132 anni fa: l’8 maggio 1880 muore a Croisset lo scrittore francese Gustave Flaubert

Eravamo in aula a studiare, quando entrò il rettore seguito da un nuovo vestito in borghese e da un bidello che portava un grande banco. Quelli che dormivano si svegliarono. Tutti si alzarono come se fossero stati sorpresi nel fervore del lavoro.
Il rettore ci fece cenno di sedere, poi rivolto all’assistente:
– Signor Roger – disse a mezza voce, – le raccomando questo allievo. Entra in quinta. Se il suo profitto e la sua condotta lo meriteranno, passerà tra i grandi, come vorrebbe la sua età.
Il nuovo se ne stava rincantucciato dietro la porta. Lo si vedeva appena. Era un ragazzotto di campagna sui quindici anni, più alto di tutti noi. Portava i capelli tagliati di netto sulla fronte come un chierico di villaggio, aveva l’aria giudiziosa e molto imbarazzata. Benché non fosse largo di spalle, il giacchettone di panno verde a bottoni neri lo stringeva al giro delle maniche. Attraverso l’apertura dei risvolti si scorgevano i polsi arrossati, avvezzi a stare scoperti. Le gambe, infilate nelle calze azzurre, venivano fuori da un paio di pantaloni giallastri tirati dalle bretelle. Portava scarpe grosse, lucidate male e con le suole chiodate.
Cominciammo a ripetere le lezioni. Egli ascoltava tutto orecchi, attento come se fosse alla predica. Non ardiva nemmeno incrociare le gambe, né appoggiarsi sul gomito. Alle due, quando suonò la campanella, l’assistente dovette avvertirlo di mettersi in fila con noi.
Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di scaraventare per terra i nostri berretti per aver subito le mani libere. Bisognava farli volare di sulla soglia fin sotto il banco, in maniera che, andando a sbattere contro il muro, sollevassero molta polvere. Era la regola.
Ma, sia che non si fosse accorto di questa manovra, sia che non se la sentisse di parteciparvi, quando la preghiera fu finita il nuovo teneva ancora il berretto sui ginocchi. Era un copricapo di tipo composito, nel quale si ritrovavano tutte insieme le caratteristiche del cappuccio di pelo, del ciapska, della bombetta, del cappello di lontra e della berretta di cotone: insomma, una di quelle povere cose che, nella loro muta bruttezza, hanno una misteriosa profondità d’espressione, come il viso di un imbecille. Fatto s forma d’uovo, tenuto su da stecche di balena, cominciava con tre cosi che parevano salsicciotti arrotolati, quindi continuava con losanghe di velluto e di pelo di coniglio separate da una striscia rossa. Veniva poi una specie di sacco, che terminava con un poligono foderato di cartone ricoperto da un complicato ricamo di galloni, dal quale pendeva, alla fine di un lungo, sottilissimo cordone, un piccolo gomitolo di fili dorati, una specie di nappa. Era nuovo: la visiera scintillava.
– Si alzi- disse il professore.

Questo è l’incipit del romanzo di Gustave Flaubert Madame Bovary. Se volete continuare a leggerlo potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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