67 anni fa: il 21 aprile 1945 le truppe alleate e la brigata partigiana Maiella liberano Bologna

Quella mattina di fine aprile la ricordo benissimo. Mi scorre davanti agli occhi come un vecchio film visto e rivisto; ma non in bianco e nero, com’era la regola d’allora; a colori invece, e vivacissimi. Stavo per compiere nove anni; e crescevo, come tutti i bambini di quegli anni, per la strada. Oggi nessun bambino vive brado, e certo nessuno ha mai provato a giocare a palla nel bel mezzo di una via cittadina: ci sono le macchine.
Allora di macchine se ne vedevano pochissime, e pericoli veri non ce n’erano. Invece delle macchine c’erano, ogni tanto, i caccia alleati che sparavano qualche raffica di mitraglia a casaccio, lì sulle strade; o gli stormi dei bombardieri che s’avvertivano di lontano, perché prima che arrivassero il cielo si riempiva d’un rombo sordo e continuo, e i vetri delle case cominciavano a tremare, e i pochi piccioni si rintanavano: quei pochi a cui ancora i passanti, resi abilissimi dalle circostanze, ancora non avevano tirato il collo.
Vivevo, insomma, sempre per la strada; e di scuola neanche a parlarne. Non era, o non mi sembrava, una brutta vita: e del resto non avendo alcun ricordo del tempo di pace, non potevo fare paragoni e confronti. La guerra, le bombe mi parevano eventi quotidiani, più o meno come il brutto tempo o la pioggia: cose inevitabili, con cui convivere.
Ma quella mattina di fine aprile le mie infantili convinzioni, e le mie abitudini, furono costrette a mutare bruscamente.
Le strade non erano più semideserte, ma piene di gente. Gente anche stranissima: che parlava lingue inaudite, che indossava uniformi mai viste; e che maneggiava cose colorate: non solo bandiere, ma involucri affascinanti, policromi. Le stecche di Camel, le stagnole di gomma da masticare, le tavolette di cioccolato. Mi si parò dinnanzi, per la prima volta, la civiltà dei consumi, a me ignota. In piazza, dopo un po’, approdarono sferragliando alcuni carri armati.
Al balcone del Comune apparvero bandiere mai viste, coloratissime. In mezzo alla folla, i carri armati salirono sul crescentone: sul grande marciapiede che occupa il centro della piazza; e che allora separava i pedoni dal traffico (ossia dai tram, che fermavano proprio davanti al palazzo del Podestà). Uno dei carri, coi cingoli, urtò fragorosamente contro il bordo in pietra del crescentone, e lo sbrecciò. Date un’occhiata: il bordo è ancora fratturato.
Nessuno, credo, si ricorda perché. Ma a me, ogni volta che ci passo, torna a mente quello strano giorno; quei rumori, quei colori vistosi con cui s’annunciava la libertà.

Questo post, tratto dal magnifico libro di Eugenio Riccòmini Il perditempo e disponibile nella biblioteca dell’Antica Frontiera, è dedicato a tutti quelli che lottarono e che caddero per la Liberazione di Bologna e dell’Italia intera.

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