca con i Mille a Marsala

L’11 maggio (è venerdì, e qualcuno fa scongiuri) le due navi giungono in vista dell’isola. Garibaldi ha progettato di raggiungere Sciacca. La mattinata è avanzata e opta per Marsala, più vicina. Ferma in mare un peschereccio; il padrone gli dà informazioni e gli fa da guida. Il governo borbonico ha previsto che la sua meta possa essere questo piccolo porto. Ha inviato nella zona vari reparti dell’esercito, che sono stati ritirati il 10. Sulla costa incrociano 6 navi da guerra, 2 a vela e 4 a vapore. Nessuna di esse è nel porto; sono al largo, in perlustrazione. La cittadina è indifesa. Il Piemonte si àncora presso il molo, il Lombardo, più grande, si arena in una secca. I volontari cominciano a sbarcare. L’arrivo di due vapori sospetti, privi di bandiera, è segnalato a Trapani, capoluogo della provincia, per mezzo del telegrafo elettrico. Si avvicina a Marsala lo Stromboli, una pirocorvetta a ruote con 6 cannoni. Il comandante, Guglielmo Acton, vede i due mercantili e gli uomini in camicia rossa sul molo, capisce che si tratta di Garibaldi. Arriva a distanza di tiro mentre è in corso lo sbarco. Potrebbe iniziare un cannoneggiamento micidiale. Esita. Lungo i moli vi sono gli stabilimenti Woodhouse e Ingham per la produzione e l’esportazione del pregiato vino marsala, appartenenti a sudditi inglesi. Nel porto si trovano navi mercantili di diverse nazionalità (una stava uscendo quando sono entrati i garibaldini, e Bixio ha gridato di portare a Genova la notizia dello sbarco); in mattinata sono arrivate due navi da guerra inglesi, inviate a proteggere i beni dei connazionali, l’Intrepid, comandata da Marryat, l’Argus, comandata da quel Winnington-Ingram che a Montevideo ha disegnato nel suo album le divise della Legione italiana.
Il capitano borbonico, temendo di danneggiare gli inglesi, parlamenta con i colleghi delle due navi, che gli chiedono di attendere che tornino a bordo alcuni marinai. Comincia a sparare quando i volontari stanno ormai a terra, pochi colpi, senza effetto, imitato dalla fregata a vela Partenope, con 60 cannoni, sopraggiunta nel frattempo. “La nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano – commenterà Garibaldi -; e io, beniamino di cotesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto”.
Sulle navi non c’è fanteria da sbarco, e i legni borbonici restano al largo. I Mille si spargono per la cittadina. L’accoglienza non è entusiasmante. La popolazione cerca di non compromettersi con questi conquistatori male armati, stranamente abbigliati, che non sembrano in grado di competere coll’ordinato esercito borbonico. In due proclami il generale esorta i siciliani alle armi, e invita all’affratellamento i soldati borbonici, chiamandoli “italiani”. Si comincia a parlare di dittatura. Garibaldi accetta immediatamente, perché la crede “la tavola di salvezza, nei casi d’urgenza e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli”. Crispi, siciliano, mente politica della spedizione, la fa deliberare dal Consiglio comunale. Il Consiglio si riunisce una prima volta nel pomeriggio, e una seconda volta a tarda serata. Garibaldi vi partecipa entrambe le volte. Sappiamo quanto tenga ad avere la legalizzazione del suo agire. Nella cittadina siciliana dai dieci decurioni presenti (su trenta) ottiene che dichiarino decaduto il dominio borbonico in Sicilia e offrano a lui la dittatura “in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia”.

Se volete approfondire le vicende risorgimentali che portarono alla Spedizione dei Mille e alla conquista del Regno delle Due Sicilie potete farlo sfogliando il libro di Alfonso Scirocco – Giuseppe Garibaldi nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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