396 anni fa: il 23 aprile 1616 muore a Stratford-upon-Avon il drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare

Solo la Bibbia comprende tutto al suo interno, caratteristica che la accomuna a Shakespeare, e molti lettori della Bibbia considerano quest’ultima uno scritto d’ispirazione divina, se non addirittura di origini soprannaturali. Il suo centro è Dio, o forse l’idea o la visione di Dio, la cui posizione è, per forza di cose, indefinita. Le opere di Shakespeare sono state soprannominate Scritture secolari, o più semplicemente il centro definito del canone occidentale. Quel che la Bibbia e Shakespeare hanno in comune è molto meno evidente di quanto pensino molte persone, e io ritengo che tale elemento sia una sorta di universalismo globale e multiculturale. Oggi l’universalismo non è molto in voga, se non nelle istituzioni religiose e negli individui che queste influenzano. Non vedo tuttavia come si possa riflettere su Shakespeare senza trovare il modo di spiegare la sua presenza costante nei contesti più improbabili: qui, là e dappertutto nello stesso momento. Il drammaturgo è un sistema di luci nordiche, un’aurora boreale visibile in ogni luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai. Le biblioteche, i teatri e i cinema non riescono a contenerlo; è diventato uno spirito o un “incantesimo di luce”, quasi troppo vasto per essere abbracciato. La bardolatria tardoromantica, ora tanto disprezzata nelle nostre università autocorrotte, è solo la più normativa delle fedi che lo venerano.
Nel presente volume, non mi occuperò del motivo per cui tale atteggiamento fideistico ha preso il via, bensì del motivo per cui continua. Se esiste un autore che è diventato un dio mortale, deve essere Shakespeare. Chi può mettere in dubbio la sua importanza, derivata soltanto dai suoi meriti? I poeti e gli studiosi adorano Dante; James Joyce e T.S. Eliot avrebbero voluto preferirlo a Shakespeare, ma non ci sono riusciti. I lettori comuni – e per fortuna ce n’è ancora qualcuno – riescono solo di rado a leggere Dante; riescono tuttavia a leggere e ad assistere alle opere di Shakespeare. I pochi autori che sono alla sua altezza (Omero, lo scrittore yahwista, Dante, Chaucer, Cervantes, Tolstoj e forse Dickens) ci ricordano che la rappresentazione del carattere e della personalità umana è il valore letterario supremo in tutti i tipi di scritti, siano essi drammatici, lirici o narrativi. Sono abbastanza ingenuo da leggere senza sosta perché da solo non riesco a conoscere a fondo un numero sufficiente di persone. Gli spettatori di Shakespeare preferivano Falstaff e Amleto a tutti gli altri suoi personaggi, e lo stesso vale per noi, perché il grasso Jack e il principe di Danimarca dimostrano di avere le coscienze più complete dell’intera letteratura, più grandi di quelle dello Yahweh dello scrittore biblico, del Gesù del Vangelo secondo san Marco, di Dante il pellegrino e di Chaucer il pellegrino, di Don Chisciotte ed Esther Summerson, del narratore di Proust e di Leopold Bloom. Forse sono Falstaff e Amleto, e non Shakespeare, a essere divinità mortali, o forse il più grande tra gli arguti e il più grande tra gli intelligenti divinizzarono insieme il loro creatore.

Questo brano è tratto dall’introduzione del libro di Harold Bloom Shakespeare – L’invenzione dell’uomo, un saggio indispensabile per comprendere la monumentale opera del grande drammaturgo inglese. Il volume, come buona parte delle opere shakespeariane, potete trovarlo nella biblioteca dell’Antica Frontiera.

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